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Le detenute si raccontano agli studenti del D'Arzo

Le detenute si raccontano agli studenti del D'Arzo
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di Andrea Violi

«In carcere le donne partecipano ad attività di laboratorio e in alcuni casi possono tenere i figli piccoli. Il rapporto con i figli è uno degli aspetti più duri della vita di carcerate, come loro stesse raccontano. Ma ciò che colpisce è lo scetticismo con cui affrontano il futuro, la diffidenza su ciò che potranno fare una volta tornate libere».

Lo spiega Lucia Musi, che con un gruppo di studenti ha incontrato una ventina di detenute della sezione femminile del carcere di Bologna. La stessa dove sono rinchiuse Anna Maria Franzoni e Antonella Conserva.

Lucia Musi è insegnante all'istituto superiore «Silvio D'Arzo» di Montecchio Emilia, frequentato da alcune centinaia di studenti della Val d'Enza reggiana e parmense. Nei giorni scorsi, assieme alla collega Simona Salsi, ha accompagnato una quarantina di studenti di Quinta Iti e Quinta Igea a parlare con le detenute. L'uscita didattica fa parte di un ciclo di incontri sulla legalità che in passato ha portato gli studenti del «D'Arzo» anche a Reggio e Parma.
Una ventina su 42 hanno accettato di rispondere alle domande dei ragazzi, di parlare delle loro esperienze di vita e in carcere. Non c'erano detenute «famose», nel gruppo, ma tante donne che hanno raccontato a ruota libera esperienze, speranze e paure.

IL CRUCCIO DEI FIGLI. «Ciò che più fa soffrire le detenute è il rapporto con i figli - spiega la Musi -. Quando hanno da 1 a 3 anni a volte possono tenerli con sé. Ma c'era una detenuta che non può vedere suo figlio perché la famiglia glielo tiene lontano. Queste donne hanno visto nei miei alunni un possibile futuro per i propri figli».
Dietro le sbarre le detenute pensano ai loro bimbi, prima che a se stesse. «Le carcerate ci hanno raccontato la fatica di affrontare la società dopo questa esperienza - continua la Musi -. Sono pessimiste sulla possibilità di trovare un lavoro e una sistemazione dopo il carcere. Una detenuta, soprannominata “Viavai” perché torna spesso in carcere, è più pessimista delle altre: “Io non cambierò mai” ha detto agli studenti».
In carcere le donne (ma anche gli uomini) possono partecipare a laboratori di informatica, di inglese, di decorazione. Imparano un mestiere che, anche nel Parmense, può dare qualche opportunità di inserimento.
I ragazzi, dialogando con le detenute, hanno sottolineato che libertà significa anche agire con responsabilità. Ma le donne fanno notare che non di rado loro hanno alle spalle vite difficili. Problemi che, a volte loro malgrado, le hanno portate in brutte situazioni o su cattive strade. Una donna che si trova in carcere per una vicenda di documenti falsificati, cercando di evitare il fallimento del suo ristorante, si è raccontata con franchezza: «Mi sono trovata in difficoltà ma se avessi trovato aiuto in qualcuno, non sarei qui. E ora pago per i miei errori».

ESPERIENZA FORMATIVA. «Gli studenti hanno incontrato anche il personale del carcere - continua la Musi -. C'erano la direttrice della sezione femminile, Palma Mercurio e un educatore, Massimo Viccone. I ragazzi sono rimasti colpiti, hanno riflettuto molto e hanno visto da vicino come il carcere sia una realtà molto difficile. Parlando con le detenute è emerso che, all'arrivo della Franzoni, non ci sono state proteste, come scritto da qualche giornale. Le detenute sono già abbastanza prese dai propri problemi». All'uscita dal carcere, aggiunge l'insegnante, si sono mescolati al gruppo degli studenti reggiani alcuni parenti di Anna Maria Franzoni, che hanno cercato così di sfuggire alle telecamere dei cronisti che si trovavano fuori dal carcere.

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