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Gente di provincia - Gino Laurenti

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Stefano Rotta
Non lo voleva un figlio, troppa fame, troppo sangue, troppi amici fucilati. Ma la vita viene al mondo quando vuole, e Gino Laurenti, reduce di Cefalonia, contadino di Scurano, si trova davanti ai vagiti di una creatura innocente. E’ il 31 dicembre 1952: all’ufficiale, per annunciare la nascita del piccolo Fabrizio, viene aggiunta qualche ora. Il certificato riporta 1 gennaio 1953. «L'ho fatto per il suo bene - dice oggi il vecchio Laurenti, del 9 aprile 1919 - fosse scoppiata la terza guerra mondiale, lo avrebbero arruolato qualche mese dopo».
Le cose andarono diversamente, ci furono gli anni Sessanta, e nessuno più ricordò quell'espediente. «L'è un brüt lavur», riassume nel suo dialetto di montagna, la partenza a ventun’anni per la Grecia. E’ il 20 aprile 1940. «Per tre anni, con i tedeschi, non siamo stati male», ricorda. Sembrava quasi, anzi, il momento di venire a casa, di festeggiare tirando il collo alle bottiglie di grappa, l’8 settembre del 1943. Invece l’eco dell’armistizio, in quell'isola del Mediterraneo (mista di tragedia greca e farsa italica) fu l’orlo del baratro. Inutile citare i versi del «Reduce», canzone di Davide Van De Sfroos, per raccontare questa storia. Ci vorrebbe quella colonna sonora, dietro le parole di un’esistenza triturata dalla storia, dietro gli occhi di questo bel vecchio che oggi, ospite dei figli a San Pancrazio, riapre un armadio di memorie sinistre. Ripete come un nastro, «siamo partiti in 11.600, siamo tornati in 3 mila». Arriva l’ordine dal Führer di ammazzare gli ufficiali italiani. «Quelli che potevano, si staccavano i gradi». Cosa ricorda? «Meglio che non le racconti certe cose». Poi, piano piano, nonostante l’udito andato, combatte i fantasmi e racconta. «Ci hanno fatto scavare una fossa. Poi messi in fila. Il tre, il sei, e via così, venivano ammazzati. Con un calcio di fucile, senza sprecare munizioni. Ho visto cadere un amico dentro la buca scavata con le mie mani». Tu sì tu no, gioca la morte in quest’isola.
Sembra se lo voglia sposare per mare, la nera signora. Lo imbarcano con altri duemila soldati su una nave. Destinazione ignota. Salpa per il mare aperto, vengono chiusi gli sfiati delle caldaie, lo scafo esplode. Il modo più semplice di ammazzare duemila cristiani, nella testa dei nazisti. Senza puzza di morto. Gino rimane due giorni attaccato ad assi galleggianti. Con altri cinquecento naufraghi - gli altri in pasto ai pesci - viene riportato sull'isola maledetta. Non certo per un pasto caldo e una casa. Lavori forzati. Trentatrè giorni di marcia da bestie, insulti, fustigazioni e cibo razionatissimo. Chi rimaneva indietro, a morte. «Un mio amico si è lasciato cadere, l’ho tirato su in spalla contro la sua volontà per non farlo ammazzare. Ho perso tanta salute in quei giorni, un po' di vista, l’udito, altre cose».
Mussolini, intanto, liberato sul Gran Sasso, ordina di risparmiare i soldati. Lui torna a casa. A piedi. Passa dalla Jugoslavia, arriva quasi al confine con l’Italia; viene fatto prigioniero dagli uomini di Tito. «Lavori forzati, mi hanno fatto fare di tutto. Manovalanza di ogni genere. Mi dicevano che ero fascista, che ero badogliano». Non con le buone, ma puntandogli un fucile, e ordinando di levarsi le scarpe. «Mi hanno dato le loro - rammenta - molto più grosse dei miei piedi, più ciabatte che scarpe, ci ho messo dentro degli stracci per tornare a casa». Sempre a piedi. Ma è già il 1946. Sulle colline di Parma, e un po' dappertutto, è il primo dopoguerra. Chi c'è c'è, chi non c'è non c'è. Gino viene dato per morto dai famigliari: chiedono al parroco una messa in suo ricordo. Il prete decide per la vigilia di Natale. Lui non è morto. E’ uno scheletro che cammina in un campo di lavoro balcanico. Fa anche il calzolaio. Si prende, in una guerra fra poveri, altre razioni quotidiane di botte.
Con mezzi di fortuna - piedi, biciclette, camionette - riesce a tornare in Emilia. E’ il pomeriggio del 23 dicembre 1946: alla stazione di cambio dei buoi di Traversetolo, rivede gli amici, i suoi «paesani». Di quando era ragazzotto. Li chiama per nome. Loro lo prendono per un pazzo, un forestiero cui non dar confidenza. «Sono Gino». Non gli credono. Sembra la favola di Ulisse a Itaca, riconosciuto solo dal cane. E’ troppo magro e consumato per ricordare quel Gino, contadino degli anni Trenta. Trentasei chili di ossa, ubriache al primo bicchiere di rosso. «Sono tornato su a piedi», ormai sono le tre del mattino. E’ buio pesto e gelido. Preferisce non disturbare la mamma che dorme, e accucciarsi nel fienile. Alle sei, andando a dar da mangiare alle galline, la signora scopre il figlio nella paglia. E’ la vigilia di Natale. Non si può più disdire la messa. Seduto fra le panche ci andrà anche lui, Gino Laurenti, sopravvissuto al male di sinistra e di destra, al mare, ai deliri dei dittatori, ai colpi di fucile e ai morsi della fame. Non voleva un figlio per paura di non vederlo crescere. Oggi Fabrizio ne ha 58 e una voce forte; i nipoti, Silvia e Simone, 28 e 31. Ha piantato in asso la morte sull'altare. E’ forse l’unico, in questa provincia, e chissà forse anche in Italia, ad aver assistito alla messa in suo ricordo. Ha 92 anni. Cerca di stare al mondo senza dar fastidio a nessuno.

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