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Marusi, a settant'anni sulla vetta dell'Aconcagua

Marusi, a settant'anni sulla vetta dell'Aconcagua
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 Cristina Pelagatti

Gian Carlo Marusi aveva un conto aperto con l’Aconcagua che ha saldato allo scoccare delle 70 primavere. Il 30 gennaio è riuscito ad arrivare ai 6.962 metri della vetta, togliendosi il tarlo della «maledizione dell’Aconcagua» che gli ronzava in testa dal 2003, quando la montagna lo aveva respinto. Allora,  Marusi   fu costretto al ritiro: si   trovava nel campo alto, quasi sotto la vetta, con due compagni d’avventura quando dovette arrendersi al «viento blanco» a 100 km/h e al metro di neve accumulatosi sul campo base. 
Missione compiuta
Gian Carlo Marusi, pensionato, ex direttore dell’ufficio esportazioni dell’Ocme di Parma, è appassionato di montagna, sci alpinismo e mountain bike. A pochi giorni dal ritorno dall’Argentina, racconta la sua impresa dal salotto della sua abitazione di San Michele Gatti: una casa che è un monumento ai ricordi di viaggio della famiglia Marusi, arricchiti ora dalla targa che testimonia la conquista della vetta  più alta delle Ande,   la più alta della Terra al di fuori dell’Asia.
Marusi ha affrontato la «via normale» per raggiungere la vetta, dal versante Nord-Est della montagna:  non presenta particolari difficoltà alpinistiche, bensì rischi legati alla quota ed alle brusche variazioni meteorologiche. La marcia è   scandita da lunghe tappe di acclimatazione.
Il «via libera» della moglie
Gian Carlo è partito a metà gennaio, dopo che la moglie Silvana, alla vigilia di Natale, nel giorno del suo 70esimo compleanno, ha dato il placet all’impresa. 
La partenza
Dopo aver organizzato tramite internet l’avventura ed essersi sottoposto a tutti gli esami medici possibili,  Marusi è arrivato il 20 gennaio nella città argentina di Mendoza, dove ha conosciuto i suoi compagni d’impresa, un gruppo variegato composto da tre guide e 10 partecipanti di diverse nazionalità e con alle spalle esperienze diverse con le montagne ed è iniziata l’avventura. 
Gian Carlo Marusi, con i suoi 70 anni, è stato l’unico del gruppo ad arrivare in vetta, probabilmente perché era quello con più esperienza e più resistenza alla fatica: «Ho l’asma cronica, ma a 5000 metri di quota, nonostante l'aria rarefatta avevo la saturazione (cioè il livello dell'ossigeno nel sangue) ad 88 (il limite normale è 100, ndr) e pressione 70 su 140». 
Il gruppo   ha cominciato la decimazione ai 4910 metri di Campo Canada. «Arrivati lì, cambia tutto - ha spiegato Marusi -: ci si accorge che la camminata è diversa, il passo è lentissimo, per evitare l’apnea. Gerardo, l’argentino, si è ritirato. L’elicottero, in quella giornata, sembrava il «pronto bus»: è venuto a portarsi via Robert, l’americano super attrezzato, ed i due inglesi Mark e Robert, che avrebbero voluto bruciare i tempi e saltare le tappe di acclimatazione. Tutti e tre sono rimasti vittime dell'Ams (acronimo di Acute mountain sickness), il mal di montagna acuto che non perdona». 
Temperature da brivido
A Còlera, con -17° di temperatura esterna ed il vento a 60 km/h che rende la temperatura percepita pari a -38, le guide avvertono che il vento sarebbe stato in crescendo e che se avessero voluto salire in vetta l’avrebbero dovuto fare il giorno dopo oppure abbandonare. Con piccozza e ramponi, i 4 brasiliani e Gian Carlo decidono di tentare la salita l'indomani, mentre l’irlandese Patrick, compagno di tenda di Marusi, preferisce gettare la spugna.
La scalata finale
Il 30 gennaio l'alpinista felinese e la giovane guida Guillermo arrivano alla vetta, non prima di aver perso  lungo la strada  i 4 brasiliani e le loro due guide e di aver percorso con tante difficoltà il terribile «traverso», il tratto più difficile.  «A metà traverso, un tratto in ombra di circa 3 ore con un vento terribile, Guillermo mi ha avvisato: “attento, stai perdendo il naso”. Nonostante il passamontagna, mi stavo congelando. Dopo aver riattivato la circolazione, ho proseguito con il guanto sul viso dal lato del vento per proteggere la faccia. Per essere arrivato in cima devo ringraziare la mia giovane guida, che aveva voglia quanto me di arrivare in fondo, di non avermi consigliato l’abbandono nonostante  le condizioni al limite. Dopo il tratto tortuoso della Canaleta, arrivati all’arco finale che portava alla vetta, non ci fermava  più nessuno. Sulla vetta, ci si sente padroni del mondo. E’ una sensazione inspiegabile».
Il più (non) è fatto
«Dopo le foto di rito - prosegue il racconto di Merusi - pensi “tanto ora è tutta discesa”, invece comincia il difficile: dopo il primo passo si è già in apnea. Anche il ritorno è stato a tappe ed arrivati al campo base ci hanno festeggiati come si conviene».
 La fatica della salita, le privazioni, le scomodità sono scomparse di fronte alla gioia del raggiungimento dell’obiettivo. «Il gruppo coeso ed il legame creato tra di noi sono stati fondamentali: ci siamo divertiti nella fatica. Il momento più difficile è stato quando ho chiamato mia moglie e le ho detto che per 5 giorni non mi avrebbe sentito, mentre il più emozionante è stato quando, di ritorno dalla vetta, l'ho chiamata di nuovo: Miguel, l’uomo del telefono satellitare, non ha voluto i soldi della chiamata e mi ha commosso». 
Un fisico allenato
Marusi è  allenato: iscritto al Cai, pratica da sempre escursioni in montagna, una passione che si è acuita dal momento della pensione quando ha sostituito ai viaggi di lavoro quelli di piacere: «Non potendo permettermi l’Everest per i costi spropositati ho fatto il giro  dell’Annapurna,  sono andato in Nepal da solo subito dopo la pensione, ho fatto il Kilimangiaro e tante vette in Europa. Con mia moglie siamo sempre in montagna, abbiamo fatto   il cammino di Santiago e tanti viaggi come la Patagonia. Ed è proprio Silvana che devo ringraziare per questa impresa:   un pezzo di lei era con me durante l’ascensione. Nonostante la distanza, sentivo il suo sostegno.   Ora   venderò il sacco a pelo per i -50°: mi limiterò a “collezionare” i 4000 e tornerò in Piemonte per i ghiacciai e sulle Dolomiti,  incomparabili per bellezza».
L'attesa a casa
La moglie,   che è rimasta a casa attaccata al sito dell’Aconcagua, nella speranza di avere notizie in tempo reale, commenta: «Sono stata in apprensione,   ma ha promesso che di imprese così non ne affronterà più. L’importante è che non si metta di testa  il Cervino: è troppo pericoloso».
I coniugi Marusi    inorridiscono a sentir parlare di  “all inclusive”  sulla spiaggia;  per loro la vacanza è  scoperta, movimento, natura... E, soprattutto, montagna.
Alpinista anche il cane
In casa Merusi, è «alpinista» anche il cane. «Quando ho tempo - racconta Gian Carlo - io e Jeb, un cane di 6 anni, facciamo lunghe escursioni: come minimo andiamo fino a Parma passando per i campi. Jeb viene con me anche a fare sci alpinismo, ed anche nei nostri lunghi giri in bici in Italia e in Europa». Incredibile, ma vero: lo testimonia una foto in cui il cane è su un carrettino, trainato dalla bici  di Silvana. 
 

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