PELLEGRINO

La guerra e la prigionia: i diari «segreti» di Gianni Benni

«Quando Hitler mi invitò a visitare la Grande Germania». Un tesoro di ironia, disegni e foto

Gianni Benni

Gianni Benni

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Dopo l'8 settembre '43 Hitler decretò che della Grecia ne sapevo già abbastanza e mi invitò insieme a tanti altri a visitare la Grande Germania».
La grafia sul vecchio quaderno è elegante e bellissima, perfetta e curata come quella di un amanuense. Il racconto – puntuale, colto, originale – è intervallato dalle vignette di (anche) abile disegnatore. E il raccoglitore aperto sul tavolo illustra per immagini ciò che gli occhi hanno visto in quei sei anni lontano da casa, a respirare la guerra e la prigionia a pieni polmoni.
Se settant'anni dopo a Pellegrino Parmense si può ammirare questo tesoro è perché dalla Grecia e poi dai campi di prigionia in Polonia hanno fatto ritorno tutti: Giovanni (Gianni) Benni e la sua ironia salva-vita, e – incredibilmente intatte– anche la sua prima macchina fotografica, gli innumerevoli scatti e quei diari che raccontano giorno dopo giorno la vita di un uomo e la Storia.
Oggi Gianni ha 93 anni e la riservatezza di sempre: i suoi quaderni – ben nascosti - non sono mai usciti dalla storica casa di via Roma. Ha parlato di recente della loro esistenza a due amici, la professoressa Daniela Tombini e l'assessore Claudio Barilli, ed è stata durissima convincerlo ad aprire le porte alla Gazzetta. La «sua» Gazzetta, visto che Benni, già direttore della filiale della Cassa di risparmio di Pellegrino, negli anni Sessanta è stato corrispondente dal paese.
I patti iniziali erano chiari: niente foto, niente immagini video, e forse nemmeno la pubblicazione di quei ricordi che riannoda con memoria pressochè infallibile. A fargli cambiare idea, l'approvazione della sua consigliera più fidata: la nipote Elisa, su cui posa uno sguardo in cui si mischiano amore e orgoglio. E' lei che lo sta aiutando a mettere su Pc le cronache dei suoi diari e a catalogare tutto il suo materiale. «Cosa dici? - le chiede impaziente - Che facciamo?». Arriva un sorriso. E allora, che sia: eccola la storia.

Padre bolognese e madre della Fornace di Pellegrino, «eravamo quattro figli e tutti nati in posti diversi a causa del lavoro di papà, che era carabiniere. Io da bambino la mattina andavo a servir messa e al pomeriggio a rubare le mele», ride. Quando arriva la chiamata a militare prova ad essere preso in Marina: «Ho sempre amato il mare. E poi – ironico - avevo visto che gli alpini portavano zaini pesantissimi.... Alla fine gli zaini li ho portati lo stesso».
Da La Spezia Varagnino a Marina di Massa a fare un corso da telegrafista e poi la pratica a Roma al Ministero. «Finiti i due mesi mi hanno detto: “Napoli e si imbarca”». Nove mesi sulla Calliope, la nave italiana che pattugliava il canale di Otranto e il canale di Sicilia.
Poi sceglie lui il suo destino: «Sapevo che dovevamo sbarcare un militare che doveva raggiungere la Grecia, e ho chiesto di andare al suo posto: ero curioso». Curioso della Grecia antica che aveva studiato sui libri di scuola, curioso di vedere il mondo. E nello zaino infila anche le sue due passioni: la scrittura e «la fotografia, che amavo ancor prima di possedere una macchina fotografica». La prima la acquista, usata, proprio in Grecia: la stessa che gli sarà sequestrata nel campo di concentramento e che riuscirà miracolosamente a riavere il giorno della liberazione del campo. Del periodo greco – quell'anno a Patrasso e poi il resto a Novarino - raccoglie una documentazione preziosa e unica: i volti dei commilitoni e gli amici, i luoghi toccati da marinaio o da viaggiatore curioso, e la cronaca. Come quella del siluramento nel '42 della motonave Nino Bixio. «Proveniva dall'Africa, carica di prigionieri alleati. C'erano morti e feriti. Nella confusione ho trovato il libretto personale di un soldato australiano e al ritorno ho scritto alla moglie offrendomi – nel caso non fosse tornato - di dirle cos'era successo. Il marito si era fortunatamente salvato, ma è comunque iniziata una corrispondenza con mia madre durata tantissimi anni».
Quando da Navarino va ad Atene a portare a riparare gli apparecchi radio ne approfitta per acquistare gli acidi per stampare le foto. «Avevamo allestito una specie di studio e riuscivamo a guadagnare anche bene: davamo qualche foto ai fornai e loro in cambio ci davano le pagnotte». Nel mentre scrive, racconta, affida i pensieri ai quaderni.
L'8 settembre 1943 è alla radio quando capisce cosa sta per accadere: «Volevamo avvvisare del pericolo tutte le isole, dove trasmettevano con una bicicletta e un motorino: le comunicazioni funzionavano solo se uno pedalava. Ma non abbiamo fatto in tempo: a Roma erano disorientati, non sapevano che indicazioni darci, e alla fine i tedeschi ci hanno fatti tutti prigionieri».
Fino ad Atene su un vagone bestiame, una attesa in caserma per due giorni, poi di nuovo in carrozza come animali. «Ci avevano promesso che ci avrebbero portati a casa ma una volta arrivati a Trieste hanno bloccato i vagoni e il treno ha cambiato strada. Pensavamo male, durante il viaggio...». La destinazione è Torùn, in Polonia, e STALAG XXA nr 448 55 è la nuova identità di Gianni Benni, incisa su quella piastrina che gli hanno concesso di portare a casa per metà e che da allora porta sempre con sè. La prigionia significa lavoro duro e stenti, solidarietà «tra compagni d'arma e di sventura». Prima in una fattoria poi in una fabbrica di sommergibili a Danzica, dove lungo la Vestola i cantieri navali costruivano ciascuno un pezzo. «Ne uscivano due sommergibili a settimana per i tedeschi. Era difficile, c'era una fame da crepare. Dividevamo il pane in sette pezzi e li distribuivamo alla cieca perchè eravamo diventati noiosi: si litigava anche per un boccone in più o in meno. E temevamo che ci riportassero in Italia per combattere».

A settant'anni di distanza rivive tutto come fosse ora. Negli occhi passa la disperazione: «Per un certo periodo c'erano 400 donne. Lavoravano giorno e notte, poi d'improvviso sono sparite. Qualcuno ha detto: “Le han brusè”. Non ci volevamo credere, ma era vero: erano ebree». La paura: «Una volta ho dato una mano a uno che scappava ma è stato da poco furbi: quando ci hanno preso ho ricevuto una pedata così forte che per quindici giorni non sono riuscito a sedermi. Ma l'ho scampata bella». La gratitudine: «Un giorno una ragazza tedesca in Polonia mi ha fatto un regalo incredibile: un quaderno».
La nostalgia: «Passavano tempi lunghi senza sentire la famiglia, ma a volte arrivavano anche pacchi. In uno c'era una scatola di latte in polvere: avevo così fame che l'ho mangiato a cucchiaiate fino a star male».
«Finirà prima o poi la guerra o finiremo noi?», scrive in un giorno di particolare sconforto. Finirà, sì: il 27 marzo 1945 i russi arrivano a Torùn. «Grandi cose, caro diario! Grandi cose da raccontarti!!». Ma in realtà «i russi erano impegnati a occupare e a portarsi via tutto: di noi a loro non fregava niente». Ed è quasi sette mesi più tardi, il 10 ottobre, che Gianni riesce - «un po' ammaccato ma grazie al cielo intatto» - a rivedere i contorni familiari di Pellegrino. Pellegrino dove ritrova la vita, mette al riparo i ricordi, dove si dedica ancora alle sue passioni, come dimostra la piccola esposizione casalinga di apparecchi fotografici. E dove oggi mostra eccezionalmente il suo tesoro nascosto: che basterebbe solo così, semplicemente stampato, a diventare un efficacissimo libro di storia.

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