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Mafie: crescono gli affari nel Parmense

Presentato il «Rapporto sulle presenze della criminalità organizzata in Emilia Romagna»

Mafie: crescono gli affari nel Parmense
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Cristian Calestani
Le mafie ci sono e fanno affari. Hanno un fatturato di 20 miliardi di euro in regione e continuano a muoversi e a farsi sentire anche nel Parmense, dove il rischio di colonizzazione è ritenuto «alto» secondo i contenuti del secondo «Rapporto sulle presenze della criminalità organizzata in Emilia Romagna» curato da Renato Scalia, consigliere della Fondazione Antonino Caponnetto di Firenze che già lo scorso anno collaborò sul tema con la Camera di Commercio di Reggio Emilia, presieduta da Enrico Bini.
 Il rapporto – presentato a Brescello, da sempre luogo caldo per la lotta alla malavita – cita i casi degli ultimi mesi dimostrando come nel Parmense si debba alzare la guardia. Gli sviluppi dell’omicidio Guarino a Medesano, l’arresto di malavitosi con trascorsi a Colorno e Salso o incendi dolosi nei cantieri a Sissa e Gainago di Torrile dimostrano che anche nel nostro territorio la malavita è ormai ben radicata.
 «L’Emilia Romagna non è terra di mafia, ma la mafia c’è e rischia di colonizzare la regione – mette in guardia Renato Scalia nell’introduzione al rapporto –. Le notizie che abbiamo inserito in questo aggiornamento sono numerosissime e importanti. Il rapporto non è un romanzo, ma è il resoconto delle attività di indagine, solo quelle giunte agli onori delle cronache, della magistratura e delle forze di polizia».
 Uno dei fatti più rilevanti, mette in evidenza Scalia, è che «in Emilia Romagna, in questi anni, sono stati eseguiti molti sequestri e confische. I provvedimenti, però, sono sempre arrivati dagli organi giudiziari delle regioni del Sud. Ma in questi giorni il Tribunale di Reggio Emilia, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, ha disposto la misura di prevenzione patrimoniale nei confronti di un elemento di spicco della 'ndrina Grande Aracri. Un fatto importante e raro che sicuramente stabilirà un punto fermo per future iniziative simili. Altro fatto positivo è la costituzione della sezione operativa della Direzione Investigativa Antimafia di Bologna, che ha competenza in tutta la regione». 
Tante però le note dolenti. «Le operazioni di polizia che sono state portate a termine – aggiunge Scalia - sono veramente tante. Questo conferma che la Regione, da molti anni, è considerata terra di conquista. Le infiltrazioni criminali, facilitate anche dai mafiosi che furono mandati in soggiorno obbligato e che si sono trasferiti con le proprie famiglie, radicandosi nelle zone di confino, hanno raggiunto livelli di colonizzazione in molte zone dell’Emilia Romagna. Le mafie, negli anni, si sono spartite il territorio». 
Fu proprio il procuratore generale durante l’apertura dell’anno giudiziario dello scorso anno ad affermare: «La raggiunta pace mafiosa tra i diversi gruppi è finalizzata a un’equa spartizione del territorio e degli affari» in Emilia Romagna. «Agli inizi – spiega Scalia - la suddivisione delle zone è stata decisa da azioni cruente. Via via, nel corso degli anni, dopo che sono state acclarate le gerarchie e le egemonie, le mafie hanno in parte, ma visibilmente, archiviato i metodi criminali violenti e hanno deciso di lavorare sotto traccia, stabilendo una sorta di pax, costituendo anche alleanze e collaborazioni, realizzando vere e proprie holding imprenditoriali».  
Cristian Calestani

Le mafie ci sono e fanno affari. Hanno un fatturato di 20 miliardi di euro in regione e continuano a muoversi e a farsi sentire anche nel Parmense, dove il rischio di colonizzazione è ritenuto «alto» secondo i contenuti del secondo «Rapporto sulle presenze della criminalità organizzata in Emilia Romagna» curato da Renato Scalia, consigliere della Fondazione Antonino Caponnetto di Firenze che già lo scorso anno collaborò sul tema con la Camera di Commercio di Reggio Emilia, presieduta da Enrico Bini. Il rapporto – presentato a Brescello, da sempre luogo caldo per la lotta alla malavita – cita i casi degli ultimi mesi dimostrando come nel Parmense si debba alzare la guardia. Gli sviluppi dell’omicidio Guarino a Medesano, l’arresto di malavitosi con trascorsi a Colorno e Salso o incendi dolosi nei cantieri a Sissa e Gainago di Torrile dimostrano che anche nel nostro territorio la malavita è ormai ben radicata.
«L’Emilia Romagna non è terra di mafia, ma la mafia c’è e rischia di colonizzare la regione – mette in guardia Renato Scalia nell’introduzione al rapporto –. Le notizie che abbiamo inserito in questo aggiornamento sono numerosissime e importanti. Il rapporto non è un romanzo, ma è il resoconto delle attività di indagine, solo quelle giunte agli onori delle cronache, della magistratura e delle forze di polizia». Uno dei fatti più rilevanti, mette in evidenza Scalia, è che «in Emilia Romagna, in questi anni, sono stati eseguiti molti sequestri e confische. I provvedimenti, però, sono sempre arrivati dagli organi giudiziari delle regioni del Sud. Ma in questi giorni il Tribunale di Reggio Emilia, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, ha disposto la misura di prevenzione patrimoniale nei confronti di un elemento di spicco della 'ndrina Grande Aracri. Un fatto importante e raro che sicuramente stabilirà un punto fermo per future iniziative simili. Altro fatto positivo è la costituzione della sezione operativa della Direzione Investigativa Antimafia di Bologna, che ha competenza in tutta la regione». Tante però le note dolenti.
«Le operazioni di polizia che sono state portate a termine – aggiunge Scalia - sono veramente tante. Questo conferma che la Regione, da molti anni, è considerata terra di conquista. Le infiltrazioni criminali, facilitate anche dai mafiosi che furono mandati in soggiorno obbligato e che si sono trasferiti con le proprie famiglie, radicandosi nelle zone di confino, hanno raggiunto livelli di colonizzazione in molte zone dell’Emilia Romagna. Le mafie, negli anni, si sono spartite il territorio». Fu proprio il procuratore generale durante l’apertura dell’anno giudiziario dello scorso anno ad affermare: «La raggiunta pace mafiosa tra i diversi gruppi è finalizzata a un’equa spartizione del territorio e degli affari» in Emilia Romagna.
«Agli inizi – spiega Scalia - la suddivisione delle zone è stata decisa da azioni cruente. Via via, nel corso degli anni, dopo che sono state acclarate le gerarchie e le egemonie, le mafie hanno in parte, ma visibilmente, archiviato i metodi criminali violenti e hanno deciso di lavorare sotto traccia, stabilendo una sorta di pax, costituendo anche alleanze e collaborazioni, realizzando vere e proprie holding imprenditoriali».  

 

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  • Paul

    04 Dicembre @ 07.38

    ho vissuto 10 anni in un paesino sopra Fornovo di Taro, con amara sorpresa ho constatato che il tessuto sociale è idoneo ad infiltrazioni mafiose: omertà, spregio delle istituzioni, evasori fiscali, nepotismo, raccomandazioni.,interessi privati in atti d'ufficio, frodi alimentari ecc Certo non tutti i parmensi son così ..ma una buna fetta sì e che dire dell'ignoranza generalizzata? Infatti ho abbandonato quelle terre senza alcun rimpianto.

    Rispondi

  • Biffo

    02 Dicembre @ 03.36

    Invece di continuare a parlarne, emettendo aria fritta e rifritta e stracciandoci vesti e mutande, da ipocriti, cominciamo a fare, in concreto, prendendo provvedimenti contro la criminalità organizzata. Cominciamo con il predicare bene ed il razzolare meglio.

    Rispondi

  • stunese

    01 Dicembre @ 20.37

    cosi anche voi siete infestati

    Rispondi

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