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L'Assoluto cercato e vissuto

I luoghi e i protagonisti della devozione religiosa: una struggente carrellata dal Tibet alle Ande

L'Assoluto cercato e vissuto
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Dio è ovunque. E le strade per cercarlo sono infinite. La prima è dentro di noi in un raccolto silenzio che permette di udire la voce dell’anima. Cercare Dio – ha scritto Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose - «è uno slancio del desiderio d’assoluto che ci è stato posto nel cuore dal Signore stesso». E questo desiderio si carica di un’energia che si configura nel sentimento religioso e che ci spinge a cercare Dio anche fuori di noi facendo della nostra vita un pellegrinaggio d’amore verso Dio e verso il prossimo, un cammino spirituale, che ci spinge anche a visitare i luoghi sacri, quelli che hanno segnato gli eventi più significativi di una religione o in cui si venerano i santi personaggi. Luoghi che incantano ed emozionano, a qualsiasi religione appartengano, e che coinvolgono intensamente per la loro seducente atmosfera spirituale.
Luoghi che troviamo in tutte le parti del mondo visitati da milioni di persone, disposte a sopportare fatiche e disagi. Infatti, se in Europa e in altri paesi economicamente avanzati il pellegrinaggio ha preso la forma di turismo religioso, in Arabia, in Etiopia, in India, nel Tibet, nelle Ande i pellegrinaggi si svolgono in condizioni di estrema indigenza, con mezzi di trasporto precari e lunghi tratti a piedi. Dal 1972 il fotoreporter giapponese Kazuyoshi Nomachi ha seguito questi pellegrini tra le montagne, nel deserto, lungo i fiumi, nei raduni sterminati cogliendo immagini di straordinaria bellezza umana e paesaggistica, che vengono presentate a Roma (fino al 4 maggio) al Centro di Produzione Culturale La Pelanda nella mostra intitolata «Nomachi. Le vie del sacro», accompagnata da un catalogo estremamente suggestivo, edito dal National Geographic Italia con testi in italiano e in inglese. Il Sahara, il Nilo, l’Etiopia, l’Islam, il Gange, il Tibet e le Ande sono le tappe di un cammino che tocca luoghi remoti dove – come sottolinea Marco Cattaneo - «il quotidiano confronto dell’uomo con la natura non si è stravolto nei secoli, come è avvenuto in Occidente». E il contatto con la natura nella sua magica forma originaria porta l’uomo verso il soprannaturale, simboleggiato nelle grandi religioni (Cristianesimo, Islam, Induismo, Ebraismo, Buddismo) dalla vetta: quella geografica dove avvengono gli episodi più significativi; quella spirituale dove l’uomo raggiunge la pace interiore dopo un arduo percorso d’ascesi. Il Sahara è il regno del deserto, di uno spazio infinito segnato dai morbidi profili delle dune disegnate dal vento e colorate dal sole che le indora e al tramonto le tinge di un rosso fiammeggiante striato di scure ombreggiature. C’è anche il deserto di rocce erose dai secoli che nel Tassili algerino diventa una inquietante foresta pietrificata; e sulle pareti si possono ritrovare antichissime incisioni rupestri come i felini selvatici nel Fezzan Libico. Sulla sabbia restano le impronte degli animali, degli uomini come i tuareg che vivono in tende di pelli conciate e si avvolgono in mantelli e turbanti per ripararsi dal caldo e dal freddo e dalle nuvole di polvere che incipriano con violenza le oasi. Lungo il Nilo Nomachi ha incontrato nel Sudan meridionale una tribù che vive in simbiosi con gli animali come nella preistoria: immagini che sconcertano quella di un ragazzo Nuer che succhia il latte direttamente dalla mammella di una mucca o quella di un altro ragazzo che soffia nell’utero di una mucca per farle produrre più latte; animali dalle lunga corna e dai dorsi scheletrici che si accampano casualmente nella notte interrompendo la quotidiana faticosa ricerca d’un povero cibo. Alla fine della stagione secca la notte s’accende dei fuochi dei pascoli bruciati per favorire la crescita dell’erba nuova. Negli accampamenti di capanne di papiro si innalzano i fumi grigiastri dei roghi di sterco bovino che allontanano gli insetti. Tra i monti dell’Etiopia settentrionale, caratterizzati da chiese rupestri scavate nella roccia, la popolazione vive un cristianesimo con modalità che si perpetuano da secoli e folle di pellegrini ascoltano i sermoni nei cortili delle chiese. Folle che nell’Islam si fanno oceaniche alla Mecca intorno alla Kaba, quando nella Notte del destino si celebra la rivelazione del Corano al Profeta. E alla Mecca si conserva pure la Pietra Nera, la roccia che, secondo la tradizione, portò con sé Adamo quando venne cacciato dal Paradiso Terrestre. Sacro al culto induista è il fiume Gange che scende dai ghiacciai dell’Himalaya. Nelle sue acque a Varanasi si immergono i pellegrini per il bagno sacro tra le nebbie del primo mattino e le sue acque vengono raccolte in una mistica pratica devozionale. A sera per la festa dedicata a Siva le sue rive scintillano di migliaia di lumi votivi. E quando una persona muore, il suo corpo cosparso di fiori bianchi viene immerso per essere purificato prima della cremazione.
I tibetani invece sono devoti a Budda e i pellegrinaggi si svolgono verso monasteri situati in altopiani aridi sovrastati dalle montagne himalaiane: una ragazza dai grandi occhi si sparge il viso di una sostanza protettiva; un bimbo viene trasportato legato al dorso di uno yak; a Lasha, la città santa, pellegrini compiono tratti di strada strisciando per terra. Sulle Ande in Perù in una valle a 4.700 metri d’altitudine la celebrazione del «El Senor de Qoyllur Rit’i», Gesù Cristo, richiama oltre centomila devoti che si accampano in piccole tende, si mascherano, accendono ceri alla statua di Gesù davanti alla quale giovani donne pregano commosse: espressione di una fede sincera, di un amore che non ha confini.

 

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