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Klimt genio e raffinatezza

Milano, opere a Palazzo Reale fino al 13 luglio

Gustav Klimt

Gustav Klimt

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Gustav Klimt, sommo protagonista della Secessione Viennese, è uno degli artisti più noti in assoluto e la sua fama è legata ad alcune opere che costituiscono delle autentiche icone storiche. Il seducente linguaggio che l’ha reso celebre, però, non è frutto di una improvvisa folgorazione ma è stato costruito lentamente, anno per anno, come viene raccontato con ampiezza di documentazione nella sorprendente mostra – accompagnata da uno splendido, raffinatissimo catalogo edito da 24 Ore Cultura - «Klimt. Alle origini di un mito» in corso a Milano a Palazzo Reale (fino al 13 luglio) a cura di Alfred Weidinger, con la collaborazione di Eva di Stefano, il quale è riuscito a raccogliere una ventina di dipinti del maestro, oltre a molti suoi disegni e a significativi lavori di artisti contemporanei e del fratello Ernst. E’ stato pure ricostruito in fac-simile, nelle stesse dimensioni dell’originale (sette pannelli alti m. 2,20 e lunghi complessivamente 24 metri), il celeberrimo «Fregio di Beethoven» realizzato da Klimt a Vienna nel 1902 per decorare una sala della Esposizione della Secessione.
Gustav (1862 – 1918) è nato in un sobborgo di Vienna, secondo di sette fratelli. Suo padre, orafo incisore, a 14 anni l’ha mandato alla scuola di arti e mestieri del Museo austriaco per l’arte e l’industria nel quale, l’anno seguente, entrava pure il fratello Ernst. Vienna stava vivendo un periodo particolarmente felice perché l’imperatore Francesco Giuseppe nel 1857 aveva deciso di abbattere le mura e trasformarla in una città moderna, come Parigi: nascevano così palazzi sontuosi con ricchissime decorazioni che richiedevano mano d’opera specializzata. Con uno spiccato senso imprenditoriale, nel 1881 Gustav insieme al fratello Ernst e al compagno di scuola Franz Matsch danno vita ad una società che si occupa di decorazioni pittoriche di interni ed esterni, la Kunstler Compagnie (Compagnia degli artisti) che dura un decennio. La rassegna prende avvio da questi primi anni con Gustav diciottenne che ritrae le sorelle Klara e Hermine, con foto dello stesso Gustav e di Ernst che poi dipingono due ritratti miniaturizzati di bimbi su avorio; della scuola d’arte sono rimasti esercizi di nudo, teste, ritratti. Sono anni contrassegnati dallo storicismo dove si mescolano stili del passato che hanno il massimo interprete in Hans Makart di cui vengono presentati bozzetti e dipinti: questa strada viene percorsa pure da Gustav, Ernest e da Franz Matsch nei progetti decorativi per teatri e musei improntati alla tradizione accademica, trionfante nei dipinti del Burgtheater di Vienna per i quali gli autori ricevono dall’imperatore la croce d’oro con corona. Nel 1892 muoiono il padre e il fratello Ernst.
Klimt entra in un periodo di crisi e inizia a riflettere sulla pittura, influenzato dal viaggio a Venezia con la scoperta dei dorati mosaici. Così nel 1897 aderisce alla Secessione che si propone di riformare la vita artistica: «Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà». Si reagisce contro lo storicismo carico, opulento teorizzando dalle pagine della rivista «Ver sacrum» un’arte totalizzante. La grande svolta avviene nel 1902 con la realizzazione del «Fregio di Beethoven», racconto simbolico dell’anelito alla felicità. I valori pittorico-atmosferici vengono abbandonati e la scena si svolge in uno spazio rigido e bidimensionale, solcato da linee sinuose e fluenti, dove elementi naturalistici si fondono con motivi ornamentali in un rifulgere di ori e di materiali preziosi che donano all’insieme una calamitante suggestione con echi dei preziosismi bizantini mischiati alla levità delle stampe giapponesi. Il percorso espositivo cambia: da cronologico diventa tematico evidenziando i mutamenti avvenuti negli anni nella rappresentazione dei paesaggi, dei ritratti, del nudo. Gustav Klimt fino all’inizio del Novecento dipinge i paesaggi all’aperto con pennellate brevi e fitte che creano ambienti soffusi di idilliaca quiete pastorale. Poi il segno diventa nitido, incisivo e nel 1907 realizza «Girasole», eccelso capolavoro che esce per la prima vola dal Belvedere di Vienna: su una base spumeggiante di vivacissimi fiori di campo si erge morbida e maestosa una piramide di larghe foglie carnose che sostengono l’aurea fulgente corolla del girasole festeggiato da una fitta cascata di foglioline verdi, azzurre, violacee punteggiate d’oro. Koloman Moser, Carl Moll, Rudolf Junker offrono confronti.
Nei ritratti prevale nettamente il genere femminile. Le ricche borghesi amavano farsi ritrarre da lui anche se venivano chiacchierate per la fama di seduttore dell’artista che non si è mai sposato ma ha avuto un lunghissimo intenso rapporto anche epistolare – sono esposte varie lettere – con l’affascinante Emilie Floge, sorella della vedova del fratello Ernst; e si pensa possa essere lei la elegante dama in nero ritratta nel 1894 con una incantevole perfezione formale, esaltata da una virginale luminosità. Da lei alla Salomè del 1909 corre una distanza abissale. Salomé è uno stupefacente capolavoro pervaso da una tensione frenetica di piccole forme geometriche che creano un tumulto cromatico e psicologico da cui esce una donna, torbida di pensieri in cui si intrecciano eros e thanatos, che affonda le dita rapaci fra i capelli della vittima sacrificale. Altro grande capolavoro, ma di contenuto opposto, è «La madre con i due bambini» (1909): un inno alla donna madre che avvolge i suoi piccoli figli in un grande manto e si addormenta con loro in un’atmosfera di amorevole tenerezza e serena tranquillità famigliare. Infine i nudi con disegni che esplorano i corpi femminili e maschili e l’enigmatica Eva con dietro un Adamo scultoreo e dolente, rimasto incompiuto.

 

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