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Quella maestrina che accolse il «fuggitivo»

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di Stefano Rotta

 

BEDONIA - «Morire per morire, ci provo». Una manata alla lanterna, e via, per boschi sconosciuti e neri. Lo stavano per fucilare, i partigiani: lui, e i suoi quattro anni di guerra sulle spalle. Dino De Guio, uomo dell’altopiano di Asiago, un pezzo di conflitto in Germania, è davanti al grilletto di D’Artagnan e compagni.
14 ottobre 1944, notte: lo portano alla cappella di Calice, per farlo confessare da don Clemente Boccardo, formalità per accedere al più barbaro dei sacramenti: la pallottola nella schiena. Si sente tradito, rifiuta la confessione e, come scrive Ferruccio Ferrari (testimone dei fatti), «salta una siepe e si rese uccel di bosco». I tre che erano con lui vengono  macellati come bestie.
Di notte, in montagna regna il  buio; per ore il combattente veneto non trova altro che la luce di un mulino. Si fa vivo alle finestre, ma niente, nessuno risponde, troppo timore; sono i primi fuochi di una guerra fratricida, dove il confine fra generosità  e piccole ritrosie è più che mai labile. Dino va avanti, cammina, nutrendosi di quel che trova, orecchio teso verso il minimo rumore; si apre così nelle tenebre il profilo scuro dei fienili di Montarsiccio, in una valletta dietro le coste di Bedonia. Ad attenderlo trova la giovanissima maestra Elda Botti, oggi ottantasettenne. «Si è presentato sull'uscio di casa in ciabatte - ricorda lei -. Mio padre era scettico: aveva paura fosse una spia».
Per capire meglio, bisogna fare un passo indietro. Fino a Munzinghen, in Baviera, dove il soldato De Guio Dino prende ruolo nelle file della neonata Divisione repubblichina Monterosa, come magazziniere di armi e materiali. E’ il maggio del 1944. Tornando in Italia, siamo a luglio del '44, incontra disastri e bombardamenti. Giunge a Tortona, dove qualcuno spinge nello Scrivia quattro carri colmi di materiale logistico.
E' lì, che salta fuori Cozzolino, amico del cuore, che verrà ucciso a Casamurata poco prima dell'«ora designata» per Dino. «Un ragazzo - scrive l’Alpino - che ritrovai un paio di settimane più tardi sulle colline di Borgotaro, dove il nostro battaglione si accampò dopo aver percorso buona parte della Liguria orientale».  Cozzolino viene dal lager. Ficcato lì, in Polonia, catturato dai nazisti. Si arruola con la Divisione Monterosa della Repubblica di Salò, nel tentativo di tornare in Italia. De Guio racconta  che «era quanto di più piacevole stargli vicino, per le battute sempre pronte, nonostante il susseguirsi di azioni di guerriglia».
E’ il quinto anno di guerra. Il comandante è un giovane ufficiale tedesco: Herr Weber. Annota De Guio: «S'intrattiene con ufficiali e soldati in italiano quasi perfetto. Sempre garbatissimo. Il suo sguardo si fa feroce solo quando predica l’ineluttabilità della vittoria finale della Germania». E poi: «La sua voce assume un tono dolcissimo quando discute di musica e poesia. Beethoven e Goethe sono i suoi autori preferiti». Il comandante era però preoccupato per le diserzioni. I soldati sentono il richiamo di casa, dei figli, delle donne.
Pappalardo scappa con quanto più materiale riesce a trafugare. Weber promette a sé e alla Germania che «gliel'avrebbe fatta pagare».
La notte successiva, due giovani alpini toscani vengono intercettati  mentre fuggono dal campo. Il tenente Weber li condanna a morte per fucilazione e si preoccupa di scegliere personalmente i dieci componenti del plotone di esecuzione. Fa il nome di Cozzolino.
«E' sull'orlo del suicidio», appunta De Guio. Che riporta le sue parole, in lacrime: «Perché proprio me?». Due settimane dopo lo sparo, il battaglione viene allontanato dai rilievi emiliani, per spostarsi a Santo Stefano d’Aveto, a ridosso del monte Maggiorasca. Arriva anche la notizia che il tenente Weber è ucciso dai partigiani nei pressi di Bedonia.
Alle cinque di sera del 3 ottobre 1944, il nuovo comandante propone a un gruppo di sette alpini adeguatamente armati di partecipare a un giro di ronda. Ne fanno parte, per la prima volta, sia De Guio, sia Cozzolino. Sembra loro una formalità, più di una reale esigenza di controllo del territorio. Si seggono su due panchine di pietra davanti alla chiesa. «Mani in alto!». Sbuca dal muretto un folto gruppo di uomini. Tolgono i fucili agli alpini e intimano loro di non urlare. Passano 11 giorni a Santa Giustina. Nel frattempo a Santo Stefano D’Aveto viene ucciso a tradimento un partigiano: si decide per la rappresaglia.
Undici giorni, il fuoco, il colpo alla lanterna. La fuga nell’oscurità maestosa delle montagne nelle notti d’autunno. La maestra ventenne di Montarsiccio, Elda. Le notti nel fienile. I sospetti della famiglia, se ospitarlo o no, nasconderlo o no. C'è guerra, si rischia. E poi un uomo in casa con una figlia poco più che adolescente non è cosa di tutti i giorni. Prevale la generosità. Le cose si risolvono grazie anche alla fede e al savoir faire di don Costantino, tarsognino, allora parroco di Montarsiccio.
Racconta Elda Botti, nella sua casa sulla via centrale di Bedonia: «Ho sentito bussare, pensavo fosse il parroco per il firosso. Invece compare un uomo con i pantaloni strappati, un fantasma. “C'avete fame”, chiedo. Gli ho dato pane, latte. “Dov'è Santo Stefano”, mi chiede. Gli abbiamo dato minestrone, ricotta, ancora latte, polenta. Due o tre scodelle. Da quanto non mangiava! Ma avevamo paura, se l’avessero saputo i partigiani, ci bruciavano tutto. L’abbiamo messo nel solaio. E poi in stalla, con il vitellino piccolo». Nei giorni dopo Guio si mette a lavorare per la famiglia. Rimane a Montarsiccio, nascosto, sette mesi. 

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