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Casa Cervi: "Manca cultura sulla libertà di informazione"

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Questo l'intervento dell'Istituto sul "diritto/dovere di conoscere, capire, scegliere": 

"Nei giorni in cui, nel nostro Paese, si discute così animatamente di libertà di stampa e di espressione, vale la pena tornare al senso di questa fondamentale acquisizione democratica. E’ un esercizio sempre difficile, per le generazioni venute dopo le grandi stagioni ideali, vivere all’altezza dei propri diritti. Specialmente se conquistati in una temperie civile come la Resistenza. A Casa Cervi, uno dei luoghi dove la storia dell’antifascismo e della Repubblica trova espressione compiuta, la prima missione pedagogica è proprio questa: fornire gli strumenti di conoscenza e di consapevolezza ai cittadini di oggi e di domani".

"Nel cuore del Museo dei sette fratelli Cervi, che racconta una vicenda di scelta e di responsabilità nell'Italia fascista e in guerra, c’è una grande macchina per la stampa clandestina. Non c’è reperto migliore oggi che questo, per spiegare cosa fosse la negazione della libertà di sapere, capire, pensare, scegliere ( in una parola l’informazione) ai tempi del regime. Perché non si può comprendere la dedizione di tanti resistenti, senza cogliere la portata delle privazioni (materiali e immateriali) causate dal fascismo. Nei regimi del secolo breve (sarà poi così breve?), la cultura di massa è addomesticata con la lenta asfissia della mente, che
assopisce togliendo l’ossigeno al pensiero. Nell’era della comunicazione, a noi modesti divulgatori di memoria, è sembrato il memento più moderno e attuale che una storia di ribellione culturale potesse insegnare. Ecco perché da qui (dai giornali e dai libri) parte la nostra narrazione sull’antifascismo di questi liberi contadini. Quel messaggio, e quell’urgenza, non sono cambiati. La necessità di vigilare sul nostro libero pensare non è mutata. Specie in un’epoca in cui le innumerevoli opportunità di conoscere sono almeno pari a quelle di ignorare. E’ un'allerta che va mantenuta in ogni direzione: verso il potere, nella formazione della “opinione
pubblica”. Verso ognuno di noi, “consumatori di cittadinanza” non sempre consapevole, portati a sottovalutare la responsabilità di essere informati. E verso i “produttori di opinione”, la classe di mezzo dei professionisti della comunicazione, a cui è chiesto di non essere proni all'omologazione, all’acquiescenza con la voce dominante, alla informazione precotta".

"Visto dalla casa dei Cervi, da un luogo di divulgazione democratica (per chi in fondo non fa un mestiere così diverso nel proprio piccolo), esiste un problema di “cultura della libertà di informazione” in Italia; un paese forse poco avvezzo a cimentarsi con uno dei capisaldi della civiltà occidentale. La vivacità della pubblica opinione, il bilanciamento tra le “agenzie morali” (la classe dirigente, il sistema dell’informazione, il pubblico): tutti anticorpi inseriti non a caso nel prontuario civile della Costituzione. E tutti indicatori di una società che non solo dispone della libertà di comunicare, ma la esercita consapevolmente. Nella volontà collettiva di conoscere, capire, scegliere (non proprio la stessa cosa di “credere, obbedire, combattere”). Ogni segnale di risveglio, ogni occasione di coscienza su questo tema è un passo in più verso una democrazia compiuta. Per questo sono positive le mobilitazioni pubbliche, e ogni riflettore acceso su questo tema. A questo coro di rinnovata coscienza (più che di indignazione) vogliamo unirci. Ma se davvero ci interessa vivere il senso compiuto delle conquiste civili, costate così care a chi le ha strappate alla storia, ciascuno deve essere cosciente della propria parte. Ogni libertà ha con sé un fardello di responsabilità individuale, se non “di categoria”, che è parte integrante del patto sociale. Costa fatica rimanere desti, non fermarsi alla superficie delle notizie, andare oltre la velina confezionata.
E’ di questo esercizio che dobbiamo esser degni, pagando un prezzo assai inferiore a quello che in ben altri tempi, e in ben altre circostanze, noi stessi Italiani abbiamo saputo scontare. A schiena dritta è più semplice tenere gli occhi aperti".

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