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Gente di provincia: Gino Ramelli

Gente di provincia: Gino Ramelli
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Stefano Rotta

La legna lo scalda, i legni lo incantano, di legno sono le barche che mette al mondo. Gino Ramelli vede la luce dietro l’argine di Pieve Ottoville, nel 1935; 18 anni dopo va a vivere alla Fossa, due passi da Roccabianca.
Taglialegna, cacciatore, uomo di fiume: abita il tempio delle radici, ne raccoglie, «guardando sempre a terra», dal 1965. Da lui non arriva il gas. Continuano a bruciare ceppi nella stufa di ghisa, anche a primavera. Al calduccio, nella cucina, o al fresco - retaggio d’inverno - delle camere, ai muri sono appesi tutti gli animali del Po, della Terra e della fantasia: dai nèdar agli unicorni, dai rettili preistorici alle vacche. Radici vive, trovate sotto la sabbia bagnata, lì gli agenti dell’atmosfera incidono meno. Storie di una storia che non scrive nessuno. Tutto quello che il fiume vuol dire, lo dice con i suoi legni: il custode di questa magia, bibliotecario di un’immensità di memorie, è un mezzo eremita con gli occhi azzurri "sgrisaröi". "Me ne cercano, a volte", dice. "Ma io ce ne do qualcuna, semmai, solo agli amici". Col senso del sacro, nel dire "amico".
Gino Ramelli ha le braccia già scure di sole in aprile, con i peli fini e schiariti, quasi bianchi, dai raggi; la mano sembra una scure, ma è delicato, quando passa il filo di polvere con i polpastrelli alle sue creature senza tempo. Indossa pantaloni verdoni di velluto spesso. Un paio di ciabatte, sotto i piedi nudi, un lupetto tirato ai gomiti, coi segni del tempo e della vita. Parla un dialetto atavico, di suoni fondi, lontani; a loro modo musica. Ti guarda negli occhi, sempre. Lì, dietro casa sua, passa l’argine maestro; poco più in là, il fiume. La gente di Po è ospitale. Se può, sorride: e offre. Le gente di fiume, soprattutto, racconta. Se, e quando, si fida.
Le sue cose, Ramelli le dice con una bottiglia di bianco fatta in casa, tirata su da una cantina fatta più di lavoro che di etichette. Che vino è? «Qualche gamba di fortana, un po' di lambrusco. Roba semplice, niente di che. Noi lo chiamiamo la ciula, non fa gradi, va bene per la merenda, col caldo. Coi piedi veniva meglio. Lo facevo alla maniera antica, fino a dieci anni fa. Le centrifughe fanno schiuma, strapazzano, va mica bene». Ne beviamo una bottiglia, con calma, chiacchierando al fresco del casale. Nel bicchiere c'è un moscerino: buon segno, uva viva. Sono appena arrivate le rondini. «Venti nidi. Sempre gli stessi. Hanno casa loro, lì dentro. Si mettono su un albero, piangono, finché non apro le finestre. Tutti gli anni. Se non è il 10 marzo, è il 12 o massimo il 15. Entrano, escono, da una fessurina, non s'incrociano mai, hanno una stanza tutta per loro. Mì le bestie guai!».

Le radici
I legni ti chiamano, non sei tu a trovarli. E’ una vecchia legge non scritta, che chi va a Po conosce bene. Lui a Po ci è nato. E con Ramelli il fiume è stato generoso: 400 radici, una più espressiva dell’altra. «Prima le verniciavo - dice - ora le lascio così, come natura crea». Mostra uno scoiattolo, poi un "tipo polipo", poi ancora un animale di fantasia, che un nome nella lingua di Roccabianca ce l’avrebbe, ma trascriverlo è impossibile. Per tutto il Novecento che ha visto, Gino Ramelli ha fatto il taglialegna. «Lavorando nel bosco si è esposti a Po -, dice - .Sai quando si trovano? Mica quando cresce l’acqua. Quando c'è magra, vien fuori la 'gasìà, lasciata dalle piene, o addirittura vien su da sotto la sabbia, dove si conserva bene». Ripete: «Per queste cose ci vuole la gasìa, legno forte, che sta anni sotto l’acqua e non va a male. Anzi, l’acqua protegge. E anche la sabbia, dalla luce, dal vento, dal sole». Il primo fu un’oca: fuori c'è il boom economico, la motorizzazione: lui comincia a raccogliere legna, e ci disegna qualche occhio, per infonderle lo sguardo. Ma non ce ne sono tanti quanto un tempo. «Sono calati. Po non è più un fiume. E’ un fosso. Passa sempre per quel posto». Riassume così, Ramelli, una delle questioni più importanti e meno dibattute dell’attualità: il fiume è in trappola. Come? Apre le braccia, come un airone. «Un tempo era molto più largo, non trovo le parole per dirtelo, come, più lento, aveva diversi rami, isole, acqua tanta ma calma, era come stare al delta. Uccelli finché volevi. Adesso è un fosso. Fanno i pennelli con i prismi». Vuol dire che le sponde sono rialzate, raddrizzate con massi artificiali, e il fiume, in sostanza, ristretto, abbassato e canalizzato in un percorso predefinito. La corrente si velocizza, perde in fantasia, e quel che è peggio, «non ci sono più lanche». Tira fuori nomi fatati: "gambettoni", "cül bianc", "piviere", la "pitima".
Questo mondo fluviale padano - l’universo generoso e crudele dell’infanzia di Gianni Brera - è stato ridotto a un corso d’acqua che deve stare al suo posto. Acqua inquinata, s'intende. Lui, Ramelli, un po' ci soffre. Nella sua cultura non puoi dire «sono innamorato del posto dove vivo», ma i suoi occhi, la sua stessa vita, i suoi legni, lo raccontano bene. Senza smancerie. E tutto si aspettava, uno che ha usato la spingarda quando si cacciava per fame, tranne che vedersi portar via l’unica cosa che c'era un tempo, un tempo chiamato Dopoguerra: il grande fiume.

La spingarda
 Ne ha una in un pianoterra dove tiene ferrivecchi e barche fatte a mano, in legno. E’ un cannone lungo e stretto. Roba per gente cruda, che la sa maneggiare. «Otto etti di piombo, un etto e dieci di polvere nera»¸ recita come a memoria. E’ l'alchimia per il boato. Quattro metri di canna, a bordo di una barca di sei o sette e larga uno, a fondo piatto, con un piccolo riparo a poppa perché il rinculo non colpisca l’uomo a bordo. «Tira centro metri, per quattro: tutto quello che c'è in quel campo è colpito». A volte gioca brutti scherzi: ti può aprire in due uno scafo, come una mela, o rincularti contro, e buttarti a fiume, o i bossoli esplodere; insomma, «ci vuole malizia». Già allora, a quei tempi, la spingarda non era cosa di tutti. Ci si andava per anitre, ma non solo. «Non so se lo posso dire. Una volta c'era uno che si nascondeva nelle sterpaglie per mandar via la selvaggina. Oh, bastava che m'avesse chiesto una o due anitre, e ce le davo. Niente, tutte le volte così. Gli ho dato tre segnali di fuoco, e non andava via. Allora è partita una spingardata. Ci siamo rivisti quindici anni dopo, a una cena di cacciatori. Tutti raccontavano le loro storie. Non sapevo, non lo avevo mai visto bene in faccia. Mi ha fatto vedere gli stivali buchi». Prima era caccia, c'era soddisfazione; adesso è tutto finito.

A Po, nel 2011
Adesso di legni all’anno, di molto belli si capisce, Gino Ramelli ne porta a casa una quindicina. Fa diverse altre cosette, con il legno: come costruire modellini di barche, perfette, potrebbero navigare, con addirittura una mini "dirlindana" a prua. Dirlindana sta per balanza, o bilancia che dir si voglia nella lingua di Dante. E’ quella grossa rete raccolta da quattro ferretti che, posata in acqua, raduna gran quantità di piccoli pesci, se il pescatore è abile, accorto, e sa dove, come, e quando immergerla. «Ci prendevi pesci belli, un tempo. Adesso solo carpe e siluri. Non è mica buono, il siluro. Qualcuno lo mangia, ma...».
Nella vita ha disegnato e curato anche barche «in plastica, per le competizioni. Ma adesso non si può più neanche quello. Perché se succede un incidente, non sanno a che ditta chiedere i danni». Una sua creatura, in resina, vinse il Rally nautico Pavia Venezia 1987. Lavorava con un socio, "Politi Gilberto". Ricorda, «costruivamo dentro una stalla abbandonata, era di Fiaccadori». Le barche, una volta, si adoperavano per sopravvivere, per mettere al mondo i bambini, per spostare legna, cavare sabbia, ghiaia, e per migrare da un paese all’altro, a volte. O per fuggire in tempi di alluvione. «Avevano la colomba, a poppa, che serve per fare meno risucchio d’acqua».
Tutte cose scomparse con i motori. «All’inizio ce li avevano solo i signori, per un bel po' ancora siamo andati avanti a remi». Navigando alla veneta, stando in piedi. Non va più a caccia di anitre, Ramelli. «Fino a vent'anni fa ce n'erano, eccome. Adesso non si fermano, sulla sabbia non si mangia. E poi ti dicono loro dove andare. La caccia è un’arte, una maniera di stare al mondo.
Da novembre a marzo. «Ti dicono loro, dice lui: i cacciatori, quelli veri, non hanno mai gradito regole, permessi, zone riservate. Per capirli, e non prenderli per killer, bisogna pensare a com'era il mondo quando sono nati: che lo si faceva per sopravvivere, per far quattro monetine, per tenere quel contatto mai senza sangue con la natura.

Filosofia fluviale
«Vör mia premüra». No, non ci vuol fretta, per capire cosa si muove dentro un tocco di legno. Se non ti siedi, con massima calma, e lasci un po' andare i morsi della razionalità, non vedrai mai il gabbiano volare. "Ho sempre lavorato. Sempre guardato per terra. Il fiume, per mio conto, è morto. Non fa più cambiamenti. Passa sempre in quel posto.
Non c'è più pesce buono. Hanno devastato. Pesce, anitre, le lanche... ghè pu 'ngot. Le anitre passano, semmai, ma tirano dritto. Non c'hanno posto dove stare". E l’inquinamento. Lui lo chiama "sburdaliament".
La beveva, quell'acqua, nel 1953, quando è arrivato qui, e c'erano le barche di "arice": dicono tutti così, alla Bassa: "arice"; in realtà è legno alpino di larice, ma va bene lo stesso. Ora ci affoga di nostalgia. "Per andare avanti, bisogna andare un po' indietro", dice. "Vorrei che quando sarò morto, qualcuno vedendo i legni, dirà... và che bei bagaj".

Per eventuali segnalazioni o suggerimenti,scrivetea:  gentediprovincia@gazzettadiparma.net

 


 

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  • Kate

    26 Agosto @ 13.08

    Conosco questa persona da anni, è davvero una bellissima persona..... La durezza della vita contadina nella Bassa ha scalfito il suo animo in positivo, accrescendo sempre più la sua sensibilità e il suo animo puro...... Tanti auguri Gino, che tu possa essere ancora per tantissimo tempo il nostro uomo del fiume.......

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