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Antonio, 18 anni e già sei avventure sulle cime oltre i quattromila metri

Antonio, 18 anni e già sei avventure sulle cime oltre i quattromila metri
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Andrea Del Bue

Ora che ha compiuto diciotto anni, Antonio Ubaldi può puntare alla vetta del Cervino. Per salire lassù, in mezzo ai ghiacci perenni, serve la maggiore età: quella montagna è considerata alla stregua di quelle himalayane. E’ da quando ha 12 anni che il ragazzo, che studia per diventare geometra all’istituto Rondani, sale sulle cime più alte d’Italia. In pochi anni, sei avventure oltre i 4000 metri: due volte il Gran Paradiso, poi Polluce, Castore e il rifugio più alto d’Europa, la Capanna Margherita, sul Monte Rosa. Infine, il Monte Bianco, pochi giorni fa. «Sono tornato ad agosto dalla Danimarca, dove mi sono trasferito un anno a studiare - racconta -. Là, dove è tutto una grande pianura, mi è mancata molto la montagna. Appena tornato, quindi, sono salito sul Bianco, dal versante francese. E’ il mio sesto 4000, il prossimo vorrei che fosse il Cervino». Antonio non sale mai a toccare il cielo da solo; è sempre in compagnia di papà Attilio e degli amici del «Gruppo escursionistico salese»: «Mio padre mi ha insegnato tutto quello che c’è da sapere sulla montagna - spiega -. Mi prendeva in spalla per fare lunghe passeggiate: se ho questa familiarità con i monti, è grazie a lui». Familiarità: ci tiene Antonio. Non passione: «La passione è quella che ho per la musica jazz, maturata mentre ero via - precisa -. Con le montagne c’è un rapporto stretto da sempre, ci conosciamo bene, ci diamo del tu. E c’è affetto, tanto che quando ho preso l’aereo per la Danimarca, una volta che le Alpi erano sotto di me, le ho salutate come ho salutato i miei zii poco prima di partire». Una volta provati, si è alla continua ricerca dei brividi che solo quelle altezze, quei paesaggi incontaminati, possono dare. E’ come una malattia, che impone di salire sempre più in alto.
«Quando sono lassù, con la luce delle stelle e della luna, o quando i raggi di sole brillano sulla polvere di ghiaccio alzata dal vento che soffia anche a -20 gradi, penso che Dio non può essere più grande di quello che sto vedendo». D’altra parte, anche nell’alpinismo, si parla di ascensione. Sensibilità rara per un ragazzo che ha compiuto la maggiore età da pochi giorni. Merito, anche, di ore trascorse in mezzo alla natura, dove la riflessione è spontanea. Soprattutto quando arrivi in vetta: sotto c’è il vuoto, di fronte l’infinito. «Quando arrivo sull’orlo del precipizio, mi si schiariscono i pensieri - racconta -. E capisco che la montagna più alta non è quella là fuori, ma quella c’è dentro ognuno di noi». Un macigno, non una montagna, è il pensiero di aver perso un amico, due anni fa, per un tumore: «Ogni cima conquistata è dedicata a Rocco», assicura. La morte, però, non fa paura: «A me preoccupa di più la paura di non vivere - dice -. Per questo, forse, mi piace salire in montagna. La montagna ha i suoi pericoli, ma molto dipende dall’atteggiamento di chi fa escursioni o alpinismo. Non si può pensare che sia un discorso di vittoria o sconfitta; la regola più importante, secondo me, è saper dire basta. E l’imperativo deve sempre essere quello di tornare a casa». C’è un passaggio, nella sua ultima scalata, che ha richiesto particolare attenzione. E’ il Couloir du Goûter, sul versante francese del Bianco: settanta metri di canalone noto per i numerosi incidenti mortali.
«Lì cadono pietre, massi - spiega -. E' un po’ come fare la roulette russa. Bisogna passare solo quando fa molto freddo, in modo che il ghiaccio trattenga i detriti. E pensare solo a correre il più velocemente possibile». In futuro, nel mirino ci sono vette ancora più alte: «Non mi dispiacerebbe affrontare l’Himalaya». Oltre ottomila metri: Antonio non lascia, raddoppia.
 

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