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Gente di provincia - Enzo Bernabò

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Stefano Rotta

Non le conti più le notti con la faccia per terra, e l’odore delle scimmie addosso, andando a piedi da Cavignaga in Germania, in Scandinavia, in Russia. Da Porcigatone, da Pursy, dalla Valle Noveglia. Da Strela e Caboara. Con i cammelli, gli orsi ammaestrati conquistati al mercato dei Pirenei, e qualche figliolo sveglio: è l’epopea degli Orsanti, nel Settecento, Ottocento, fino – circa – alla prima Guerra Mondiale. 
Al mondo non c’è più nessuno di questi eroi appenninici, partiti senza data né meta precisa, dialetto in bocca e scimmia in spalla: ma esistono i nipoti, con le favole nei cassoni; così chiusi, e remoti, da aver paura a riaprirli se passa un curioso. Figurarsi un giornalista. Teatrini, tacabanda, l’orso che balla per i bambini della bella società ai tempi della «Belle Epoque»: non è una piaga come l’emigrazione italiana di montagna, che narra di pance bucate e famiglie spezzate. «Quello degli orsanti era un mestiere – spiega Giuliano Mortali, studioso locale, autore di varie pubblicazioni di interesse storico  –: qualcuno fece fortuna, altri lavorarono con soddisfazione economica. Non straccivendoli, o zingari. Ma professionisti ante litteram dell’intrattenimento, nelle città mitteleuropee e nei palazzi del potere a Est». Si dice anche di storie senza tempo, uomini coraggiosissimi con traversate selvatiche sulle spalle, loro e il loro circo: una volta arrivati alle corti degli Zar, via tutto. Si vende al magnate. Si monetizza il sogno. E si torna al paese, se non da imperatori, almeno da sfamati a vita. 
Uno zio di Enzo Bernabò - Enzo è l'uomo che racconta questa storia - si chiamava Antonio. Classe 1844, visse fino al 1926. Per tutti era Bin, chissà perché. Aveva una piccola vigna, dalle parti di Cavignaga. E una lunga barba bianca. Non sappiamo nemmeno che idea avesse di quei posti, del mondo e della politica: ma, è certo, andò – sempre camminando – nelle odierne Austria, Germania, Romania e Polonia. Fin quasi al confine con la Russia. 
«Con lui c’era una signora, piccolina, di Odessa. Era padrona di questa specie di circo, lo dirigeva. Tagliavano le unghie dell’orso appena rinforzavano, per sicurezza. Tornò a casa nel 1919. Non sappiamo quand’era partito». 
Si sa però che a un certo momento è venuto a casa, come tutti, per portare «il grano» ai familiari. Nel frattempo – miracoli di gente d’altri tempi – s’è messo pure a costruire una casa con le sue mani, aiutato forse dalle giovani maestranze, e ci ha messo dentro un’osteria. Che non ha mai chiuso, ci si può andare ancor oggi (certo, è cambiata): si trova lungo la strada che da Bedonia porta a Bardi, proprio all’ingresso del paese di Cavignaga. Le cose vanno bene, ma lui riparte. Ancora quel mondo di poche certezze chiamato «estero» o «lestero», conosciuto solo dagli storici come «Impero Austro-Ungarico». 
Enzo ha nella testa tutto l’albero genealogico della famiglia. Cerca una definizione esistenziale per gli orsanti. Sta in silenzio un minuto, forse più. Poi, ad alta voce: «Avevano una forza interna, l’istinto di andare. Erano avventurieri». Partivano con carte geografiche gigantesche in tela, e chissà com’erano scritti i nomi dei posti, in che lingua, e come le strade, le città, i fiumi. Ci si capiva a gesti, fiutandosi. Girando con orsi, cammelli, pappagalli e tacabanda. «E’ cambiato il clima, c’erano orsi un po’ ovunque in Europa», racconta ancora Enzo. Qualcuno è partito da qui ed è finito in Crimea con le bestie. 
Al bar trattoria dei Bernabò si racconta, oltreché degli avventurieri «buoni», dei «battibirba», nome romantico grazie ai secoli, ma di fatto gentaglia. Potevano chiedere monete per gli ammalati, tenendosele, truffando il buon cuore degli sconosciuti. Oppure sfruttando l’allora diffusissima superstizione, se ne andavano in lande depresse dove altro non erano che forestieri, per istillare il dubbio del malocchio, e toglierlo poi a furia di donazioni. Quando in Appennino non c’era da mangiare per tutti, e qualche anima poco pia se ne partiva di là delle Alpi come una Wanna Marchi pre-televisiva, non restava che inventarsi lo stipendio, e garantirselo con l’impunità dello zingaro senzapatria. 
Sulle storie degli orsanti si sono cimentati alcuni autori locali, fra questi Arturo Curà, parmigiano, classe 1940, oggi residente a Bedonia. Scrive, in «Orsanti», pubblicato da Silva editore: «Si strinsero la mano. Di bello questa gente aveva la capacità di conoscersi al primo fiuto, annusandosi come cani. Il sentirsi diversi dagli altri li univa fino a considerarsi padri e figli e fratelli, liberi sulle strade, speciali viandanti smemorati e fieri sotto le lune d’Europa». Andare, fare, sopravvivere. Portar di qua, poi via di nuovo. «L’istinto di andare», lo chiama il vecchio Bernabò. 

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