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Valmozzola quartier generale dei partigiani

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Roberto Longoni
Trasibulo, Sandokan, Lupo, Birra,  Gianpaolo...  Insieme. Di nuovo insieme,  al riparo dalle raffiche degli anni, armati delle loro storie, difesi da  un'eterna giovinezza color seppia dall'accerchiamento dell'oblio. Sulla testa, spioventi di legno; attorno, ampie vetrate affacciate sulla valle del Mozzola: il Museo della Resistenza è una realtà. Sulle bacheche pende un tricolore sabaudo, e domani alle 9,30  un nastro tricolore sarà tagliato. C'è voluta la dedizione di un ex infermiere parmigiano, Maurizio Carra, che ha contagiato d'entusiasmo decine di persone («Dall'amministrazione comunale ai valmozzolesi: siamo stati spalleggiati in tutto» dice lui). Il padre non era partigiano, non lo era nemmeno uno zio: ma grazie a lui sono stati ribaltati fienili e cantine, cassetti e solai. E c'è voluto l'impegno di Caterina Larini, che ha creduto nel museo, facendo una donazione in memoria del marito Gianpaolo, luminare della radiologia che tra questi monti combatté ventenne. Grazie a lei e alla Provincia -  che a sua volta ha sovvenzionato il progetto, per il  quale anche altri privati hanno fatto offerte - i reperti e le testimonianze trovati da Carra ora hanno un luogo per raccontarsi: a Mormorola, di fronte al municipio. Lì sotto, la valle s'apre come un libro da leggere. La guerra partigiana ha lasciato il segno in questo Appennino scabro. «Basti pensare al velo della Madonna della cintura a Mariano: è fatto con la seta di un paracadute».  Qui, lontano dalla corsa del mondo, i partigiani sfilano ancora nei ricordi.  Carra indica di là dal Mozzola, sotto la ruggine del Groppo. Un pugno di tetti rossi: Mercati. «Quelle case nascosero inglesi da far passare oltre la linea Gotica». Lo sguardo sale verso il crinale del Barigazzo. Pochi chilometri di curve: il Castellaro. «Lì era la base di Pablo e dei suoi della 31esima. Poi, il  Castello di Mariano: sede del Comando unico». Questi posti, il padre del museo li ha «rastrellati» palmo a palmo in una trentina d'anni. «Vedevo caricatori, giberne tedesche, elmetti italiani abbandonati nei fienili dall'8 Settembre». La lista era destinata ad allungarsi. E di molto. Reperti che parlano con tono cupo: caricatori dello Sten, del Mab, del Bren; polvere contro i pidocchi, sapone, lamette. E armi. Erose dalla ruggine, ma che hanno sparato, spezzato vite. L'ultimo cimelio? «Una donazione dell'altro ieri: il giubbotto di don Guido Anelli, parroco di Belforte, anima della brigata Julia, paracadutato due volte oltre le linee». Carra mostra grandi lastre arrugginite. Gli aerei americani dell'Oss decollavano da piste fatte con questi incastri.  Accanto, cassette di cibo in scatola e contenitori per le bombe, un telemetro tedesco, radio americane e inglesi, giubbotti, medicine, confezioni di alcol solido, custodie per granate da lanciare con il Mauser tedesco. Ma sono le testimonianze il pezzo forte. Carra ne ha raccolte 55, tutte con il «sigillo» di tessera e attestato partigiani. Inedite, per lo più. «A Gravago mi  sono imbattuto in sette fogli sui prigionieri italiani a Luckenwald, un campo di smistamento a 60 chilometri da Berlino. C'è anche il resoconto, redatto da tale capitano Pagliaro, di un eccidio di ufficiali italiani in una cava». Poi ci sono le foto, a centinaia. Ritraggono volti e concentrati di  storie. Come quella della staffetta che guadagnava 800 lire a viaggio («Da diventar ricchi a continuare» esclamava) e prese a male parole un tedesco che, perquisendolo, gli aveva fatto cadere il pacchetto del tabacco. O quella della donna che aiutò un militare americano ed ebbe in dono un fazzoletto dell'Us Army. Un soldato della Wehrmacht in un rastrellamento scovò quella stoffa ricamata: più che un'accusa, poteva valere una condanna. Ma il tedesco se ne andò dopo aver abbracciato la donna, graziandola. A volte le foto sono parti di un mosaico e «richiamano»  altre immagini. A volte sono ignote più del previsto. «Succede che i figli fatichino a riconoscere i padri partigiani» sorride Carra. «Molti che non sfilarono a Parma il 25 Aprile si misero in posa nel giugno del 1944, per la liberazione (provvisoria, ndr) di Bardi. Degli scatti alla partigiana Paola, che invece a Parma sfilò con la 135esima, i negativi sono stati trovati in una vecchia stufa. «Spero che quanto esposto qui faccia emergere altri reperti, altre testimonianze che colleghino tra loro i vari personaggi». E' una corsa contro il tempo. Ormai  più che la memoria della Resistenza, è in gioco la resistenza della Memoria.             

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