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Trecasali - I bulli? Soltanto ragazzi in cerca di protagonismo

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 di Marco Severo

TRECASALI - C'è il «chi-dove-quando» e anche il «perché». Solo che a scrivere l’inchiesta «Bulli di casa nostra» non è stato un giornalista ma i ragazzi della classe Terza A della scuola media di Trecasali. L'indagine è stata dettagliatamente realizzata in 19 pagine, graffate a mano dai ragazzi dell’Istituto comprensivo della Bassa. Nell’opuscolo che ne è scaturito, la precisione e l’acutezza d’analisi volano ben più alto rispetto alla «generalizzazione tipica dei mass media in tema di bullismo» come dice Aida Zenato, professoressa di Lettere e coordinatrice dell’indagine.

Sfogliando il volumetto, si trovano persino dei grafici elaborati al computer, colorati e con le percentuali segnate al centro.

Così, esempio, è più facile apprendere che il bullo «di solito agisce in gruppo, a scuola e preferibilmente nei bagni». Che di norma il teppistello prepotente prende di mira i più deboli «picchiandoli o emarginandoli, poiché esiste anche il bullismo psicologico, fatto di calunnie messe in circolo con l’aiuto di internet e degli sms».

Quasi un anno è durato il lavoro di classe a Trecasali. Sono 18 gli studenti della 3ª A che si sono messi attorno a un tavolo a parlare di «violenze perpetrate sempre più di frequente dagli adolescenti». Hanno preso in mano i quotidiani e navigato su «You Tube», ascoltato telegiornali e riportato in aula umori, pensieri, proposte.

«Alla fine - racconta la professoressa Zenato - ho proposto loro di improvvisarci tutti giornalisti e di condurre una piccola inchiesta nel nostro paese e nei dintorni, sentendo amici e coetanei».

L’entusiasmo degli studenti è una miccia facile da infiammare: «Il bullismo è un fenomeno che li riguarda direttamente - conferma l’insegnante di lettere -. Ciascuno di essi ha infatti assistito almeno una volta a episodi di prepotenza esercitata su persone non in grado di difendersi, anche se va chiarito subito che nel nostro territorio mai si sono verificati episodi gravi».

Il trucco per coinvolgere gli alunni, semmai, è stato quello di «non trasformare il tema della nostra inchiesta in una materia scolastica, evitando cioè di farne un argomento da svolgere col solito metodo della lezione frontale».

Ecco allora l’idea di andare in strada, a rincorrere e inchiodare sul tavolo anatomico il fenomeno «bullismo». Dopo mesi trascorsi a dibattere e a leggere la cronaca, il bello è arrivato con i questionari da stilare e distribuire in giro: «L'idea era infatti quella di preparare dei moduli con precise domande sull'argomento - ha detto la professoressa - per poi invitare gli intervistati a esprimersi».

Sette le schede elaborate dagli studenti, 100 i ragazzini interpellati fra Trecasali, Sissa, Coltaro, Ronco, San Quirico e Viarolo: 47 femmine e 53 maschi, tutti in età adolescenziale. Fra le domande c'era quella sulla differenza tra bullismo e microcriminalità, oltre all’identikit del bullo e dei suoi atti più ricorrenti. In ultimo, il quesito principe: perché in tanti fanno i bulli? La risposta, sintetizzata nell’opuscolo, va ricercata secondo gli autori «nella voglia di sentirsi qualcuno e nella carenza di dialogo con i genitori».

Per finirla con i soliti prepotenti da corridoio, allora, servirebbe «non tanto punire i bulli - scrive Federica, una dei ragazzi di Terza A - quanto farli lavorare per gli altri, con servizi socialmente utili: solo un impiego ti fa diventare grande, affidandoti delle responsabilità e facendoti sentire di valere davvero qualcosa».

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