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La famiglia sul banco degli imputati

La famiglia sul banco degli imputati
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di Marco Severo

Sono sette le schede preparate dai ragazzi dell’Istituto comprensivo di Trecasali per l’inchiesta «Bulli di casa nostra». Ciascuna contiene un quesito teso a delineare, fra gli adolescenti di una parte della Bassa, il grado di conoscenza del bullismo.

Per diverse settimane gli alunni della Terza A hanno distribuito i moduli nei bar, negli oratori, nelle altre sezioni della scuola invitando 100 propri coetanei a rispondere alla domande.

Ne è emerso uno spaccato assai attendibile sul livello di conoscenza e consapevolezza dei giovanissimi riguardo alla questione: è più un sondaggio sulla percezione del bullismo, che un’indagine sul fenomeno: «Del resto è proprio dando la parola ai protagonisti - dice Aida Zenato, insegnante di Lettere e coordinatrice del lavoro - che si riesce a comprendere meglio le ragioni di un certo comportamento».

Lo ribadiscono anche Daniele e Filippo, due degli studenti di Terza A, che hanno curato il progetto: «Il bullismo - sottolineano - è parte del nostro mondo. Con questo intendiamo dire che noi ragazzi, che lo vogliamo o meno, ci troviamo ogni giorno a fare i conti con questo problema. Ecco perché ci interessa e ne siamo bene informati».

I quesiti proposti nelle schede della rilevazione sono: «Bullismo o microcriminalità?», «Identikit del bullo: come agisce, dove e quando», «Quali sono gli atti di bullismo più frequenti?», «Siete mai stati vittime, spettatori o bulli voi stessi?», «Perché tanti fanno i bulli?», «Quando i genitori sono responsabili?», «Come deve intervenire la società?».

Oltre alla capacità di discernere fra bullismo e piccolo atto delinquenziale - il 73 per cento degli intervistati sa distinguere fra un gruppo di ragazzi che allaga la scuola e Alessandro che, invece, ogni giorno deve dare dei soldi a Piero se non vuole essere picchiato - a impressionare è forse la serie di risposte che riguardano i luoghi nei quali il bullo preferisce agire.

Il 52 per cento degli interpellati ha infatti risposto «a scuola», il luogo in teoria più sicuro e affidabile.

«Il risultato che fa pensare maggiormente - evidenziano Omar e Pier Giuseppe - è quel 52 per cento che riguarda gli episodi di bullismo a scuola. E’ vero che noi ragazzi passiamo in aula e nei corridoi molto tempo, ma è anche vero che lì ci sono tanti adulti, i quali possono vedere ciò che facciamo. Se i bulli agiscono proprio lì è forse perché sanno che se vengono pescati con le mani nel sacco al massimo dovranno ascoltare una bella ramanzina».

«Questo, secondo noi - dicono i ragazzi della terza A di Trecasali - non solo toglie loro la paura di essere presi, ma anzi accresce la voglia di "sfidare gli adulti"».

Significativi anche i riscontri sulle responsabilità dei genitori: «Il dato che più colpisce - riflettono Federica, Francesca, Arianna e Ramanpreet - è il 67 per cento di preferenze che ha ottenuto l’opzione di risposta "quando non parlano con i propri figli". La maggior parte degli intervistati, quindi, pensa che il fatto di sentirsi trascurati dalla madre e dal padre sia causa di comportamenti sbagliati».

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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