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Il vescovo di Fidenza sulla morte di Simoncelli: "La vita è un dono, vale la pena metterla a rischio?"

Il vescovo di Fidenza sulla morte di Simoncelli: "La vita è un dono, vale la pena metterla a rischio?"
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«La vita è un dono, vale la pena metterla così a rischio?». Monsignor Carlo Mazza, vescovo di Fidenza ed ex responsabile sport della Cei, si interroga sulla tragica fine di Marco Simoncelli. E le sue conclusioni sono sofferte e contrastanti. «Perché - spiega in un'intervista all’agenzia Ansa - noi possiamo fare tante riflessioni su quanto è accaduto e sulla problematica del rischio nello sport che in alcune discipline è notevole. Ma alla fine uno segue quello che è il suo istinto profondo, la sua vocazione chiamiamola così, ad affrontare rischiosamente la vita. La vita come estro, insomma. Tutti lo sanno, lo sanno per primi gli atleti, lo sanno anche i genitori che è uno sport che potrebbe produrre delle situazioni molto critiche. Però c'è in alcuni una forza interiore così prorompente che è difficile controllare. Certo - prosegue monsignor Mazza -, anche in una situazione così difficile da analizzare noi possiamo fare tutte le nostre osservazioni, specialmente dal punto di vista pedagogico: cioè dobbiamo educare i ragazzi ad avere il dominio di sé stessi e delle proprie passioni, dei propri istinti orientandoli alle virtù, alla temperanza della prudenza».
«Se io propongo delle situazioni di rischio - riprende il vescovo di Fidenza - devo capire prima di tutto se il rischio vale la pena di correrlo, per quali valori e fini corro il rischio. La vita è un dono straordinario, devo custodirlo e coltivarlo ed esprimere della vita, che è un dono, tutta la sua pregnanza. Certamente lo sport non è fare le cose a casaccio, perché questi sono sport professionistici e certamente hanno tutte le precauzioni necessarie, quindi non bisogna neanche essere troppo superficiali nel giudicare. Però alla fine si tratta di capire se questo sport fa un uomo migliore o no. Esprime le potenzialità dell’umano? Queste potenzialità sono all’interno di un percorso etico che dà valore all’umano o lo mette in pericolo? È un rischio calcolato? Le riflessioni devono essere molto grandi e profonde perchè abbracciano diversi aspetti dell’umano». «A me - conclude monsignor Mazza - piange il cuore di fronte a queste cose, ma penso a tutti gli uomini di buona coscienza. E poi mi chiedo, ne vale la pena? Siamo di fronte al mistero della vita...».

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  • valentina

    25 Ottobre @ 11.17

    "Marco Simoncelli per cosa ha rischiato e giocato la sua vita?"scrive Massimo. per la sua vita stessa, per quello per cui lui viveva, per quello senza il quale la sua vita non sarebbe stata la stessa, non avrebbe avuto nessun senso, la sua grande passione. mi sembra abbastanza. forse per alcuni non e' paragonabile a essere missionari e aiutare gli altri. non e' abbastanza elevata come ragione per rischiare la morte. ma non essere appassionati di moto rende difficile, e lo comprendo, capire che anche lui aiutava tutti noi a rendere meno grigie le ns. vite, a farci sognare, a farci emozionare, esultare, piangere, ridere, semplicmente a VIVERE, e non a sopravvivere. lui, che aveva un dono, un talento, poteva scegliere tra vivere e sopravvivere. ha scelto la prima,per lui e per tutti noi. mi sembra abbastanza come ragione. avrebbe potuto, come tutti quelli che lo fanno, scegliere di non rischiare, ma che vita sarebbe stata la loro? non avrebbe avuto senso viverla cosi'. chi fa questo sport e' mosso da una passione cosi' forte, che nulla puo' fermarla. mio marito e' un appassionato di moto, ne ha avute diverse, e solo dopo parecchi anni insieme ho capito che non posso fare niente per fargli capire che e' pericoloso. ora che abbiamo una figlia, non ha tempo di usare la sua moto, e forse neanche se la sente piu', pero' la moto e' sempre li', in garage, ferma, ma sempre li', perche' a lui basta sapere di averla. ho provato a fargli capire che se deve stare li' ferma, conviene venderla, ma dopo ho capito io che sarebbe chiedergli di snaturarsi, e questo non sarebbe giusto.potete capire che se un semplice appassionato non si puo' convincere a vendere una moto ferma in garage, a Sic non si poteva chiedere di smettere di correre.

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  • Nicola

    25 Ottobre @ 09.03

    Appunto perchè è un dono la vita merita di essere vissuta. E Marco l'ha vissuta...a differenza di altri che, invece, non la vivono o fingono di viverla. E vivere la vita significa, spesso, correre dei rischi. C'è solo da scegliere: viverla rischiando oppure vegetare senza correre rischi?

    Rispondi

  • edo

    25 Ottobre @ 08.06

    Ne vale la pena quando ci sono in gioco barche di soldi....come in questo caso. Il mistero della vita passa in secondo piano.

    Rispondi

  • Massimo

    24 Ottobre @ 21.21

    Penso che il dono di cui parla monsignor Mazza si riferisce al valore che si dà ad un bene che ognuno di noi giudica prezioso e che spende volentieri per un valore analogo o forse superiore. Il missionario che viene ucciso per la sua opera in favore degli uomini che ritiene suoi fratelli, la madre che dà la sua vita per i figli, chi sacrifica la propria vita per il bene degli altri sapendo di morire per consentire ad altri di continuare a vivere. Ma la morte spesso ci può cogliere in momenti ben diversi, durante azioni che non c'entrano nulla con il valore della vita. Mentre facciamo i 200 all'ora in autostrada per guadagnare due minuti sul nostro arrivo, mentre lavoriamo perché abbiamo pensato di risparmiare 10 euro su un caschetto protettivo. Marco Simoncelli per cosa ha rischiato e giocato la sua vita?

    Rispondi

  • Mario

    24 Ottobre @ 20.20

    "non bisogna neanche essere troppo superficiali nel giudicare". Eminenza, visto che queste sono parole sue, le metta in pratica. Grazie.

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