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Berni: "O si salva la ceramica o muore Bedonia"

Berni: "O si salva la ceramica o muore Bedonia"
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Paolo M. Amadasi
Ol'industria ceramica torna a vivere, o la montagna sarà destinata a morire. Carlo Berni, dal giugno 2009 sindaco di Bedonia, utilizza espressioni forti. La sua è una presa di posizione dura. «Ma - spiega - non ci sono alternative». L'amministrazione comunale bedoniese ha acquistato una pagina della Gazzetta di Parma per lanciare un «grido d'allarme» sul problema dell'occupazione. La chiusura definitiva dello stabilimento di Borio lascerebbe senza lavoro i 270 lavoratori, che attualmente stanno usufruendo della  cassa integrazione a zero ore. «L'abbiamo fatto per suonare la sveglia»  sottolinea il sindaco.
C'è qualcuno che dorme?
«Voglio che si sveglino tutti - spiega Berni -. In primo luogo i montanari. Mi sembra incredibile che di fronte ad una situazione così drammatica non vi siano cartelli di protesta ovunque. E' anche colpa dei lavoratori. In questo periodo si può dire che siamo distratti dal Carnevale, ma il problema va avanti dal dicembre 2008, quando gli impianti sono stati   chiusi. Per una realtà come la nostra, il caso della Fincuoghi non è   meno grave di quello della Fiat a Termini Imerese. L'intera valle morirebbe. Per questo abbiamo voluto dare una sveglia anche al mondo istituzionale, politico, ma anche alle organizzazioni di categoria».
Cosa teme?
«Se l'industria della ceramica dovesse chiudere per sempre  trascinerebbe nel baratro   l'indotto, fatto di tante piccole imprese artigiane  che lavorano esclusivamente per la Fincuoghi. Il “giorno dopo” rappresenterebbe per noi l'esplosione di gravi problemi sociali. Non dobbiamo dimenticare che anche  se Parma è ottava in Italia per indice di sviluppo, a 80 chilometri di distanza c'è una delle aree più povere di tutto il Nord. Azzerare dei posti di lavoro, vuol dire costringere la gente ad andare via. E distanze così grandi non renderebbero possibile il pendolarismo. Non ci sarebbe nessuna possibilità di frenare una drammatica emigrazione di massa. Come negli anni Sessanta».
Il tribunale di Modena sta  valutando l'ipotesi di concordato preventivo chiesto dalla Fincuoghi. Qual è lo scenario possibile?
«Il 68 per cento dei creditori si è detto favorevole al concordato preventivo per evitare il fallimento della società. Il piano prevede che rimanga in funzione solo lo stabilimento di Borgotaro. Come Comune ci siamo dati da fare: la soluzione non era  soddisfacente  per noi e per i nostri cittadini. Dalla primavera dello scorso anno,  abbiamo veramente fatto i salti mortali, ma alla fine ce l'abbiamo fatta: abbiamo trovato un imprenditore disponibile ad investire 20 milioni di euro per mantenere in funzione lo stabilimento, potenziarlo e garantire un'occupazione addirittura maggiore rispetto alla precedente. Dell'ordine di  100 unità lavorative.  Penso che sia un episodio più unico che raro, ma l'imprenditore ha bisogno di certezze. Se da Modena non arrivano risposte in tempi brevi, il rischio è che possa dirottare altrove il proprio interesse».
Come mai non c'è   un tavolo istituzionale sulla Fincuoghi?
«Io non ho sentito il presidente della Regione dire nulla sulla Fincuoghi. Ma su altri casi sì. Forse non c'è collegamento fra istituzioni. A Mirandola è stato aperto un tavolo nazionale coinvolgendo il governo per 400 dipendenti. In relazione al territorio, i  trecento di Bedonia hanno un'incidenza molto maggiore. Per questo credo che debbano intervenire tutti, compreso il prefetto.   E' ora di smetterla di  riempirsi la bocca parlando della  montagna:   bisogna sporcarsi le mani e lavorare per risolvere i problemi. Io  non voglio darmi per vinto.   Facendo un paragone calcistico, possiamo dire che stiamo perdendo 1-0 e all'ultimo minuto abbiamo un calcio d'angolo a favore: dobbiamo puntare tutti in avanti per segnare il gol del   pareggio».
Come vede il futuro?
«Se devo essere sincero, sono pessimista. Servono risposte in tempi brevi. Nel giro di una settimana può cambiare tutto. E nelle decisioni, non si può non tenere conto della situazione sociale. Quasi trecento dipendenti sono altrettante famiglie.  E se sarà fallimento, questa sarà solo la prima crisi, poi dovremo assistere alla chiusura di  tante piccole aziende anche familiari che lavorano quasi esclusivamente per Fincuoghi.  Sono convinto che non ci si renda conto della situazione drammatica che si sta vivendo in questa zona. Se si abita a 70-80 km da Parma non può scattare il pendolarismo: riprenderebbe la corsa all'emigrazione che si era fermata, fatto  salvo il caso di chi  aveva titoli di studio particolari».
E se la gente va via, c'è il rischio di perdere quei servizi faticosamente mantenuti fino ad ora... 
«E' solo grazie ai posti di lavoro che abbiamo potuto salvare i servizi. Ad essere sinceri, il giorno dopo   l'eventuale fallimento ci sarebbe veramente da valutare  quale può essere il ruolo di un sindaco in un territorio del genere».

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