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Gli ex coordinatori di Cavanà: "Ecco la nostra verità"

Gli ex coordinatori di Cavanà: "Ecco la nostra verità"
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Chiara Cacciani
Rompono il silenzio a distanza di più di  un anno dalla bufera che si è abbattuta su Cavanà. Una bufera che ha portato all'arresto per maltrattamenti dell'ex direttore sanitario    Ron Shmueli (morto per infarto  nell'agosto 2009), all'iscrizione nel registro degli indagati di  sette collaboratori e alla successiva chiusura della residenza terapeutica per minori di Pellegrino.
Ma  per raccontare  la loro verità - in attesa che l'indagine sia chiusa e il giudice decida sul   rinvio a giudizio o meno - Luca Vetricelli, ex coordinatore generale, e Matteo Ferradini, ex coordinatore di struttura, partono dal secondo «filone» della vicenda. Quello dell'esposto presentato da Marcello Mongai per la morte del figlio Danilo, ucciso a 19 anni da una polmonite  non fulminante a pochi giorni dal ritorno  a casa.  
«I documenti forniti ai  Nas di Parma smentiscono le false  accuse mosse dal papà, che per questo è stato querelato. Il giovane non è stato cacciato:  maggiorenne e alla fine del periodo di  prova disposto dal tribunale di Genova, era libero di allontanarsi. E  non aveva più voglia di rimanere lì. Era stato inserito nella struttura dal Sert di Chiavari: l'ipotesi che potesse essere morto per cause derivate dall'abuso di sostanze non era poi così campata in aria...». 
 Però l'autopsia ha dato un altro responso. Perchè parlare subito ai suoi amici di overdose?
 «Nonostante Danilo avesse avuto un percorso positivo in comunità, di fronte a una morte così improvvisa quel timore poteva esistere. Il dottor Shmueli disse ai ragazzi che quella era una delle ipotesi, ma appena saputo l'esito dell'autopsia li informò.  Comunque, le comunicazioni inviate al Tribunale dei minori attestano che nell'ultimo mese Danilo trascorse a casa  diversi giorni. Noi, nonostante i monitoraggi abituali, non abbiamo avvertito nessun sintomo: se ci fosse stato avrebbe dovuto scoprirlo chi l'aveva in casa».  
 Alcuni ragazzi sostengono  che stesse male in modo evidente.
«I suoi amici sono una parte piccolissima  di un centinaio di pazienti psichiatrici  gravi che abbiamo ospitato. Probabilmente  vogliono gettare fango sulla nostra struttura. Vengono loro promessi risarcimenti da parte di chi li contatta e li convince». 
 I capi di imputazione a vostro carico però sono gravi: si parla anche  di somministrazione di farmaci  a scopo punitivo.
«Abbiamo una perizia  che dice tutt'altro. Gli incidenti probatori hanno dimostrato come solo pochi ragazzi abbiano detto - contraddicendosi  e venendo contraddetti - di aver subito violenze psicologiche e iniezioni di farmaci a scopo punitivo, e non si  parla di violenza di altro tipo. “Casualmente” fanno parte di una piccola cerchia che spesso ha accoglienza a Parma pur venendo da altre regioni: sono persone labili dal punto di vista della personalità e  qualcuno li ha convinti che la malattia mentale non esiste, che il farmaco di per sè fa male, che le comunità dovrebbero essere chiuse. Ma da noi arrivavano pazienti che avevano tentato il suicidio o avevano avuto  condotte sociali molto gravi. Ci chiediamo perchè non siano mai stati interpellati i servizi di Neuropsichiatria infantile e i servizi sociali che ce li inviavano: lì  conoscono  la  loro situazione». 
 Il Pm dichiara di aver trovato riscontro nei racconti di ex collaboratori e  di un'insegnante della scuola di Pellegrino.
   «Se a scuola c'è una persona che dice di noi cose negative, ne abbiamo venti in altri istituti che hanno firmato petizioni a nostro favore. Se poi ci sarà da andare in giudizio, ci andremo con serenità. Sono tantissimi gli ex ospiti, i loro genitori e gli abitanti di Pellegrino che si sono stretti a noi: abbiamo dimostrato che  era un lavoro difficile ma  ricco di soddisfazioni per noi e per i ragazzi. I risultati  sono sotto gli occhi di tutti».
Ex operatori parlano però di «insolito» turnover, di mancanza di lavoro d'équipe...
«Se si guarda il loro curriculum lavorativo, si vede che ogni 3-4 mesi cambiano luogo di lavoro. Le strutture come le nostre sono poche perchè bisogna trovare uno staff adeguato, e non tutti - nonostante il titolo di studio -possono fare questo mestiere. La persona da cui è nato l'esposto è stata  allontanata per gravi motivi di non conformità (ndr: Lorenzo Vecchi sostiene, al contrario,  di essersene andato perché non condivideva i metodi utilizzati) per quello che  inculcava  in ragazzi che già avevano difficoltà patologica nell'avere un'identità nella scelta delle proprie idee».        
 E l'accusa di sottoporre gli ospiti a   fialature a scopo punitivo?
«Fialatura è un  termine utilizzato in ambiente carcerario e nei manicomi: qui si parla di somministrazione intramuscolo di un farmaco. Ed era tutto concertato: al momento dell'ingresso chi aveva la patria potestà sui ragazzi  firmava il consenso alla terapia  e ogni variazione era concordata coi servizi.  E i ragazzi, quando si trovavano in momenti di particolare agitazione, erano i primi a chiedere al dottore il trattamento intramuscolo. Poi ci sono stati casi rarissimi di situazioni in cui il paziente era inaccessibile: quando uno tenta di buttarsi dalla finestra non è accessibile...».
   A Pellegrino i locali restano  affittati. Puntate alla riapertura?
«Non facciamo parte della società che ha in affitto l'edificio, ma non vediamo perchè - visto ciò che non sta emergendo - abbandonarlo. Speriamo che tutto questo finisca presto: non ha senso aver ucciso una struttura che lavorava così bene. Quando è stata chiusa, l'80% dei ragazzi andava a scuola,  il 50% aveva un'autonomia completa. C'era chi andava al lavoro, chi in palestra, si  frequentava il paese. Poi certo, come in tutte le case, la sera la porta si chiude».  
 Anche la struttura «sorella» di Fabbrico ora è chiusa.
«La cooperativa che la gestisce ha deciso una sua strategia:  ci andranno altre situazioni di disagio. Ma è chiaro che  ciò che è successo ha portato a  una contrazione delle richieste di inserimento. Con accuse di quel tipo i timori nascono. Fortunatamente abbiamo tante dimostrazioni di solidarietà».

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