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Baustelle, la "guerra" continua

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di Giulia Viviani

Baustelle significa «cantiere» in tedesco. E i prodotti che escono da questo cantiere sono veramente di ottima qualità. Un album, Amen, che sta avendo un successo di pubblico insperabile rispetto all’esordio del 2000. Il primo singolo (Charlie fa surf) è diventato subito un tormentone. E poi il tour che dal 29 febbraio li sta portando in tutta Italia. Si sono evoluti tantissimo i Baustelle, ma sono sempre rimasti fedeli al loro stile, inconfondibile ormai: il binomio tra la voce di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi, la poesia delle liriche, la sperimentazione musicale che li porta a fondere stili e generi diversi. Il loro è un pop sofisticato che coniuga testi d’élite e vendibilità. E se anche l’occhio vuole la sua parte c'è da dire che piace tanto anche il loro stile un po' retrò da poeti decadenti, quell'atteggiamento riservato che li può far sembrare snob. Dal vivo i Baustelle pagano un po' lo scotto di un album musicalmente complesso, che ha visto collaborazioni importanti, impossibili da riprodurre live. Ma se la cavano benissimo reinterpretando e riuscendo comunque a ricreare le atmosfere del disco. La voce di Rachele, in particolare, dona un’intensità vibrante ai brani che la vedono solista come «L’Aeroplano» e la sensualissima «Dark Room», canzone in vero stile Baustelle. Immancabili anche i pezzi dei vecchi album che fanno esaltare soprattutto i fan di vecchia data: «Gomma» e «I provinciali», per non parlare del cavallo di battaglia «La guerra è finita». Ma è sull'intensa «Il corvo Joe» che Bianconi si supera. Una parentesi a parte merita la canzone Baudelaire, forse una delle più belle del disco: la disco music al servizio della poesia. Tra Pasolini, Socrate e Saffo, mi pare che «datti al giardinaggio dei fiori del male» sia uno dei versi più riusciti, oltre che un ottimo invito. E chissà che, visto il successo ottenuto fino ad ora, non ci riescano davvero i Baustelle, a convincere qualche Charlie a lasciare per un po' la drum machine e a lasciarsi incuriosire da Piero Ciampi e Luigi Tenco. Francesco Bianconi, la mente del trio, nonché autore dei testi, un po' ci crede. Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dal concerto al Fillmore di Cortemaggiore.

Amen è un disco con arrangiamenti molto complessi, come fate nei live?

«Il live è effettivamente difficile - risponde Bianconi -, il disco è veramente molto arrangiato, servirebbe un’intera orchestra sul palco invece siamo sette. Questo implica delle semplificazioni. Fondamentalmente cerchiamo di riportare sul palco le atmosfere dell’album. E ci divertiamo a farlo! Per la prima volta dopo tanti anni in cui era sempre un patema riprodurre gli arrangiamenti. Poi è molto stimolante, ci piace spiazzare il pubblico facendo versioni nuove anche di pezzi vecchi».

A proposito di pubblico, alcuni dei vecchi fan non hanno gradito particolarmente il passaggio da un’etichetta indipendente ad una grande major come la Warner. Quanto tenete in conto queste critiche?

«Teniamo sempre in considerazione critiche e apprezzamenti. Ma non ci facciamo influenzare. Avere una major alle spalle ci permette di arrivare ad un pubblico più vasto, che poi è quello che ci interessa. Noi non facciamo musica solo per chi la può capire. Ci sono artisti internazionali che hanno sempre inciso per le major: credo che nessuno sia mai andato a dire ai Beatles che erano più bravi quando erano indipendenti».

Quindi, se mirate ad un pubblico vasto e non all’elite, non siete così snob come vi definiscono?

«No, non siamo snob. Anche se lo snobismo può avere un’accezione positiva se significa rifiutare cose oggettivamente brutte».

Pensi che la generazione dei “Charlie” che avete descritto nel primo singolo, possa essere invogliata da un pezzo come Baudelaire a scoprire chi era Piero Ciampi o a leggere Pasolini?

«Spero proprio di si! A me è successo. Alle elementari ricordo che ascoltando La voce del padrone di Battiato mi chiesi chi fosse quel Sinatra che lui citava. E poi certi versi che ti entrano in testa, tipo “lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco”, ripetendoli come un mantra ti suscitano per forza curiosità e voglia di informazione».

I testi delle vostre canzoni sono spesso complessi, ricchi di citazioni, poetici e sicuramente mai banali.Ma ti escono così naturali? O c'è un lavoro di ricerca linguistica accurato dietro?

«La scrittura è una cosa misteriosa. A volte scrivo in 2 minuti, a volte invece sto un mese sullo stesso pezzo. Non lo so, è una cosa che mi sorprende e che non so spiegare. Molte canzoni del nuovo album sono una critica esplicita alla società occidentale, alla logica del profitto, al mercato. C'è una presa di posizione politica in questo senso».

Come vedi la situazione in Italia di oggi?

«Come la vedo? - conclude Bianconi - Male, molto male. Nonostante la mia tendenza anarcoide sono andato comunque a votare. Ho scelto di farlo perché non volevo si riaffermasse un certo modello culturale. Per quanto riguarda l’economia, penso che non ci sia una grande differenza nelle proposte. Quello che speravo era che finisse il modello culturale berlusconiano che dura dai primi anni '80 e che ha reso il nostro paese piuttosto brutto. Ma non è andata come speravo».

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