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Partigiani a Palanzano nel 1944-'45: i rapporti con la popolazione e l’Amministrazione democratica

Partigiani a Palanzano nel 1944-'45: i rapporti con la popolazione e l’Amministrazione democratica
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«Se non conosci la storia del tuo paese sarai  sempre uno straniero che vive in patria»
Friedrich Hegel
 
Nell’estate 1944, superato lo choc del grande rastrellamento nazifascista (1-5 luglio) con morti, deportati e case incendiate, Palanzano si trova nell’esigenza di dover convivere, grande la difficoltà, con le sempre più ingombranti bande partigiane che fin dal mese di aprile si muovono nel suo comune e che a giugno sono cinque: il Don Pasquino, il Nadotti, il Buraldi, il Cavestro e lo Zinelli, alle quali da agosto in avanti si aggiungono il nuovo Griffit (lo comanda Guido) e, più in alto, nel Monchiese e fino al crinale, il gruppo delle Fiamme Verdi della 4ª Giustizia e Libertà - Bis (comandante Marco di Beduzzo), brigata che a dicembre si scioglierà a seguito del proclama del generale Alexander e che a gennaio si  ricostituirà non più come Giustizia e Libertà ma come 3ª Brigata Julia sotto il comando di Paolo il Danese con Condor (Ennio Biasetti) commissario. Di questa brigata farà parte Amleto (Domenico Boraschi di Palanzano) poi decorato con medaglia d’argento al valor militare per le audaci imprese, ripetute e personali, anche in città. 
Chi più chi meno, quelle bande si muovono senza la preoccupazione di farsi avvertire per quel che dovevano essere, ossia un esercito di libertà e di liberazione, ma, al contrario, dando quotidiani segnali che in quel momento potevano essere solo percepiti come il caos di ogni cosa, ovvero di un disordine senza capo e senza coda. E senza precedenti. E in quel marasma di percezioni la maleducazione dei pochi diventa le paure di tutti. E ancora: uomini sconosciuti che la martellante radio fascista indica come ribelli e traditori sono di fatto i padroni del territorio.
Un minimo miglioramento comincia a farsi sentire a partire dai primi di giugno dopo che il distaccamento Don Pasquino, al comando di William, aveva disarmato la stazione dei carabinieri e messo fuori uso, il colpo fu considerevole, la fabbrica del tannino di Selvanizza che i nazisti presidiavano anche di notte perché il tannino serviva all’industria tedesca.
A fare da cerniera per quanto possibile tra bande e popolazione sono Ennio Bogliani, maggiore degli alpini, uomo di sicuro affidamento e da tutti conosciuto come figura saggia e equilibrata, e Giuseppe Zucchellini, direttore della centrale Celi di Isola nonché padre di Aldo, (Aldo, sergente alpino e reduce dalla Russia, comandava col nome di Ivan  il distaccamento Nadotti), e più in basso, a Ranzano, Nestore Bodria, anch’egli ex alpino e conosciuto nella zona al pari di Bogliani. E non secondaria è in paese la presenza del giovane Bruno Bocconi, figlio dell’ufficiale postale, che tramite l’Azione cattolica riesce a dare orientamento a quei ragazzi della parrocchia, sono diversi, che proprio in quelle settimane stanno uscendo dall’adolescenza. 
In quella primavera, si diceva, frequenti sono i comportamenti che urtano la popolazione, a volte collettivi a volte singoli, dovuti in parte a piccole cricche di ladri che bussano di notte dicendo «siamo partigiani», in parte a certe formazioni di altra provenienza, venivano dal Reggiano, che di tanto in tanto passano l’Enza per trovare cibo e vettovagliamento ritenendo, forse, che a Monchio e a Palanzano la povertà fosse meno dura che da loro, e infine, per la parte maggiore, alla scarsa educazione, anche arroganza, di certi singoli partigiani. 
Nel mese di giugno, sempre grazie alla tessitura di Bogliani, Zucchellini e Bodria, i partiti antifascisti formano il Cln (Comitato di liberazione nazionale) che risulta così composto: Bogliani Ennio (Pci),  Leoni Ilario (Pci),  Orsini dr. Silvio (Psi),  Pini Oreste (Psi), Maggiali Luigi (Dc),  Boraschi Domenico (Dc),  Agostini dr. Gianpietro (Dc), Zucchellini Giuseppe (Dc). In autunno lo stesso Cln, in accordo con la Brigata, insedia l’Amministrazione comunale con sindaco, giunta e consiglio dove tutte le frazioni sono rappresentate. 
Così recita la delibera in data 14 ottobre 1944: 
«Funge da segretario il signor Merighi Paolino - segretario comunale.
Il Comitato stesso, sentiti i pareri concordi dei membri ha deliberato quanto segue:
Punto n. 1°  - Nomina della Giunta provvisoria comunale:
1) Maggiali Luigi - Sindaco
2) Boraschi Domenico - Assessore anziano
3) Bogliani Tommaso - Istruzione e Lavori pubblici
4) Agostini dr. Giampietro - Annonaria - Zootecnia - Agricoltura
5) Ferrari Francesco - Finanze
6) Bimbi Giuseppe  - supplente
7) Bodria Agostino - supplente 
Punto 2° -  Nomina dei componenti il Consiglio comunale
1) Ilari Francesco - Valceca. 2) Volpi Dino - Nirone.  3) Corazzi Paolo - Vairo.   4) Bodria Agostino - Ranzano.  5) Bodria Bernardo - Ruzzano.  6) Belmessieri Vincenzo - Caneto.      7) Bini Francesco - Pratopiano.  8) Ferrari Andrea - Lalatta.  9) Ferrari Martino - Zigana.       10) Fattori Giovanni - Palanzano.  11) Bimbi Giuseppe - Trevignano. 12) Boraschi Alfonso - Palanzano. 13) Zucchellini Giuseppe - Isola. 
Nomina della Commissione Agricola-Zootecnica cerealicola nelle persone dei sigg.  Zini dr. Pietro -  Fattori Giovanni - Bodria Agostino - Boraschi Alfonso».
Particolare da segnalare: il sindaco Luigi Maggiali, persona molto utile in quel momento, anche stimata, segnalato e sostenuto dal Cln e dalla Brigata, è nientemeno che l’ex Podestà del Comune. 
Subito dopo comincia a prender piede nella popolazione la necessità di vedere nei partigiani riferimenti certi, anche sicuri, e da  Cln, sindaco e Brigata le risposte cominciano a arrivare. 
Diversi razziatori sono catturati e severamente puniti e sempre più ascoltati sono gli appelli della missione inglese, la comanda il maggiore Charles Holland, la sua sede è a Palanzano, che ai Distaccamenti chiede disciplina militare come prima condizione per i rifornimenti di armi e di qualsiasi altra cosa.
A questo proposito i contatti di Bogliani si fanno più intensi, il suo muoversi avanti e indietro è un lavoro quotidiano, e i distaccamenti va a cercarli ovunque sono, anche sul monte Faggeto. Ma il marasma stenta a calmarsi.
A dar lena all’«ambaradam» sono in prevalenza certi uomini del Griffit, tutti giovani della città (della città emarginata per intenderci), che in autunno, la  data è il 22 ottobre, dopo un non più tollerabile atto di cattivo comportamento, la Brigata segnala al Comando Unico come una massa turbolenta e soprattutto non ambientata nella montagna, e che da lì a poco, a seguito di un altro spiacevole episodio, si vedrà costretta a sciogliere.
Questa è la lettera che in proposito Ennio Bogliani, in qualità di presidente del Cln, invia in data 13 ottobre al comando bella Brigata: «Per gli opportuni provvedimenti informo codesto Comando che il giorno 11 del corrente mese  il distaccamento Griffit proveniente dalla zona di operazioni si trasferiva in questo Capoluogo e provvedeva senza interpellare nessuno all’occupazione di tutti i locali del Municipio escluso quello adibito allo Stato Civile. I componenti del distaccamento in parola hanno subito iniziato il saccheggio di tutti gli uffici comunali scassinando le porte dei cassetti e dei mobili esistenti, devastando in particolar modo gli uffici dell’annonaria e dell’Archivio. Nessun metodo di logica persuasiva è valso a far comprendere agli invasori l’inutilità di tale occupazione per cui gli uffici comunali sono rimasti inoperosi sino a tutto il giorno 14, intralciando in tale modo i lavori che la Giunta Comunale provvisoria…ecc. ecc.»
Segue l'elenco degl oggetti mancanti: «1 macchina da scrivere, 2 risme di carta da macchina, lire 72 tolte dal cassetto dell’impiegato Bocchi, diverse lampadine elettriche, filo impianti di illuminazione elettrica, serratura per porta».
A tal proposito, e per la verità, è giusto ricordare che già a maggio il Municipio era stato «visitato» dagli uomini di un altro distaccamento, lo Zinelli, che s’erano scagliati contro gli impiegati e contro qualsiasi altra cosa gli si fosse trovata a portata di mano, mobili compresi.
Per dare una spiegazione di quei comportamenti, senza giustificarli, è bene aver presente che la guerra partigiana dei primi mesi, da marzo a settembre, era da molti vissuta col sentimento di una libertà senza regole, meglio dire liberatoria, anche anarchica, e che il fascismo, cioè il potere da abbattere, era visto, o immaginato, come il corposo insieme di tutti quei simboli che nelle città erano l’orbace dei gerarchi e i palazzi del potere. Nei paesi di montagna, invece, dove di orbace se ne vedeva poco, o se ne sentiva solo parlare, e dove il podestà, gerarca casalingo, lo si poteva vedere anche all’osteria, figura famigliare quindi, il simbolo da colpire diventava il Municipio con tutto quello che dentro c’era, compresi gli impiegati, i mobili e le macchine da scrivere. Insomma, il Municipio era la risposta materiale all’esigenza «rivoluzionaria» di avere a portata di mano, sebbene in surrogato, un qualsiasi Palazzo d’Inverno o una qualsiasi Bastiglia.
Bisogna anche dire che tutti quei giovani cresciuti sotto il fascismo, educati dal fascismo, meglio dire maleducati dal fascismo, erano in gran parte privi di quel minimo senso civico che, se presente, avrebbe potuto suggerir loro il rispetto di quei luoghi che a guerra finita sarebbero diventati per tutti, anche grazie a loro, i simboli stessi della vita democratica e della libertà.   
Ma a dar una mano a rendere più problematici i rapporti con la popolazione, anche a limitarne lo sviluppo, non sono secondarie  le  interferenze delle formazioni reggiane che a metà estate, abusando di un’autorità che non potevano avere, mandano una lettera al «Podestà di Pallanzano» che nel tono e nella sostanza può essere letta come una intimidazione. L’accusa è grave. Dice la lettera: «…invitate i paesani a pagare le tasse»  e più avanti «…noi consideriamo questo atto come segno di solidarietà con le autorità nazi-fasciste».
Precisiamo le cose: in quel tempo, la lettera è datata 17 luglio, nella sponda parmense dell’Enza manca l’autorità di una Brigata e conseguentemente l’interferenza viene a Palanzano percepita  come la volontà «straniera» di imporre una sudditanza. Perplessità, dunque, e molti timori. Due settimane dopo, però, siamo al 31 luglio, nasce la 47ª brigata Garibaldi e immediatamente qualsiasi questione del territorio, anche civile, passa nelle sue mani. E a essere affrontato con urgenza è il rapporto con le formazioni reggiane. Sono due le lettere che documentano questo passaggio, entrambe firmate da  Ivan e da Ilio, il comandante e il commissario della Brigata.
La prima è del 19 agosto e riguarda nello specifico il recente sconfinamento del distaccamento Fratelli Cervi che «ha compiuto atti di razzia nella zona del monchiese»  e la seconda, due giorni dopo, che riprende l’argomento delle tasse. Il tono di quest’ultima dice in sostanza ai partigiani reggiani «voi pensate ai fatti vostri» ma nello stesso tempo pone una posizione politica in quanto afferma che i palanzanesi le tasse devono pagarle. Vi è in sostanza il confronto tra due posizioni tra loro opposte circa i doveri dei cittadini verso la cosa pubblica, seppure in tempi di così grande difficoltà.
Dice la lettera: «…poiché crediamo che ciò non sia un atto di solidarietà con le autorità nazi-fasciste, ed anzi sia un atto che soddisfa gli strati della popolazione, questo Comando ha deciso per i Comuni sotto il suo controllo che le tasse siano pagate».    
Segue, subito dopo, un appello ciclostilato che la Brigata rivolge al Popolo della montagna per  denunciare la presenza dei profittatori e della borsa nera, altro grande problema, motivo di grave disordine e generatore di pericolosi  risentimenti, anche personali.
«Lavoratori, contadini, commercianti, agricoltori di tutte le vallate dell’Enza, del Parma, del Cedra – dice l’appello –. Le giunte comunali volute dal popolo sono al loro posto di lavoro nelle sedi Municipali dei vostri Comuni (…) Attraversiamo il più difficile periodo al quale la guerra ci doveva inevitabilmente portare. (…) Vecchi e bambini sono senza pane e senza latte. (...) Gli ammalati non hanno più medicinali e la possibilità delle cure manca. (…) E mentre i nostri vecchi, i nostri bambini, le nostre donne soffrono la fame, vi sono degli esseri vigliacchi, dei traditori, che speculano su tanta miseria, arricchendosi su tanta sventura umana. (…) il prezzo del frumento è di lire 273 al Q.le al posto d’acquisto. A Monchio non è stato ancora possibile fissare il prezzo del trasporto perché alcuni speculatori, approfittatori del misero popolo, pretendono incoscientemente una cifra esagerata. Se ciò dovesse continuare denunceremo i nomi di questi esseri poco scrupolosi e se sarà necessario li priveremo dei beni accumulati con un sistema che non è nel nostro programma».
La Brigata controlla a quel punto tutta la valle, sotto la sua responsabilità sono le centrali Celi di Isola, Rigoso, Rimagna e Selvanizza, e giorno dopo giorno, e fino alla Liberazione, i rapporti con la popolazione diventano più che normali. Anzi, con l’ingresso nelle formazioni dei giovani locali i rapporti si fanno anche famigliari. 
Poi i mesi scorrono nell’inverno più difficile di tutta la guerra, col durissimo rastrellamento di novembre che nell’agguato del ponte di Lugagnano costa alla Brigata la perdita dell’intero Comando (muoiono il comandante Ivan, il capo di stato maggiore Raffaello e il vice commissario Franci), e con la sofferenza di tutti i suoi reparti che fino a aprile non verranno più riforniti dagli Alleati. (E’ noto che a novembre col proclama del generale Alexander gli Alleati avevano invitato le brigate a sciogliersi per poi ricomporsi in primavera, così come è noto che quell’invito fu respinto dalle Brigate Garibaldi).
E alla Liberazione la 47ª ormai divisa in due formazioni, la 143ª Aldo e la 143 Franci, registrerà 105 caduti di cui ben nove saranno palanzanesi.
E il 25 aprile tre interi distaccamenti del 3° battaglione del Raggruppamento Guerriglieri della Montagna della 143ª Brigata Garibaldi Aldo – ex 47ª – composti esclusivamente da giovani di Palanzano, comandanti compresi  (fatto unico in tutta la Regione), sfileranno orgogliosi per le vie della città.  
Questi sono: 
Il Ferrari - comandante Aramis (Ennio Torri)  / commissario D’Artagnan  (Paolo Boraschi).  
Il Folgore - comandante Jan (Pietro Montali) / commissario Falco  (Fabio Bresciani)
Il Nadotti - comandante Smith (Giacomo Ponticelli) / commissario Aquila  (Vittorio Bertoli).
E Nestore Bodria? Comanda col nome di Vasco il 2° battaglione del Raggruppamento guerriglieri.
E il Guido (Nello Mattioli) che comandava il «disordinato»  Griffit, quello sciolto in autunno? Caduto in combattimento a Langhirano il 25 agosto ’44.
E i 21 ragazzi del distaccamento Fratelli Cervi che sconfinavano nel Monchiese per cercare cibo e indumenti?  Catturati dai nazifascisti nella notte del 21 novembre a Legoreccio di Vetto (un tradimento) e tutti fucilati il mattino del giorno dopo (solo uno si salvò, per pura fortuna, e in seguito fu il prezioso testimone del tragico fatto). E Aldo Zucchellini? Comandava col nome di Ivan la 47ª brigata Garibaldi. E’ caduto nell’agguato del 20 novembre al ponte di Lugagnano. Medaglia d’argento al Valor militare. E Bruno Bocconi? Comandava col nome di Fulmine il distaccamento Sambuchi del 2° battaglione Guerriglieri della Montagna, è caduto in combattimento a Ciano d’Enza il 10 aprile 1945. Medaglia d’oro al Valor militare.
Mario Rinaldi

 

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  • carlo

    21 Aprile @ 14.44

    Bogliani Ennio era del PSI e non del PCI

    Rispondi

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