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Mariem è tornata a casa: "Non sopportavo il dolore dei miei"

Mariem è tornata a casa: "Non sopportavo il dolore dei miei"
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di Roberto Longoni

Mariem è tornata. L'altra sera ha suonato al campanello della porta che sembrava si fosse chiusa per sempre alle spalle. «Vado a scuola» aveva detto il 28 marzo, dopo il solito bacio alla madre, come se quel venerdì fosse un giorno uguale agli altri. E invece, quel mattino Mariem Zaiem, prese il largo con i suoi diciotto anni, due paia di jeans, cinquanta euro e il permesso di soggiorno appena rinnovato. A scuola non era arrivata, dai suoi non si era più fatta vedere. Solo qualche messaggio al cellulare della madre Nabila e qualche telefonata con alcune amiche di famiglia. Per il resto, silenzio. L'altra sera, di fronte all'ingresso di casa, in via Garibaldi, alla ragazza d'origine tunisina tremavano le mani e le gambe. E' bastato un attimo perché le passasse: con la porta le è stato spalancato il cuore di tutti, tra sorrisi e lacrime di gioia. Un attimo dopo, ha riabbracciato la mamma, il papà Zouhaier - operaio alla Cerve - e i fratelli. «Sono stata accolta benissimo. Meglio di quanto mi aspettassi». Al telefono con la Gazzetta, Mariem ha una voce squillante, allegra. Con l'aria di casa, respira la felicità di chi è tornata e al tempo stesso è andata avanti. «Finalmente è di nuovo tra noi» esclama il fratello Mustafa, vent'anni, universitario. E lei: «Non riuscivo più a sopportare il pensiero che la mia famiglia soffrisse così per la mia lontananza. E' soprattutto per questo che sono tornata». Da dove non si sa. «Sono stata un po' a Parma un po' altrove» taglia corto lei. Il lieto fine, per una storia che aveva tenuto con il fiato sospeso i genitori e i fratelli della ragazza, ma anche molti amici parmigiani che la famiglia - immigrata in città da sei anni - ha saputo conquistarsi. «In questi giorni - prosegue Mariem - mi sono resa conto di quanto mi vogliano bene in tanti. Mi sono arrivati messaggi su messaggi, di persone che mi dicevano di tornare, che i miei mi aspettavano a braccia aperte. Mi sono stupita di tutte queste dimostrazioni di affetto». Diciassette giorni di angoscia, per i genitori di Mariem (ma gli amici la chiamano Mery, con la «e»). Il giorno dopo la scomparsa, sul cellulare di Nabila arrivò un messaggio, da un telefono con un prefisso di Parma e le ultime tre cifre criptate: «Ciamo, mamma, sto bene. Non mi cercate». Poi, dopo una settimana, i genitori avevano rivolto un appello attraverso la Gazzetta. Avevano chiesto anche l'aiuto delle forze dell'ordine, Nabila e Zouhaier, anche se Mery - maggiorenne - per la legge è in grado di di decidere del proprio destino e di allontanarsi da casa quanto vuole. E di provare a realizzare i propri sogni: come quello di diventare modella. Per questo, molti pensarono che la ragazza si fosse allontanata da Parma, per raggiungere Milano, capitale italiana della moda. Il giorno dopo l'appello, arrivarono altri due messaggi. «Ciao mamma, come state? Io bene. Un bacio a Semi (il fratellino di cinque anni, ndr)» il primo. Al quale seguì, dopo l'sms con cui Nabila chiedeva alla figlia di tornare a casa, un: «Adesso non posso, non preoccuparti ti voglio bene. E mangio bene». Poi, un giorno di silenzio, prima di altri due messaggi, a metà pomeriggio di lunedì scorso. Per dire che a casa Mery sarebbe tornata, se il timore di una punizione non l'avesse frenata. Sembrava che la situazione si stesse risolvendo, ma doveva trascorrere ancora quasi una settimana, perché gli Zaiem potessero tirare un sospiro di sollievo. Giorni interminabili, durante i quali molti cercarono di contattare Mery, per farle ritrovare la strada di casa. E alla fine - al pensiero del dolore della famiglia, dolore che si sovrapponeva al suo - la ragazza si è convinta. Un ritorno «graduale». Sabato, il mattino prima della sera del suo rientro a casa, la studentessa della quarta A Erica del Melloni è tornata in classe. Ha ricominciato la sua vita dal «Vado a scuola» di quel 28 marzo che ora sembra così lontano.

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