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"Concerto Cantoni": la colonna sonora della Bassa

"Concerto Cantoni": la colonna sonora della Bassa
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di Lorenzo Sartorio

Le note che escono dai loro ottoni, gagliarde, festose e frizzanti come bollicine di lambrusco, potrebbero essere la colonna sonora dei racconti  del «mondo piccolo» ricamati  dal quel geniaccio della penna che risponde al nome di Giovannino Guareschi. Il «Concerto  Cantoni» evoca, infatti,  la storia, i profumi,  gli umori, le carnalità e la sana follia di quella Bassa  miscredente e religiosa, gelida e incandescente,  barricadiera e conservatrice,  piatta e allo stesso tempo ondulata dalle passioni  e dall’estrosità  di quella gente che gravita attorno al Po, il grande fiume padre e padrone  di quelle terre dove, nel 1861 nacque il «Concerto Cantoni».
Una terra di gente di forte, di cibi gagliardi dai sapori accesi, di vini che non stanno tranquilli, di mangiari che ben si sposano sia con la nebbia e il freddo che con il caldo soffocante  di quelle estati bombardate da stormi  di zanzare. Dove i vecchi contadini difficilmente muoiono nel loro letto, ma quando il buon Dio li chiama,  schiattano  a terra, vinti dal tempo e dalle intemperie della vita come quei giganteschi pioppi che si specchiano  nelle acque del «grande fiume».

Fu Giuseppe Cantoni il capostipite e fondatore dell’omonimo Concerto nato a Casale di Mezzani, proprio nel cuore di quella Bassa generosa e anche un po’ matta, dove «il sole - diceva Guareschi -  picchia martellate sulla testa della gente, ma dove almeno si rispettano i morti». Il  Concerto  a fiato di Giuseppe,  abile suonatore di flicorno, ottenne subito  successo in quanto era composto da validi musicisti che Cantoni  reclutò un po’ in tutta la Bassa. 
A questi,  si aggiunsero  i 14 figli (9 maschi e 5 femmine) che Giuseppe ebbe  dalla moglie Maria Secchi, una brava «rezdora» della «Parmetta» di Casale di Mezzani. Alla morte del capostipite,  avvenuta nel 1909, gli succedette  al trono del Concerto  il figlio Fernando, padre di Serino Cantoni, novantacinquenne, ex taxista  di piazza Garibaldi, ma soprattutto virtuoso di bombardino,  il quale portò il Concerto Cantoni sul set  di film di successo  per la regia di Bernardo Bertolucci.
E fu proprio il lungimirante Serino a consegnare nelle mani  di un giovane coltarese le sorti del suo avito Concerto. Infatti, dal 1983, Eugenio Martani, allora ventunenne,  attualmente  dirigente d’azienda,  allievo del maestro colornese Leonildo Casanova, solista di quartino, è  l’anima e  il traghettatore nel terzo millennio di un’antica tradizione musicale che porta avanti con una formazione composta in massima parte di musicisti giovani provenienti da tutto il territorio.
 Inoltre, sempre Martani, è stato l’artefice dell’interessante «Museo Cantoni» allestito nell’ex  scuola di Coltaro. Un museo dove il visitatore è  accolto da due manichini che raffigurano  i figli  di Giuseppe Cantoni  accanto alle loro bici,  i soli mezzi di locomozione  degli orchestrali  del tempo. E, su quelle vecchie due ruote, il materiale che serviva per fare festa nelle aie: una corda e alcune mollette per stendere, come un bucato,  gli spartiti per leggerli, una sporta di «pavera»  con «munizioni da bocca» ( salame, pane e bottiglie di vino) e una sacca di stoffa che custodiva gli strumenti musicali.
E poi tanti, ma tanti amarcord: foto d’epoca, strumenti musicali autentici  appartenuti alla famiglia Cantoni, partiture e tante altre preziosità che fanno gustare piacevoli ricordi dei nostri vecchi.
La musica popolare, un tempo, cadenzava le principali fasi della vita agreste: lo sfalcio, la trebbiatura, la vendemmia, la spannocchiatura («scartociäda»).
E, per la gente dei campi, erano momenti sacri da festeggiare sull’aia cantando, ballando e riempiendosi la pancia con quei cibi che, durante l’anno,  erano latitanti sulle tavole come la carne e i dolci.
Il «Concerto Cantoni» fu  la colona sonora di questi magici momenti di vita contadina. 
Agli inizi del Novecento fu la volta della «macchina per ballare», «quella gran macchina di legno e canapa - come  descrisse Guareschi - che si vede tuttora in qualche sagra di paese: il festival. Un enorme baraccone, a pianta rettangolare, facilmente smontabile e trasportabile coperto da un telone biancastro…».
Infatti, una sala del museo   ricorda appunto le balere di una volta con quei tendoni che ondeggiavano  al vento come altrettanti barconi che veleggiavano su oceani di erba medica.
Infine la sezione dedicata agli strumenti musicali che suonavano i nostri soldati durante la «grande guerra» e nei campi di concentramento nella seconda guerra mondiale e che, ancor oggi, emettono struggenti note di dolore.
«… E i suoi trilli dapprima venivan giù turbinando come una densa formazione di aerei in picchiata. Ma, arrivata a mezz’aria, la matassa sonora si dipanava; ogni nota si metteva dietro l’altra, e tutte scivolavano velocissime  nel cielo sfiorando i comignoli delle case, poi inerpicandosi poi ridiscendendo e volteggiando, sottile e luminoso filo d’argento che, disegnato un complicato ricamo nel velluto nero della notte, si spegneva ad un tratto: ma rimaneva il solco nell’aria».
Una dolcissima  poesia che Giovannino Guareschi  sembra quasi avere dedicato a Eugenio Martani mentre, dalla finestra del suo museo,  intona «l’Invito» ad una festa contadina nei verdi prati dei ricordi e delle antiche passioni di quel miracolo laico che si chiama bassa. La terra del Po.

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