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Testimonianza

"Terremoto in Nepal: io, salvo per miracolo"

Il racconto del collecchiese Andrea Scaccaglia che si trovava nella zona in cui c'è stata la terribile scossa. Il 38enne era in un villaggio non lontano dall'Everest. "E' un Paese ferito ma che vuole rimettersi in piedi"

"Terremoto in Nepal: io, salvo per miracolo"

Andrea Scaccaglia

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Sono un uomo molto fortunato, i miei pensieri sono tutti per il dramma che mi lascio alle spalle»: sono queste le parole di Andrea Scaccaglia, 38enne collecchiese tornato giovedì a casa dopo aver vissuto sulla propria pelle il catastrofico sisma che ha devastato il Nepal.
Andrea, professore di capoeira della Escola da Capoeiragem stava affrontando un viaggio in solitaria che in 4 mesi l’aveva portato a visitare Thailandia, Laos, Birmania e Cambogia e dall’11 marzo si trovava in Nepal dove, dopo essere andato alla scoperta di Katmandu e Pokhara si era diretto verso la grande montagna, per affrontare un trekking di un mese nella regione himalayana.
Senza guide e senza portatori, come i veri appassionati delle avventure montanare, Andrea ha solcato il Kala Patthar a 5545 metri, il Gokyo Ri a 5360, è arrivato al campo base dell’Everest a 5350 ed è riuscito a transitare per il Chola Pass, a 5420 metri, poche ore prima che la terra cominciasse a tremare.
«Ero al campo base 3 giorni prima del terremoto ed al Chola Pass solo un giorno prima. Proprio dove tante persone non hanno avuto scampo. Ho avuto fortuna».
Il 25 aprile Andrea si trovava nel villaggio di Numthala, nella regione dell’Himalaya «era quasi mezzogiorno, aspettavo nel lodge che mi portassero il pranzo quando tutto ha cominciato a tremare, ero a pochi metri dall’uscita e sono scappato fuori. Ci siamo resi subito conto tutti che si trattava di qualcosa di disastroso: l’elettricità è saltata, le linee telefoniche non andavano più, le case erano seriamente lesionate e non avevamo nessuna informazione. Immaginavamo il disastro sulla montagna con i massi crollati, le slavine, nessuno poteva rientrare in casa, abbiamo piantato pali a terra con una copertura di cellophan ed abbiamo dormito all’aperto. I villaggi di montagna non hanno strade percorribili da auto, i feriti venivano portati a dorso di mulo a valle».
La preoccupazione di Andrea era avvertire a casa di essere sano e salvo, c’è riuscito il giorno dopo al primo villaggio a 8 ore di cammino col telefono funzionante: «mia madre ha pianto. Poi ho cominciato la strada per scendere, 7 giorni di cammino fino ad Agiri, per prendere il pullman per Katmandu, dove il 5 maggio avevo il volo di rientro, appena mi sono messo in marcia è arrivata la seconda forte scossa. E’ stato il momento peggiore». Il racconto del rientro verso Katmandu di Andrea è quello di un’avventura che avrebbe messo alla prova i nervi di molti esperti di viaggi estremi: villaggi devastati, scarsità di cibo perché gli approvvigionamenti a dorso di mulo non arrivavano, notti all’aperto in tendopoli di fortuna a -25 °, nessuna possibilità di lavarsi (niente acqua corrente ed è meglio evitare di immergersi nelle acque gelide dei ruscelli himalayani), vento sferzante, pioggia, continue fortissime scosse di assestamento. «Alla prima tv funzionante trovata dopo giorni ho saputo che dicevano di evitare Katmandu: possibili epidemie, tutto chiuso, niente cibo, niente acqua. Arrivato a Katmandu sono andato all’ambasciata francese, dove avevano allestito un campo nel giardino, ci hanno dato da mangiare la razione da combattimento che danno ai militari ed abbiamo potuto accedere al wifi: appena ho chiamato a casa ho chiesto che al mio ritorno mi facessero trovare i tortelli d’erbetta e il cavallo pesto».
Le considerazioni di Andrea sono chiare: «Il Nepal è ferito ma è ancora vivo. La stessa Katmandu ha subito grossissimi danni, ma il suo patrimonio artistico e culturale non è stato raso al suolo. C’è ancora molto da vedere. Paradossalmente i danni più notevoli sono stati subiti dalle zone di montagna. E’ un paese che, uscito dalla guerra civile, è cresciuto economicamente a ritmi del 10% all’anno, i nepalesi sono un popolo forte, molto solidale e che non si è lasciato prendere dalla disperazione. Il morale è alto, considerato che ora comincia la stagione calda, pensano di avere tempo fino a novembre per ricostruire. Sono persone che vivono di turismo ed è necessario che la gente torni in Nepal, questo è il vero aiuto che si può dare a chi sta subendo tutto questo».
Andrea vorrebbe tornare presto e portare un aiuto concreto: «Facendo trekking si incontrano bambini di 5 anni che affrontano sentieri di 3 ore per andare a scuola, tutti i giorni, a piedi, da soli, ho visitato la scuola di Jiri, seriamente lesionata e preso contatti col professor Dhal Jered Ravi, vorrei poter aiutare la sua scuola e i suoi ragazzi».

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