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Il Tar: «Il centro Cavanà deve rimanere chiuso»

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di Georgia Azzali
Resta chiusa la comunità «Cavanà». Il Tar, con  decreto firmato dal presidente Luigi Papiano, ha respinto l'istanza di provvedimento cautelare presentata dalla società  «La Balena» che gestisce la residenza psichiatrica chiusa dal sindaco alla fine d'aprile. Porte sbarrate dopo l'arresto del direttore sanitario, Ron Shmueli, accusato insieme ad altri sette collaboratori di aver iniettato farmaci «a scopo punitivo e non terapeutico» ai ragazzi ospitati nel centro.
Un primo no del tribunale amministrativo,  che ha già fissato  per il 9 giugno l'udienza in cui verrà trattata in via ordinaria l'istanza dei responsabili del «Cavanà».  Fatto sta che    secondo il Tar non c'erano i presupposti d'urgenza per sospendere l'ordinanza del sindaco di Pellegrino: «Considerato che gli interessi pubblici  che l'atto impugnato intende tutelare devono prevalere  su quelli privati di parte ricorrente, respinge l'istanza». Tradotto:  il tribunale ha ritenuto che venga prima  la tutela dei ragazzi ospiti del «Cavanà» rispetto  alle esigenze dei gestori della struttura  che  vorrebbero far ripartire al più presto l'attività della struttura. 
L'aveva  messo nero su bianco il 24 aprile scorso, il sindaco Roberto Ventura: stop all'autorizzazione  per il «Cavanà». E trasferimento dei ragazzi, molti dei quali minorenni,  in altre strutture. Uno spostamento che è stato completato nei giorni scorsi.
Provvedimento «obbligato» da parte del sindaco, dopo l'arresto - il 15 aprile - di Shmueli e la  messa sotto accusa dei suoi collaboratori. Ripetuti maltrattamenti, iniezioni di farmaci ai ragazzi «contro la loro stessa volontà e senza un'acclarata motivazione clinica». Ingiurie, come «bagascia, ciccione, mongoloide». E «un sistema di controllo meramente contenitivo-punitivo degli ospiti». Parole pesanti scritte nel capo di imputazione: concorso in maltrattamenti che avrebbero creato gravi lesioni.
Ron Shmueli, 54 anni, direttore sanitario di «Cavanà» continua a respingere ogni accusa: dopo la revoca degli arresti domiciliari, ora ha l'obbligo di dimora nel comune di Zoagli, in cui risiede.
Accuse gravissime  nei confronti del responsabile della comunità per giovani con problemi psichici, ma anche per i sette suoi collaboratori indagati a piede libero sempre per maltrattamenti: «Coloro che operavano all'interno della comunità non solo osservavano le direttive del direttore sanitario - scrive   il gip Paola Artusi nell'ordinanza di applicazione della misura cautelare - ma sembrano condividerle, laddove la somministrazione delle terapie farmacologiche era divenuta anche un mezzo di controllo e di punizione... e tali terapie venivano sollecitate e richieste a mezzo telefono al direttore sanitario direttamente dagli operatori presenti».
L'inchiesta, condotta dal Nas di Parma e coordinata dal pm Francesco Gigliotti, era  partita  dalle dichiarazioni di Lorenzo Vecchi, l'ex educatore che il 15 maggio 2008 presentò un esposto in procura per denunciare il sistema delle «fialature» - le iniezioni a cui sarebbero stati sottoposti i ragazzi anche contro la loro volontà - e altre presunte violenze fisiche e psichiche.  Fatti che, secondo il gip, trovano riscontro anche nelle parole di altri ex collaboratori della struttura, ma anche di un'insegnante della scuola media di Pellegrino frequentata da alcuni ragazzi.
C'è la parola di chi ha visto, ma è stata  la consulenza tecnica disposta dal pm a convincere il gip che i farmaci venivano somministrati al di là delle motivazioni cliniche. «Una funzione terapeutica - scrive il giudice - è esclusa non solo dalle motivazioni che hanno accompagnato tali somministrazioni..., ma anche dal giudizio tecnico reso dal professor Piccinini. Circa l'utilizzo delle medicazioni intramuscolo con violenza e contro la volontà dei pazienti, il consulente del pm conclude assumendo che un tale comportamento “costituisce un fatto gravissimo per i potenziali effetti negativi sul piano terapeutico e sull'evoluzione del quadro clinico”».
Da una parte l'inchiesta, che non è ancora stata chiusa. Dall'altra, il fronte amministrativo.  E una certezza: per ora il «Cavanà» deve rimanere chiuso.

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  • Fulvio Fanelli

    31 Maggio @ 13.23

    Esprimo la mia solidarietà, totale e incondizionata, ai sette colleghi educatori, che sono indagati a piede libero, nella vicenda della comunità "Cavanà". Parlo di me stesso, non so di preciso cosa succedeva al Cavanà: faccio l'educatore e sono 26 anni che lavoro con utenti e situazioni come quella di Pellegrino, non ricordo più nemmeno quante volte ho applicato, e poi anche condiviso pubblicamente, metodologie e sistemi punitivi/rieducativi che intimamente valutavo negativamente, questo per adeguarmi alla struttura in cui operavo, per integrarmi coi colleghi, con i responsabili del servizio, ecc. Al lavoro ci sono cento motivazioni per fare una cosa, codificata e definita dall'equipe di lavoro, anche se non la si approva, poche invece sono le ragioni per mettersi in un'ottica di ribellione e di intralcio all'operato dei colleghi e quindi fare poi pesare la situazione ai ragazzi. Se questo ragionamento è valido per la mia intera carriera, è ancora più giusto rilevare che nei primi anni di lavoro, l'immaturità, la mancanza di cultura professionale, l'assenza di formazione, le esigenze pressanti di prendere molte decisioni in poco tempo e con pochi riferimenti d'azione, mi hanno portato ad applicare sistemi di intervento, che col senno di poi si sono rivelati a dir poco "moralmente discutibili", ma di cui ho capito solo la portata con diversi anni di ritardo. Tutto questo, ovviamente, con l'assoluto scopo di operare per il bene dei ragazzi. Detto questo, se uno è un educatore, non può non sentire un senso di profonda ingiustizia subita e solidarietà verso chi è indagato e posto sotto i riflettori per quanto successo a Pellegrino, comunque vadano a finire le cose. Un caro saluto ai colleghi, che non conosco, con la speranza che tutto si risolva in poco tempo e bene.

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