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L'alpino che morì per non lasciare l'amico

L'alpino che morì per non lasciare l'amico
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di Chiara Cacciani

Si incrociarono   durante la  ritirata. Francesco Galloni avanzava a piedi nella neve, con la colonna; il compaesano Giuseppe Longis era su una slitta carica di soldati. «Sali,  vieni via» gli disse Giuseppe, riconoscendolo. Ma Francesco  rifiutò: non c'era posto per il commilitone  che da giorni camminava al suo fianco, e gli bastarono pochi secondi per decidere cosa fare.   Non tornò mai più a casa l'alpino di Scurano, e   toccò proprio a Longis  «consegnare» ai familiari quell'ultimo, straordinario atto di coraggio e di amicizia  del 24enne  disperso in Russia. «Un gesto che dimostra tutto lo spirito di questa gente semplice, portatrice di valori profondi - commenta oggi il nipote Massimo Salsi - Anche se   mia madre Santina quel rifiuto  a salvarsi non gliel'ha mai perdonato: era legatissima al fratello e non poteva accettarlo».  E' stato  proprio il nipote  a contattare la Gazzetta appena letto dell'incredibile vicenda delle piastrine di Francesco Lori e  Salvatore Delmaestro,  restituite ai familiari dopo 67 anni. «Le hanno davvero riconsegnate tutte?»   aveva chiesto, pima di riavvolgere il filo di una storia familiare che è ancora lì, a rimescolare ricordi e emozioni.           Francesco  era nato  il 1° gennaio del 1918  («ma chissà se è davvero quella la data:  nei paesi di montagna  spesso aspettavano  lo scioglimento della neve per andare a comunicare le nascite»), primogenito di Luigi  Galloni e di Giuseppina Carnevalini. Una famiglia di  stampo patriarcale, quella a cui appartenevano i genitori: figli, generi, nuore e nipoti riuniti  nella casa del nonno Giuseppe,  tutti impegnati a coltivare un  appezzamento di poche biolche.  Per  Francesco i campi erano una vera passione, e una delle preoccupazioni principali anche lassù, al fronte. Dopo essere stato richiamato nel 1939 alle armi, fu inviato con le penne nere dell'8° reggimento  Brigata Julia, 69ª Compagnia, battaglione Gemona,  in Albania, in Grecia e infine in Russia. «Di quel periodo  restano alcune foto e un pacchetto di lettere e cartoline dalla grafia sempre peggiore a mano a mano che il tempo passava»,  racconta il nipote Massimo, che ieri ha partecipato alla cerimonia di Felino in ricordo di Francesco Lori. Scriveva tanto e spesso, l'alpino di Scurano: scriveva al nonno  e ai genitori, scriveva alle sorelle Santina, Alba e Diega, scriveva anche a Giovanni, il bambino che - come si usava una volta - era stato accolto per il periodo dell'allattamento e poi era rimasto per tanti anni in famiglia con una sorta di affido, e che sentiva davvero come un fratello. «In alcune lettere chiede di inviargli  i francobolli, difficili da recuperare - ripercorre Massimo Salsi -, si informa del raccolto del grano, dei lavori alla casa, della vigna, e dà notizie degli altri compaesani che erano con lui». E  con dovizia di particolari raccontava ai genitori di quel «deserto di monti e rocce» dove fu allestito l'accampamento in Albania: «Gli abitanti lavorano come lì, hanno  bovini e ovini e cavalli piccoli come pecore  che usano per andare a fare spesa in città. E' tutta gente barbara, vanno vestiti come le bestie e usano ancora il mercato delle donne». Via lettera il morale lo teneva sempre alto, Francesco. Solo da piccole frasi lasciava trapelare quanto fosse profonda la nostalgia di casa:  «Scrivete subito e molto, non con tre parole...».  E' all'arrivo in Russia nel 1942  che la corrispondenza si interrompe e tutto si fa buio. Le carte ufficiali fermano la  storia di Francesco Galloni  al 17 gennaio del 1943 a Seleni Yar: risulterebbe caduto in combattimento  all'inizio della drammatica ritirata. Ma c'è la testimonianza di Giuseppe Logis a far credere al nipote Massimo che in quei giorni il 24enne fosse ancora vivo e che la sua strada si sia interrotta più in là, dopo aver rinunciato alla salvezza per non abbandonare un amico. «Nel Dopoguerra mio padre Dante, che  è stato un partigiano ed era iscritto al Pci, cercò di avere notizie dall'Urss interessando il gruppo parlamentare - continua Salsi -. La risposta giunse nel '47, molto  burocratica: “Non ci sono prigionieri italiani in Unione Sovietica”. Da allora non abbiamo più saputo nulla, e mia madre  ha aspettato il ritorno di zio Francesco per vent'anni, fino a rassegnarsi». «Ora però - assicura il nipote -  continuerò le ricerche: sapere la verità  significherebbe potergli dare finalmente una sepoltura».
 

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