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2008 - I soldi della camorra a Medesano

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Gazzetta di Parma 7-6-2008

MEDESANO - Ora come ora erano rimasti solo gli spiccioli. Ma quel che è certo è che i soldi «sporchi» della camorra sono stati custoditi per anni anche a Medesano. «Sporchi» di estorsioni, usura, traffico di droga, e usciti dalle tasche di un clan - i Cava di Quindici, nell'Avellinese - protagonista di una lunga e sanguinosa faida con i rivali della famiglia Graziano. Creatore di un impero criminale difeso da una efficiente organizzazione militare, poteva contare su una struttura impermeabile a defezioni e collaborazioni con lo Stato e capace di imporre l'omertà ai cittadini.

Operazione «Tempesta» - Lo hanno scoperto i poliziotti delle Squadre mobili di Avellino e Napoli coordinati dalla pm della Dda partenopea Maria Antonietta Troncone. E la loro «Operazione tempesta» ha confermato i legami fra la criminalità organizzata del Meridione e le ricche regioni del Nord, utilizzate come «cassaforte» - anche tramite prestanome -per il riciclaggio dei proventi del traffico di droga e delle estorsioni. Il risultato della «Tempesta»? Una pioggia di ordinanze di custodia cautelare in carcere - in tutto 47 - eseguite nella notte tra giovedì e venerdì, due latitanti da rintracciare e - parallelamente - il sequestro di beni per un valore di circa 180 milioni di euro: aziende, società, immobili, conti correnti postali e bancari. Ed eccoli, i legami con il Parmense e il Piacentino.Poliziotti a Medesano e AlsenoIn una banca di Medesano è stato sequestrato un conto corrente che sarebbe intestato a Biagio Cava, il boss del clan in carcere da due anni, arrestato durante la guerra di camorra contro i Graziano. E un conto corrente è stato sequestrato anche alle Poste di Alseno. Entrambi ormai quasi all'asciutto, e forse tenuti aperti per avere una possibilità in più alla bisogna. Nella cittadina piacentina ieri mattina gli uomini della Squadra mobile hanno inoltre messo i sigilli ad un intero villaggio sulla collina di Colle San Giuseppe: sei palazzine, ciascuna con sei unità abitative, costruite negli anni Settanta e poi intestate a persone considerate vicine al clan. Disabitate da anni, avevano fatto da casa ad alcuni parenti stretti dei boss dei Cava. Ed evidentemente non è un caso se tra gli arrestati figura anche Salvatore Cava, fratello di Biagio e di Antonio, detto «Ndò Ndò». Salvatore negli anni Novanta era stato il primo ad arrivare a Piacenza, in soggiorno obbligato.

Lì aveva aperto una carrozzeria, chiusa alla fine degli anni Novanta, e poi si era spostato ad Alseno. Ma il sequestro delle villet-te non è una novità: erano già sottoposte a questa misura per ordine del tribunale. Il motivo? I costruttori non erano stati pagati. Ma il clan non sembra-va molto preoccupato dalla vicenda. Inferto un duro colpo al clan Le indagini erano iniziate nel 2003, e nel blitz della scorsa notte sono stati impiegati circa 300 agenti: l'Operazione «Tempesta» ha quasi azzerato i vertici e i gregari del clan, delegati dai capi storici Biagio e Antonio Cava (in carcere per singoli episodi di estorsione) alla gestione dell'organizzazione malavitosa. Ne sono convinti il pm napoletano Antonietta Troncone ed il questore di Avellino Antonio De Jesu. Protagonista negli anni scorsi di una lunga faida con i rivali del clan Graziano, già decimata dalle forze dell’ordine, l'organizzazione dei Cava aveva mantenuto quasi intatte le proprie strutture. Le indagini hanno consentito di far emergere finalmente un quadro unitario dell’associazione, che dal Vallo di Lauro, suo originario luogo di insediamento, è riuscita progressivamente ad espandersi ad Avellino e nel resto della provincia ed anche in ampie zone del nolano, con roccaforti a Palma Campania, San Paolo Belsito, Liveri, San Gennaro Vesuviano. E questo grazie soprattutto alle alleanze con il clan Fabbrocino, nella cui orbita il clan Cava si è sviluppato, e con il clan Genovese, operante nell’Avellinese, progressivamente assorbito dai Cava.

Oltre che in Emilia, ramificazioni sono emerse anche nel Lazio. Una struttura criminale capace di accumulare un rilevante patrimonio attraverso estorsioni, usura, appalti e traffico di droga. E questo, grazie a parenti e affiliati che in virtù di antichi vincoli fiduciari, all’interno dell’organizzazione svolgevano le più diverse mansioni, da quelle strettamente legate ai rapporti con i capi del clan a quelle prettamente esecutive. Delle 47 ordinanze di custodia cautelare eseguite, una decina sono state notificate a soggetti già detenuti. Due indagati sono riusciti a sfuggire alla cattura, e vengono attivamente ricercati. C.C

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