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"Noi, malati di Aids costretti a dire bugie"

"Noi, malati di Aids costretti a dire bugie"
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Cristian Calestani
Questa malattia è stata scoperta quasi trent'anni fa, ma ancora oggi noi viviamo isolati».  Inizia così lo sfogo di una coppia   di mezza età residente nel comune di Colorno, accomunati da un grande amore sbocciato nel 1998, ma anche da una terribile malattia, l’Aids, che, ancora oggi, al solo pronunciarla provoca subito una grande paura. Il loro legame con Parma iniziò nel 1998. La volontà di dare un taglio deciso con il passato portò alla decisione di lasciare la propria terra d’origine per rifarsi una vita nella nostra provincia. I primi tempi nel Parmense furono piuttosto positivi. Poi, nel 2001, l’occasione di un nuovo lavoro per lui. «Nel 2001 - ha spiegato l’uomo - un amico mi convinse ad accettare un lavoro interinale lautamente retribuito. L’occasione si presentava interessante e decisi di accettare. Ma, al primo giorno di lavoro, si manifestarono i primi concreti sintomi della malattia. Pensai ad una banale influenza. Avevo appena iniziato quell'attività, avevo bisogno di guadagnare e così mi recai ugualmente al lavoro. Nei giorni successivi le mie condizioni peggiorarono. Poi un giorno collassai sul posto di lavoro, fui portato all’ospedale e scoprii di essere sieropositivo».
Fu quello l’inizio di un incubo. Dalle analisi effettuate emerse che anche la sua compagna era sieropositiva. In ospedale rimase tre mesi e, una volta dimesso, si ritrovò senza lavoro. «Ci rivolgemmo all’assistente sociale. Chiedemmo aiuto e, in particolare, i riferimenti di qualche associazione a cui rivolgerci per ottenere informazioni. L’unica risposta che ci venne data fu quella di contattare il Sert. Andammo al Sert, ma ci venne detto che, non essendo tossicodipendenti, non avremmo potuto contare sul loro aiuto».
Viste le difficoltà economiche la coppia fu costretta ad abbandonare l’appartamento in cui viveva e a trasferirsi in una casa in zona golenale. «In qualche modo riuscimmo a sistemarci. Nel 2002, però, arrivò la piena del Po. Casa nostra fu completamente allagata e non riuscimmo a salvare nulla. Abbigliamento, arredamento e tanti ricordi personali andarono perduti».
Da novembre 2002 a gennaio 2003 la loro casa diventò un’utilitaria. Tre mesi, in pieno inverno, a vivere all’interno di un automobile con tutti i disagi che ciò comporta e la malattia che continuava il suo corso. «Nel 2003 fortunatamente il Comune di Colorno ci concesse una casa popolare. Ancora oggi siamo molto grati all’allora sindaco Sabrina Fornia. Sono veramente poche le persone che possiamo ringraziare per l’aiuto ricevuto. Tra loro non possiamo dimenticare le Volontarie Vincenziane di Colorno che non ci hanno mai fatto mancare il loro supporto, una signora che ci è molto vicina e il reparto Infettivi dell’Ospedale di Parma».
Ma la coppia colornese ha sentito il bisogno di sfogarsi soprattutto per una situazione che non esista a definire di «abbandono sociale». «Sappiamo che ci sono molti malati, come malati psichici o tossicodipendenti, che vengono aiutati - hanno spiegato - ma noi invece ci sentiamo abbandonati. L’Aids è ormai conosciuto da trent'anni, ma è una patologia che ancora non è entrata nella mentalità della gente. Da parte dei medici stessi, il più delle volte, notiamo inadeguatezza nell’affrontare questa malattia. La maggior parte di loro sembra più interessata a scoprire in quale modo l'abbiamo contratta che non ad impegnarsi per curarci. In molti casi non sono preparati ad affrontare un malato di Aids. Abbiamo diverse patologie, non solo l’Aids, ma solo in merito all’Aids ci sentiamo ripetere sempre la solita domanda “Dove l’ha presa?”, una domanda che ci viene posta con disprezzo, dando per scontato che gli unici modi per contrarla siano drogarsi o frequentare prostitute. Nonostante tutto questo non veniamo comunque considerati malati a tutti gli effetti».
«Io - ha aggiunto l’uomo - lavoro in una ditta di Parma, mia moglie non ci riesce a causa dell’Aids e di altre malattie. Il medico, su mie continue pressioni volte a lavorare di più, mi ha concesso al massimo un part-time. Al mese riesco a guadagnare circa 800 euro e finché è stato possibile abbiamo sempre cercato di lavorare al massimo delle nostre possibilità, ma ora la malattia ci impedisce di fare molte cose ed è per questo che sentiamo il bisogno di chiedere aiuto. Non sappiamo a chi rivolgerci. Non abbiamo mai avuto modo di trovare un’associazione con cui parlare liberamente della nostra malattia. Lavoro dall’età di 14 anni, ho pagato tasse allo Stato e, oggi, sento di avere diritto all’aiuto delle istituzioni. Non possiamo fare affidamento solo sulla generosità del singolo cittadino».
 I due colornesi hanno raccontato anche del delicato rapporto tra loro, la malattia e la gente che li circonda. «Ancora non si può parlare liberamente dell’Aids. Bisogna continuamente nascondere questa malattia, tenerla segreta agli amici e ai vicini altrimenti si rischia di rimanere isolati da tutti. L'Aids ti condiziona in maniera totale. La tua vita non è più quella di prima. Parli con una persona e devi mentire, altrimenti prende paura e scappa. Mentire e solo mentire, ma che rapporto è quello basato solo sulle bugie?».

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