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Charlie Gnocchi: «Il culatello? E' tradizione e arte»

Lo showman borghigiano parla del suo romanzo, del rapporto con la gastronomia e con la sua terra

Charlie Gnocchi: «Il culatello? E' tradizione  e arte»
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Gianluigi Negri
Che abbia un bel rapporto con il cibo, lo si capisce solo a guardarlo. O ad ascoltarlo. Quando lo si segue in televisione nei panni di Mr. Neuro (per conto di «Striscia la Notizia» va a caccia di sprechi con la sua inconfondibile giacca ricoperta di euro di carta e moneta), o quando conduce su Rtl 102.5 il programma radiofonico «No problem - W l’Italia» insieme ad Alessandro Greco, Charlie Gnocchi non nasconde la «rotondità» del proprio fisico e della propria voce. Ne è giustamente orgoglioso: come chi, di fronte ad una bella fetta di culatello, se ne mangia due. Tre, quattro... o forse più. Se si parla del Re dei salumi (e magari lo si degusta anche), lui è «un vero luminare».
 Il suo esordio letterario, quindi, non poteva che chiamarsi «Culi & culatelli». 
Appena uscito per Cairo editore, il romanzo (228 pagine, 12 euro) è stato scritto da Charlie Gnocchi con Stefano Botta, per anni aiuto regista di Paolo Virzì, Peter Del Monte, Roberta Torre e Luca Barbareschi.
  Charlie, il libro si apre con una dedica al tuo compianto padre, Ercole Ghiozzi...
Anche Stefano lo ha dedicato a suo padre, Luigi Botta. Era giusto farlo, perché questa è la storia tra un padre e un figlio. Spesso i figli non riescono a capire i padri e viceversa: alcuni riescono a tornare, altri no; alcuni riescono ad essere autonomi.
Il protagonista del libro, Michele Melotti, è un musicista disilluso che, dopo alcuni anni vissuti a Roma con un lavoro a Radio Vaticana, torna nelle proprie terre, quelle della Bassa parmense, per rilanciare l’azienda di famiglia che produce culatelli...
Non ho voluto scrivere un romanzo autobiografico, ma ho scelto proprio di lasciarmi andare a questa sorta di analisi di un rapporto tra padre e figlio, con strade nuove da percorrere e legami da ricreare.
 E il tuo legame con Fidenza e la Bassa?
Per quanto riguarda il mio lavoro, sono spesso via, ma continuo ad essere legatissimo alle mie terre. In questo padre vedo anche un folle creativo, che vive per qualcosa di concreto, come il salume, inteso come tradizione e arte. Il culatello è la massima espressione della tradizione suina. In quel triangolo, nella Bassa, c’è davvero tanta arte. Lì il culatello raggiunge il suo status inarrivabile: girando il mondo, mi accorgo che siamo la Ferrari delle buone cose da mangiare.
 In questa storia c’è tanta ironia, e con te era lecito aspettarselo. C’è anche la capacità di descrivere quello che sta avvenendo oggi, da più parti, nel mondo del lavoro...
Ho voluto fare un inno alla creatività e a un certo tipo di intraprendenza che noi abbiamo. E’ un inno alla positività, in questi tempi di crisi: crisi di valori e crisi di lavori. Alla fine rimane la tradizione, che coagula e ti rafforza.
 Meglio la cucina parmigiana o piacentina?
Non rinuncio a nessuna delle due. Quando trovo una fortana che abbia una spuma «almeno il doppio» non posso non abbinarla al culatello. Da gourmet raffinato e conoscitore della cucina, non rinuncio mai allo strolghino e ai cappelletti. Non tutti sanno, però, che la coppa piacentina, quando è veramente buona e quando è prodotta nei luoghi tipici, diventa quasi come il culatello. Poi ci sono i pisarei, le chicche della nonna e il gutturnio, che spesso dà dei punti ai nostri vini.   
Gianluigi Negri

 

Che abbia un bel rapporto con il cibo, lo si capisce solo a guardarlo. O ad ascoltarlo. Quando lo si segue in televisione nei panni di Mr. Neuro (per conto di «Striscia la Notizia» va a caccia di sprechi con la sua inconfondibile giacca ricoperta di euro di carta e moneta), o quando conduce su Rtl 102.5 il programma radiofonico «No problem - W l’Italia» insieme ad Alessandro Greco, Charlie Gnocchi non nasconde la «rotondità» del proprio fisico e della propria voce. Ne è giustamente orgoglioso: come chi, di fronte ad una bella fetta di culatello, se ne mangia due. Tre, quattro... o forse più. Se si parla del Re dei salumi (e magari lo si degusta anche), lui è «un vero luminare». Il suo esordio letterario, quindi, non poteva che chiamarsi «Culi & culatelli». Appena uscito per Cairo editore, il romanzo (228 pagine, 12 euro) è stato scritto da Charlie Gnocchi con Stefano Botta, per anni aiuto regista di Paolo Virzì, Peter Del Monte, Roberta Torre e Luca Barbareschi.

 Charlie, il libro si apre con una dedica al tuo compianto padre, Ercole Ghiozzi...Anche Stefano lo ha dedicato a suo padre, Luigi Botta. Era giusto farlo, perché questa è la storia tra un padre e un figlio.

 Spesso i figli non riescono a capire i padri e viceversa: alcuni riescono a tornare, altri no; alcuni riescono ad essere autonomi.

Il protagonista del libro, Michele Melotti, è un musicista disilluso che, dopo alcuni anni vissuti a Roma con un lavoro a Radio Vaticana, torna nelle proprie terre, quelle della Bassa parmense, per rilanciare l’azienda di famiglia che produce culatelli...

Non ho voluto scrivere un romanzo autobiografico, ma ho scelto proprio di lasciarmi andare a questa sorta di analisi di un rapporto tra padre e figlio, con strade nuove da percorrere e legami da ricreare.

 E il tuo legame con Fidenza e la Bassa? 

Per quanto riguarda il mio lavoro, sono spesso via, ma continuo ad essere legatissimo alle mie terre. In questo padre vedo anche un folle creativo, che vive per qualcosa di concreto, come il salume, inteso come tradizione e arte. Il culatello è la massima espressione della tradizione suina. In quel triangolo, nella Bassa, c’è davvero tanta arte. Lì il culatello raggiunge il suo status inarrivabile: girando il mondo, mi accorgo che siamo la Ferrari delle buone cose da mangiare.

In questa storia c’è tanta ironia, e con te era lecito aspettarselo. C’è anche la capacità di descrivere quello che sta avvenendo oggi, da più parti, nel mondo del lavoro...

Ho voluto fare un inno alla creatività e a un certo tipo di intraprendenza che noi abbiamo. E’ un inno alla positività, in questi tempi di crisi: crisi di valori e crisi di lavori. Alla fine rimane la tradizione, che coagula e ti rafforza. 

Meglio la cucina parmigiana o piacentina?

Non rinuncio a nessuna delle due. Quando trovo una fortana che abbia una spuma «almeno il doppio» non posso non abbinarla al culatello. Da gourmet raffinato e conoscitore della cucina, non rinuncio mai allo strolghino e ai cappelletti. Non tutti sanno, però, che la coppa piacentina, quando è veramente buona e quando è prodotta nei luoghi tipici, diventa quasi come il culatello. Poi ci sono i pisarei, le chicche della nonna e il gutturnio, che spesso dà dei punti ai nostri vini.   

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