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Gaibazzi, l'avventura della ricerca

Ventesimo anniversario della morte. Dipinti, disegni e opere grafiche di forte tensione conoscitiva. Maestro eclettico in sintonia con i più interessanti fermenti culturali internazionali

Gaibazzi, l'avventura della ricerca

Un'opera di Remo Gaibazzi

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Proprio oggi sono trascorsi vent’anni dalla morte di Remo Gaibazzi (Stagno di Roccabianca 1915 – Parma 1994), uno degli artisti più eclettici della nostra città, celebrato dalla critica e la cui memoria d’instancabile ricercatore e promulgatore di cultura prosegue con l’Associazione a lui intitolata che offre appuntamenti artistici a cadenza settimanale.Come i più grandi ha tentato varie strade e s’è lasciato sedurre da proposte creative sempre differenti, passando dalla caricatura degli inizi (ha collaborato con giornali umoristici locali e vent’anni con la Gazzetta di Parma) fino all’astrazione concettuale dell’ultimo periodo. Del resto, una vocazione sembra nascere a volte per scherzo, dall’impulso a rileggere la realtà circostante in termini talora ironici, sarcastici, per lui quasi amari. Nella sua prima produzione di vignettista già s’avverte quella riflessione esistenziale che poi si porterà dietro per tutta la vita, fino ad esorcizzarla con l’essenzialità estrema nel colore e nella linea, nel moto ripetitivo delle ultime sperimentazioni. Si parla di forme alla Bacon con dominanti d’ombra nei corpi del periodo figurativo, quindi queste diagonali oscure, queste geometrie inquietanti tornano nei paesaggi architettonici, spesso svuotati di presenze, ma sempre evocanti ossessioni ancora non ben definite. Verrebbe da coniare il termine di espressionismo geometrico, architettonico e poi pop. Questo mondo che lui osserva è sempre più vuoto, i colori s’appoggiano reciprocamente ma rendono un disagio, una solitudine più profonda rispetto alla folle consumistica ripetizione di Andy Warhol. Gaibazzi lascia solo le ombre dalle liquefazioni di Francis Bacon, solo scheletri depauperati di dignità, ritratti di misera umanitá ancor più consunta di quella di Grotz, Dix, Pechstein e infine solo spazi disabitati dalle desolanti periferie di Hopper. Ma sono gli edifici della nostra città, mutilati dall’ombra e quasi apparizioni di superfici private di qualsiasi vita quelle chine e acrilici esposte nella grande mostra del 1970 organizzata in Pilotta dall’Istituto di Storia dell’arte e da Arturo Carlo Quintavalle, che tra i primi riconobbe la forza e la qualità artistica di Gaibazzi, facendolo conoscere e apprezzare fuori dai confini della provincia. Dalla critica sociale, dal neorealismo, da atmosfere al limite del metafisico paragonabili alle città cinematografiche e fotografiche di Antonioni, quindi dall’uomo e dal luogo del suo abitare, la sua ricerca continuò per finire poi alla comunicazione estrema della scrittura, del segno grafico. Gaibazzi approfondì le teorie del gruppo di Tel Quel fondato da Philippe Sollers nel 1960, e del movimento artistico Supports/Surfaces, dei filosofi francesi Gilles Deleuze e Louis Althusser. Così sorsero opere che affrontano il rapporto tra il supporto e la superficie, la sua sostanza espressiva. Il discorso luce-ombra permane nel contrasto tra i materiali sovrapposti, nelle lacerazioni dei segni, quindi nel vortice ossessivo. Dopo aver dipinto la solitudine ne traccia i suoi incubi, i fantasmi della mente. Ci sono parallelismi con i meccanismi versatili di Munari, il segno moltiplicato e simbolico, ma manca l’aspetto ludico, gioioso, rutilante e possibilista, mentre in Gaibazzi il cerchio è vortice ossessivo, la parola che si ripete è infatti «lavoro» nelle opere dell’ultimo periodo sulle quali si è particolarmente concentrata la critica e che hanno costituito buona parte della mostra celebrativa organizzata dal CSAC nel 1996. La riflessione e l’operazione di Gaibazzi è infatti rivoluzionaria sul tema della temporalità, sul valore del cambiamento e dell’evoluzione a volte impercettibile, ma lenta e costante. Quello che conta del «lavoro», di qualsiasi lavoro – ha scritto - non è l’eclatante risultato, il successo, ma la ricerca indefessa, paziente, un’operazione umile e naturale, reiterazione solo apparentemente uguale, come le scritte e le parole che lui ha tracciato su carta o vari supporti, creando dei tessuti ipnotici. Ogni segno è un pensiero e una presenza che materializza l’esistenza. La verità – come per gli orientali – non è nella sostanza individuale e assoluta, ma nella relazione e nel moto costante. Come un mandala. Gaibazzi fa del concetto arte più che dell’arte un concetto. Forse è questo ribaltamento la novità finale della sua opera. Il prossimo anno ricorre anche il centenario della nascita e l’Associazione ha in serbo una mostra e una pubblicazione che riferisca non solo il vasto dibattito critico su di lui, ma anche i suoi scritti e le sue riflessioni sull’arte che l’hanno posto su un piano di confronto nazionale.

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