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Gente di provincia - Argentina Zammarchi

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Stefano Rotta
Veniva Attilio Bertolucci, su a Casarola, a pranzo da Argentina Zammarchi. Lei una ragazza, lui un poeta con un figlio regista alle prese con «Novecento» e «Ultimo tango a Parigi».
Oggi Argenta, come la chiamano tutti, è lì lì per compiere ottant'anni: spegnerà le candeline il prossimo 13 novembre. Continua a preparare il caffè con la moka, nel cucinino del suo bar di montagna, e a offrire fette di torta («povere, di riso») fatte in casa per gli amici. C'è calore, un po' per il fuoco, un po' per le pietre, i tavoli di legno e tanti racconti, legati a questo crinale e al poeta Attilio, «che signore, che amico».
«Sono nata a Casarola, in questa casa», racconta. «La lucertola di Casarola», del 1997, è anche l’ultimo titolo poetico lasciato da Bertolucci.  «Ho cominciato a fare questo mestiere a otto anni, l’ho imparato da mia mamma, Emma Maselli», va avanti.
 Sesta di otto fratelli, le viene posto il nome Argentina dal padre, che aveva una sorella in Sudamerica. Non le va proprio a genio, «preferisco Tina, come mi chiamavano da giovane». Il padre, invalido della prima guerra mondiale, muore giovane. Lei, oltreché in cucina, lavora come contadina: munge le mucche e dà da mangiare ai maiali. Da ragazzina parte «alla sorte» verso Genova, con altre nove coetanee. Trova lavoro a servizio da una famiglia abbiente.
Dopo qualche mese chiede congedo: «Devo tornare a casa per aiutare la mia mamma», dice. Si sente rispondere: «Venite qui a passare l’inverno, vi sfamate e ve ne andate». Gli anni successivi, per sei lunghi inverni, sta a Torino, come cameriera a casa del professor Gallenga. A primavera si torna in quota per la raccolta del fieno. Narra volentieri di cosa dava da mangiare alle bestie, la «giotta» ai maiali per esempio, o patate di scarto. Ma anche della sua «amicizia profonda» per Bertolucci, stimato per i modi eleganti e semplici. «Parlava in dialetto, e si lamentava per l’asfaltatura dei vecchi viottoli di montagna. Voleva il suo "risciöl"».
Il suo selciato. Dice: «Veniva dentro, nel mio locale, con un grosso cappello e un libro sottomano. Poi andava al mulino». Quest’amicizia antichissima è stata ripresa anche da Isabella Bossi Fedrigotti, firma di una pagina di «Corriere della Sera», nel 1991, sulle radici dei Bertolucci in queste lande. Il foglio è appeso sulla parete interna del bar, incorniciato vicino ad altri riconoscimenti; l’ultimo di questi viene dal comune di Monchio delle Corti. Nessun matrimonio per Argentina. «Sì, ma adesso mi sposo con quel signore lì», scherza, indicando un avventore seduto al tavolo con un bicchiere di vino, giusto davanti alla stufa. «Ma ne avevo di spasimanti, eh». Parla più volentieri di amicizia che di amore. «Anche adesso mi scrivono da tutte le parti. Che bello».
Signora, cosa cucinava di buono a Bertolucci? «Risotto ai funghi, come gli piaceva! E torta di patate, o porri». I tempi sono cambiati, eccome. «Non cucino, oggi. Non mi piace più. Sono stanca. C'è solo il bar». Le viene in mente, parlando del poeta, di quando la strada l’hanno asfaltata veramente. Tratteggia la figura della postina a cavallo, nella notte dei tempi con due secchi di corrispondenza attaccati al quadrupede; un po' sorride come se tutto dovesse ancora succedere, un po' salta fuori con frasi funeree, «a volte sono stanca di vivere». Chi ha amato di più nella sua vita? «Mio fratello Bonfiglio. Ce l’ho sempre davanti agli occhi». E’ morto giovanissimo, a 32 anni. Le piacciono i giovani, Argentina? «Eccome». E cosa consiglia? «Ah, di non andare in giro tutte nude, alle ragazze, che mi dispiace». Piove. Siamo nel cuore di un borgo, al vecchio civico 14, di cui Bertolucci, recandosi nel 1971, appuntava «verso Casarola ricca d’asini di castagni e di sassi».
E di leggende. Sentite questa. La racconta lei. «Buga ed liger. Un bosco fra Casarola e Montebello, adesso ci sono dei bivacchi. Due donne andavano per sentieri, c'era la tradizione dei cavagnari da quelle parti. Si facevano le ceste, con i salici. Una sente dei canti, e comincia a ballare con un uomo. Lui suona la fisarmonica».
L’altra amica perde le tracce di questa ragazza. Forse perché lei si intrattiene nell’estasi di tale musica mistica. Ma l’uomo le dice: «Endè pian madona gròssa, che el mort on gh'à la fossa». Fu allora che vide lo scheletro, si accorse di essere abbracciata a un cumulo di ossa, corse a casa terrorizzata e quella stessa notte morì, dilaniata dal dolore di averla guardata in faccia, la morte.

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  • maurizio

    23 Ottobre @ 20.40

    bei posti e bei tempi,gente cosi;non si trova piu`

    Rispondi

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