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Intercultura, 100 anni

Tre storie di parmigiani che si fanno onore nel mondo

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Intercultura compie cento anni. Li ha festeggiati a Parma, con il congresso del centenario. Dalla nostra città, ecco tre storie di ragazzi a cui il viaggio oltre i propri confini ha cambiato la vita. Manuel Giardino, Alessia degli Incerti e Matteo Godi: tutti e tre, partiti con borse di studio, hanno vissuto a contatto con altre culture, in Cina e negli Stati Uniti.


MANUEL GIARDINO
L'esperienza in Cina (2011/2012) è stata a Changzhou, Jiangsu. Ora è al secondo anno del secondo anno del corso di storia dell'arte al Courtauld Institute of Art (University of London)
Cosa ti ha lasciato il viaggio che hai fatto?
“L'esperienza Intercultura in Cina mi ha arricchito sotto tantissimi punti di vista: i più ovvi sono quelli linguistici e culturali. Tuttavia, andare in Asia mi ha aiutato ad uscire dalla visione un po' Eurocentrica, per la quale noi tutti europei pensiamo di essere il centro del mondo. La cultura cinese (intesa in senso lato, quindi anche il modo in cui la gente vive, come organizza la giornata, quali sono i valori a cui viene data più o meno importanza) è vastissima e come patrimonio non ha niente da invidiare alla nostra. Il fatto che conoscessero poco della cultura europea in senso lato all'inizio mi infastidiva e lo recepivo come un segno di ignoranza, ma col passare dei mesi ho realizzato che i cinesi in Europa pensino la stessa cosa.
Quale è stato il momento più difficile e quale il più bello?
Di momenti difficili ce ne sono stati: lo shock culturale non si manifesta all'inizio, è una cosa che si fa strada lentamente e cresce insieme a te. Devo dire che il momento più duro è stato Natale, un po' perché la mia famiglia ospitante non era molto presente, un po' perché non è festeggiato, né sentito, né compreso nell'essenza della festa che in occidente è data per scontata. Quello è stato il picco dello shock culturale. Ovvio, di disguidi minori ce ne sono, ma fanno quasi tutti parte del gioco. Di momenti belli ce ne sono stati tantissimi e sono quelli che uno, ovviamente, ricorda più volentieri. È difficile sceglierne uno tra i tanti. Ma devo dire che il momento più bello è stato fuori dal viaggio, è stato lo scorzo marzo, quando la mia seconda famiglia ospitante è venuta a trovarmi. Quando passa un po' di tempo, uno inizia a pensare alla sua esperienza Intercultura come se fosse un sogno. Nel rivedere la mia famiglia, ho capito che non era stato un sogno. La cosa più bella che ti lascia l'esperienza sono i legami, senza dubbio. Non si può sciogliere un legame con le persone con cui hai condiviso ogni tipo di emozione, senza vergogna. Nel mio caso, eravamo pochi stranieri, in un posto dove è difficile ambientarsi. Ti confronti sempre con le stesse persone, che alla fine diventano estensioni di te stesso”.
Ora studi a Londra, cosa vorresti fare dopo l’università?
“Io adesso sono al secondo anno di storia dell'arte a Courtauld, Londra (con concentrazione in arte medievale europea e mediorientale), non so che tipo di mestiere finirò a fare, sono aperto a considerare le opzioni che la City mi propone.”
A chi consiglieresti di partire?
“Consiglierei un'esperienza Intercultura ai ragazzi curiosi, che vogliono vedere com'è davvero il mondo fuori da Parma. A coloro che fanno il concorso per partire direi una cosa: Intercultura offre tantissime mete, il mondo è grande e le culture sono tante e sono tutte da scoprire, tutte hanno pro e contro. Quando si osa, soprattutto in questo caso, c'è sempre qualcosa da imparare”.


ALESSIA DEGLI INCERTI
è stata negli Stati Uniti nel 1997-98. Dopo la specialistica in biologia molecolare alla Weill Cornell University, ha lavorato come ricercatrice con studi sulle malattie cerebrali degenerative. Ora e' ricercatore associato alla Rockefeller University a New York.
Cosa ti ha lasciato Intercultura?
“Io ho avuto un'esperienza molto positiva con il mio viaggio intercultura. sono stata ospitata da una famiglia con cui sono ancora oggi in contatto (li vedo piu' spesso che non la mia famiglia italiana, vista la vicinanza). Come esperienza la consiglio sicuramente a chiunque voglia mettersi in gioco e voglia crescere. e' un modo per trovare la propria strada e la propria indipendenza e autonomia (ovviamente nei limiti visto che quando sono partita con intercultura avevo 16 anni). Ma secondo me e' un'ottima esperienza per relazionarsi con il mondo che sta al di fuori della realtà cittadina (che sia Parma, Bologna, Roma...). È un'esperienza di vita, all'inizio non hai nessun amico, non conosci nessuno - e molto spesso devi inserirti in comunità dove tutti si conoscono dalle elementari. E ti confronti con diverse culture, diversi usi”.
Parlaci del tuo lavoro
“Per quanto riguarda il mio lavoro... prima, un breve riepilogo sui miei studi: io ho fatto biotecnologie mediche a Bologna, poi mi sono trasferita a New Yotk per fare il dottorato in Neuroscienze alla Cornell University. Un anno e mezzo fa ho iniziato il mio post-dottorato alla Rockefeller University, e dall'inizio di Settembre sono Ricercatore Associato. Il mio lavoro attuale è nel campo della ricerca di base, e utilizzo cellule staminali per modellare le prime fasi dello sviluppo embrionale per capire come ci sviluppiamo , per produrre in laboratorio cellule (per esempio neuroni, cellule del cervello) che possiamo usare per modellare malattie (per esempio Huntington, Parkinson...) così da avere un sistema più consono per identificare farmaci/trattamenti. Infine per capire le differenze tra vari sistemi animali e l'uomo. Dal punto di vista pratico, il mio lavoro comprende: fare esperimenti e analizzare risultati, tenermi aggiornata sulle pubblicazioni nel mio campo e innovazioni nel campo scientifico in generale, scrivere o contribuire a grant (=applications per richiesta di fondi per supportare la ricerca) e presentazioni, andare a conferenze, e insegnare le tecniche di laboratorio ma soprattutto il modo di pensare scientifico ("il metodo scientifico") a studenti e tecnici di laboratorio”.

MATTEO GODI
Attraverso Intercultura, ha vissuto a Boise (Idaho) negli Stati Uniti nell’anno scolastico 2009-2010. Al rientro in Italia ha completato il quinto anno del liceo classico Romagnosi. Ha fatto domanda per frequentare l’università negli Usa. È stato ammesso a Yale, con una borsa di studio. Ora è al quarto anno, frequenta due corsi di laurea, uno è Etica, Politica ed Economia e l'altro è Filosofia.
Com’é studiare a Yale?
“Mi trovo molto bene, è difficile, questo sì, ma è un’esperienza fantastica sotto ogni punto di vista. Ci sono tantissime opportunità, sia a livello accademico che al di fuori. Da quando sono qui, ci sono stati incontri con Aung San Suu Kyi, Bill e Hilary Clinton, José Manuel Barroso, Sabino Cassese e Marta Cartabia della Corte Costituzionale, l’ambasciatrice italiana a NYC, vari presidenti e primi ministri, giudici della corte suprema americana, ecc. Ho conosciuto persone fantastiche, sia studenti che professori da tutto il mondo. L’esperienza universitaria qui è certamente diversa da quella italiana. Vivo in un “residential college” (ce ne sono 12 a Yale, a cui si viene assegnati a caso il primo anno e in cui si rimane per tutti e 4 gli anni). Altri 300-400 studenti vivono in questa struttura, che è organizzata attorno ad un cortile alberato centrale, con le stanze tutt’attorno. C’è una mensa, biblioteca, palestra, sale comuni, cinema, ecc. Questi “residential colleges", le varie aule e biblioteche centrali costituiscono quello che può essere considerato il centro storico della città di New Haven; è tutto a due passi di strada. In una giornata tipo non abbandono mai quello che è il mondo universitario. Ho circa 12 ore di lezione a settimana (e non esiste l’opzione di non frequentare), e poi ogni settimana ho centinaia di pagine da leggere e compiti vari. In questo senso è strutturata come un liceo; in aggiunta all’esame cumulativo a fine semestre, ci sono vari saggi brevi, parziali, presentazioni, ed esami orali durante tutto il semestre. C’è tanto da studiare; poi gioco a pallanuoto e alleno la squadra femminile, quindi per un motivo o per l’altro sono sempre impegnato. Ogni tanto mi concedo una scappatella di uno o due giorni a NYC con la mia ragazza”.
Come vorresti fare dopo l'università, vorresti tornare in Italia o quali progetti hai in mente?
“Quest'anno è l’ultimo anno di università. Mi laureo il 18 Maggio 2015, e in questo momento sto facendo domanda di ammissione per frequentare la scuola di legge negli USA. Si tratta di una scuola professionale, di dottorato, post-laurea, di tre anni (professional doctorate and first professional graduate degree). Quindi per altri tre anni almeno sarò qui negli Stati Uniti. Ovviamente mi piacerebbe tornare in Italia, visto che la mia famiglia è a Parma. Ma dipenderà da tanti fattori. Sicuramente sembrano esserci più possibilità qui, almeno per un neo-laureato, che in Italia, ma visto che rimarrò ancora nel mondo universitario per più di tre anni, mi sembra prematuro aprire od escludere possibili sbocchi”.
Come cambia la vita Intercultura?
“Sono stato a Boise, nell’Idaho - un posto che non sapevo neanche esistesse prima di ricevere la comunicazione da Intercultura. Mi sono trovato davvero molto bene, sia nella mia famiglia che a scuola. È difficile descrivere come esattamente tutto questo mi abbia cambiato, ma mi ha certamente aperto gli occhi sotto molti punti di vista. Si impara a diventare più autonomi, in parte perché le famiglie americane culturalmente sono diverse dalla tipica famiglia italiana. E soprattutto ti rendi conto che c’è un mondo là fuori, con tantissime opportunità ed esperienze che una realtà limitata come può essere quella di Parma (e Ponte Taro, nel mio caso) non offre. Sembra clichè da dire, ma davvero non lo si capisce fino in fondo fin quando non si esce dalla “confort zone” che è rappresentata da casa e dalla propria città. Mentre ero all’estero molti miei amici americani hanno fatto domanda per il college, e quindi ho iniziato a pensarci su anche io. In particolare, un mio amico aveva vinto una borsa di studio per studiare ad Harvard o a Yale. Al che ho pensato: perché non ci provo anche io? E alla fine eccomi qui. Sicuramente non avrei mai pensato di venire a studiare negli USA se non fosse stato per il mio anno con Intercultura, e molto probabilmente non sarei dove sono ora. E senza il supporto incondizionato dei miei genitori, partendo dalla decisione di andare all’estero con Intercultura, tutto questo sarebbe stato impossibile.”
A chi e perché consiglieresti di partire?
“A tutti. Certamente non è facile stare via da casa per un anno (lo dice una persona che è stata a casa per 3 settimane negli ultimi 12 mesi…), sia dal punto di vista affettivo, famiglia ed amici, che da quello scolastico. Ma Intercultura offre anche possibilità di 6 o 3 mesi, e negli Stati Uniti (per quanto riguarda la mia esperienza) è un’organizzazione estremamente ben strutturata che offre supporto allo studente durante tutto il periodo di permanenza. Molti ragazzi fanno esperienze di Erasmus durante l’università, ma credo che fare un’esperienza all’estero a 17 piuttosto che a 22-23 anni sia tutta un’altra cosa. Sia per i motivi che ho spiegato sopra, sia al fatto che comunque uno dei vantaggi di Intercultura è quello di vivere all’interno di una famiglia, un fatto che dà tutta un’altra prospettiva ad uno studente straniero che sta cercando di ambientarsi all’interno di una nuova cultura. Almeno nel mio caso, Intercultura mi ha aiutato ad orientare le mie decisioni al termine del liceo e durante l’università. Ovviamente non deve essere un’esperienza forzata, perché altrimenti tutti i suoi vantaggi scomparirebbero, ma lo consiglierei davvero a chiunque”.
quali stage hai fatto mentre studiavi?
“Il primo anno, ho fatto uno stage estivo a New Haven grazie alla President's Public Service Fellowship, presso l'Ufficio per lo Sviluppo Economico della Provincia di New Haven. Il secondo anno, sempre d'estate, sono tornato a Parma, e ho lavorato come stagista presso l'ufficio legale della Barilla. L'estate scorsa, fino ad Agosto 2014, ho lavorato a Washington DC come investigatore presso il Public Defender Service for the District of Columbia - un'organizzazione di avvocati di ufficio che rappresenta cittadini indigenti accusati di delitti vari. Io lavoravo su casi di minori, per la maggior parte tra i 10 e i 17 anni. Qui a Yale, ho vari lavori part-time: assistente di ricerca per il presidente della Facoltà di Scienze Poliche, assistente di ufficio alla Facoltà di Italiano, tutor di Italiano per studenti di Yale, traduttore per alcuni progetti alla Law School e supervisore per i campionati di pallanuoto interni all'università (che si svolgono tra i vari residential colleges)”.

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  • leoprimo

    18 Novembre @ 17.39

    Cina, Stati Uniti, Regno Unito, si parla di stati nei quali si investe ancora nella cultura qui esiste un GRANDE PROGETTO chiudere le scuole superiori il sabato perché mancano i soldi per il riscaldamento. GRAZIE ai politici, ai burocrati tutti lungimiranti e incrollabili a non MOLLARE i propri privilegi

    Rispondi

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