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Gente di provincia - Ferdinando Longinotti

Gente di provincia - Ferdinando Longinotti
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Stefano Rotta
E'curioso che un montanaro appenninico del 1932 come Ferdinando Longinotti, pensando ai vecchi cicli di pascolo, dica: «E' cambiato il clima. Allora era ben più caldo». 
Siamo nel campo delle impressioni, certo, ma sono sensazioni di chi la montagna l’ha vissuta sempre. Anche negli anni Quaranta, quando saltavano le teste per le lotte fra partigiani e nazisti. Questo Mauro Corona delle nostre montagne, lui come ce n'erano tantissimi una volta, è un uomo della vecchia guardia: di quelli che non hanno vissuto sopra le montagne, ma con le montagne.
«A dodici anni, nel '44, qui a Pianazzo è stato bruciato tutto. Anche le mucche che non hanno fatto in tempo a scappare», racconta Longinotti, con la sua canottiera bianca, in giorno di fine estate, caldissimo anche a 828 metri di quota. I suoi ricordi preferiti, però, parlano di pastorizia. «Si portavano gli animali su in montagna, e di sera giù, in stalla, nei casoni. A Pianazzo eravamo in cento, adesso in sei. Noi vecchi siamo morti quasi tutti, i giovani se ne sono andati via per lavorare», riassume così, in una manciata di parole, il fenomeno di forte spopolamento che nell’ultimo secolo ha interessato la montagna italiana, e in particolare queste lande appenniniche, fra Emilia e Liguria. Una vita a fare il contadino, dopo le scuole elementari. Andava a far legna sul monte Zuccone. «Si tagliava la legna, si faceva a fascine - ricorda - e poi lo si portava a spalle per i sentieri». 
Come con i fasci di fieno, gli stessi che divennero simbolo della nascente dittatura fra le due guerre. Gli hanno ammazzato due parenti in guerra: Francesco ed Ernesto Longinotti, fratelli fra di loro, cugini della mamma. Il padre, invece, si salvò, essendo un lavoratore della centrale elettrica della zona. Al suo vicino di casa, Domenico Longinotti, hanno invece fucilato il padre. Loro, i bambini, in quei tempi di sparatorie dovevano nascondersi tra prati e rovi. Comincia a tessere i ricordi e salta fuori la terrificante domenica 16 luglio 1944. 
«Hanno preso gli uomini che hanno trovato e li hanno fucilati», dice, pensando a quelle ore di tensione per la presenza in quota degli uomini di Hitler. Periodi di odi e di rappresaglie. Che a qualcuno sono toccati come ultime ore di vita, per altri invece è stato solo l’antipasto, la fanciullezza; l’inizio.
 «Mi sembra di vederli», va avanti. Quando poi racconta di quando hanno bruciato le stalle, è quasi un viaggio nel tempo, seduti su un legno nelle viuzze senza asfalto di Pianazzo. E', questo bellissimo e raccolto borghetto, una frazione di Santa Maria del Taro, su per una stradina ritorta verso i monti liguri. Si sentono le voci nel pomeriggio, ma poi è il silenzio totale. Lo stesso che incornicia le parole di questo montanaro, intento a recuperare brandelli di memorie intorno ai fatti del 1944. Ve ne furono due, particolarmente crudi, da queste parti, che l’uomo visse in tenera età. Il primo l’11 luglio 1944, quando i militari tedeschi mieterono quattro vittime civili: Giovanni Longinotti (Tornolo, 51 anni), Bartolomeo De Vincenzi (Tornolo, 44 anni), Angelo Serventi (Tornolo, 57 anni), Antonio Serventi (Tornolo, 47 anni). Il 16 luglio, qualche giorno dopo, fu il tragico turno di Primo Ilari (Tornolo, 17 anni), Sante Ilari (Tornolo, 50 anni), Antonio Longinotti (Tornolo, 58 anni), Ernerto Longinotti (Tornolo, 54 anni), Francesco Longinotti (Tornolo, 56 anni), Bartolomeo Lusardi (Tornolo, 58 anni), Berto Lusardi (Tornolo, 58 anni). Fu quello il giorno in cui altri sette civili vennero prelevati e fucilati, chi sul posto, chi trascinato nel bosco vicino. Vennero depredati anche di scarpe, fedi nuziali, orologi e pochi denari. Come riporta Ferruccio Ferrari, «Al piano scenderem per la battaglia...», (Parma 1986), «in quei giorni terribili, bruciarono le canoniche di Scurtabò e Cassego, l’albergo del Bocco e la canonica di Streppeto. Bruciò la frazione di Bruschi di Sotto al completo». 
«D’inverno senza televisione si stava in casa, si giocava a carte, correvano ancora i racconti della prima guerra mondiale. D’ottobre c'erano le arroste». Parla dei marroni al fuoco, tradizione larghissima in Italia, ma qui ben radicata, vista la presenza fittissima di castagni. «Si facevano anche quindici quintali di farina di castagne per famiglia, per affrontare i mesi freddi. Non c'erano negozi. Si lavorava per produrre da mangiare, per vivere».  
 

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