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Gente di provincia - Bice Righi e Rina Affanni

Gente di provincia - Bice Righi e Rina Affanni
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Stefano Rotta
Due binari conficcati nel destino, in fondo al cielo della Bassa. E’ la storia di un treno e di un’amicizia, la loro, così simile a quei due pezzi di ferro fra Parma e Brescia. Sempre una accanto all’altra, Rina Affanni e Bice Righi: la scuola, la guerra, la vecchiaia; stessa data il primo vagito: 1915. Ne sono successe, di cose, nel cuore insanguinato del Novecento. Non era ancora venuto il terrificante 1944, con il bombardamento aereo dei ponti sul grande fiume; la ferrovia binario unico di San Polo, da Parma, portava ancora a Brescia. Vagoni per bestie, treni di dolore: da Brescia a Verona, da Verona al Brennero, il resto è storia. Una volta, nella notte, Rina e Bice camminavano lungo un sentiero nella campagna: tornavano da un’incombenza, mettere simil-petardi sui binari. Con il nebbione, sarebbero esplosi al passaggio dei convogli, avvertendo il macchinista dell’approssimarsi della stazione. Compito duro per Rina Affanni: il marito in guerra, lei a casa, a mandarla avanti, con i campi e l’impegno di "curare" il treno di notte. Ha un’amica però che la segue, sceso il sole: si conoscono dalle scuole elementari. Stanno rincasando, quando passa un treno "straordinario", uno di quelli non previsti dall’orario canonico della ferrovie italiane. O merci, o prigionieri. Un uomo, di cui non si conosce il nome, decise che a bruciare vivo in Germania non ci sarebbe arrivato. Fuori, il nero della Bassa ai tempi di guerra. A bordo riesce a scavarsi un pertugio, chissà come, calcato come un porco insieme ad altri esseri umani. Cade fra un binario e l’altro, si lascia sfilare il treno sopra. Le guardie se ne accorgono. Lui scappa. Spari. C'è Rina, lì intorno, che viene a casa, in paese: nascondiglio di fortuna dietro il palo del telegrafo. Bice invece gli trova abiti civili, e lo tiene per qualche tempo a casa, al sicuro. Si salvano tutti. Per mesi le due andarono avanti e indietro col buio pesto, e le (allora) invincibili nebbie della Bassa, a mettere un po' di esplosivo sui binari, prima del segnale. Il 12 luglio 1944 sedici bombardieri americani devastarono il ponte ferroviario sul Po, un vecchio passaggio nautico con assi di legno ben messe sui barconi.
Quando finì la guerra, e tornarono gli uomini, avanti a coltivare, zappa e fazzoletto in testa: fino alla fine degli anni Sessanta, con la pensione dei vecchi attrezzi agricoli (ecco i motori!), e quasi un cinquantennio di fatiche alle spalle. Adesso Bice, che con affetto dava dell’"arnòc" all’amica un po' acciaccata, è in ospedale, ma non se la cava male. Rina è invece ancora a casa con il figlio Enrico Melioli, che racconta: «Mai una volta in tutti questi anni, e sono tanti, che non si sono telefonate alle undici della domenica mattina. Si sono confidate per quasi un intero secolo». Scuola, guerra, lavoro e vecchiaia. Rina e Bice hanno perso anche l’amore insieme: Aldo Melioli è morto il 28 agosto 1997, Dante Bilzi tre giorni dopo. Vanna, figlia di Bice, ha poi sposato un ferroviere. C'è l’humus generoso della pianura, dietro questa vicenda umana, che porta con sé altre e alte forme di legame. E’ la grassa Bassa di cui Gianni Brera scrisse: «Non madre è la terra per i Padani, ma padri sono i Padani della loro terra, cui aggiunsero per millenni la propria carne e le proprie ossa». Quanti altri prigionieri l’hanno attraversata l’ultima volta, rovente o con la nebbia in cento modi chiamata nei dialetti della zona, per finire dentro un forno? Di contro c'è quella che Melioli, seduto a un tavolo con le foto di un secolo fa, chiama «la solidarietà della civiltà agricola, i legami cementati in anni di vita, lavoro di braccia e fatica insieme». Rina durante l’intervista mette la mano sulla fotografia del 1921 e vede la sua amica bambina alla scuola di Vedole. Le viene in mente che in mano teneva una lanterna, per servire le ferrovie, e che senza Bice le sarebbe mancato un braccio. Porta con se gli ultimi raggi di un mondo oramai sepolto. Alle pareti sono appesi cimeli ferroviari, alcuni dei quali con l’iscrizione fascista dell’anno di regime. I binari, gli stessi di oggi, corrono dietro la villetta di famiglia e finiscono contro le prime Prealpi, l’amicizia no. E’ una cosa che si conserva bene, la morte non le fa paura.

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