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Guareschi? È un fumetto

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Egidio Bandini

Tre volumi della collana in qualcosa meno di un anno: bastano questi numeri a testimoniare il successo straordinario del «Don Camillo a fumetti» edito da ReNoir Comics. Da pochi giorni è uscita la nuova raccolta di racconti illustrati, tratti dalle 346 storie che Giovannino Guareschi dedicò al «Mondo piccolo» del pretone e del grosso sindaco comunista, resi famosi nel mondo da Fernandel e Gino Cervi: un inedito don Camillo per immagini che oggi, quasi sull’onda della popolarità dei film, arriva al terzo capitolo, senza perdere un briciolo dell’originalità e della simpatia iniziali. Come per il primo e il secondo volume, anche questa terza raccolta, dal titolo «Passa il Giro» (ReNoir Comics), presenta nove racconti illustrati con Peppone e don Camillo protagonisti e due fumetti «extra», senza il prete e il sindaco più famosi della letteratura italiana. Proprio la seconda di queste storie è una storia tutta parmigiana, perché in «Roba del 1922», pubblicato su «Candido» n. 16 del 20 aprile 1952, Guareschi fa entrare in scena Padre Lino Maupas, il frate Santo che Giovannino descrive così: «Il ragazzo volse il capo di scatto… Ed era un frate. Il ragazzo riconobbe il tipo. Più o meno lo conoscevano tutti, in città, perché era un frate che, anche a vederlo una sola volta, non lo si dimenticava più». Il protagonista del racconto, il Magrino, pensa di truffare il frate, rubando il pesante sacco di farina affidatogli da lasciare al Dazio, dove Padre Lino sarebbe passato a riprenderselo. Il Magrino, lasciato passare il frate ed elusi i dazieri con la scusa di dover portare il sacco al convento, vende la farina e se ne va all’osteria, una di quelle osterie vicine al carcere di San Francesco. Scrive Guareschi: «Nel luglio del 1922 era un brutto vivere, da quelle parti. Oramai la politica non la si faceva più a parole, ma tirando giù legnate maledette o peggio e, un mese dopo, sarebbero sorte addirittura le barricate. E le torri e le case più alte si sarebbero popolate di franchi tiratori. E camion carichi di gente armata sarebbero piovuti in città da tutte le parti. Il Magrino che, quando si trattava di affari personali sul tipo di quello della farina era riservatissimo e non parlava neanche a scannarlo, per quanto riguardava la politica agiva secondo gli ordini degli altri. Anche quella sera andò alla solita osteria dove i capi dei rossi si adunavano per dare le direttive. Ma non c’era niente da fare: niente rappresaglie, niente pestaggi. Riposo assoluto. Il Magrino rimase lì a fare una partita e a bere una bottiglia. Il borgo, angusto e tortuoso, sboccava sul viale della circonvallazione e le ultime case della fila di destra stavano rannicchiate ai piedi delle altissime e squallide mura della prigione. L’osteria era, appunto, una delle ultime case: e, chi sa mai perché - forse per nostalgia, forse a causa di qualche “complesso” - ai tavoli di quell’osteria c’era ogni sera qualcuno da poco uscito dalla prigione. E in quell’osteria, ogni tanto, si udivano canzoni da prigionieri, cantate in modo che soltanto chi è stato in galera le può cantare. Anche quella sera c’erano due o tre che, qualche giorno prima, stavano ancora dietro il muraglione in cima al quale giravano le sentinelle. Parlavano della gente che avevano conosciuto là dentro, della vita che avevano trascorso là dentro ma, soprattutto, parlavano di “lui”. Del frate che camminava come un cammello, del frate che nel pomeriggio aveva dato il sacco di farina al Magrino. Era un frate davvero straordinario: era il frate dei carcerati e sulle sue spalle i carcerati scaricavano tutte le loro pene. Veniva di molto lontano. Aveva due spalle buone. Dalle maniche della sua tonaca saltava fuori tutto, come se fosse il prestigiatore di Dio. Lo si vedeva girare per le strade della città con una fascina sulle spalle e la portava alla famiglia di un carcerato. O con un bambino fra le braccia e andava in su e in giù cercando qualche donna che allattasse il poverino perché la madre - libera o in galera - non aveva latte. Un giorno, nella strada principale della città, il frate si mise a ballare al suono di un “verticale” e poi raccolse quattrini col piattino per darli al disgraziato suonatore ambulante e ai due fagotti di stracci che erano con lui in qualità di moglie e di figlio. Roba che si trova scritta sui libri oramai o che, se non c’è ancora, bisognerà scriverla». E non c’è solo Padre Lino a rendere «parmigiane» le avventure del «Don Camillo a fumetti», perché uno dei disegnatori, Roberto Meli (che tra l’altro è stato collaboratore della «Gazzetta»), è delle nostre parti, di Ponte Taro per la precisione e la sua matita ha firmato il primo dei due racconti «extra», un’altra favola commovente di Giovannino: «Giacomone». Dal 3 novembre è in libreria e nelle fumetterie questo terzo volume di storie illustrate del «Mondo piccolo». Anche per questa nuova raccolta gli autori hanno cercato, con l’aiuto di Alberto e Carlotta Guareschi, quei racconti che potessero, in qualche modo, raccontare la saga più popolare del dopoguerra italiano in modo differente. E per la terza volta ci sono riusciti.
Passa il Giro - ReNoir Comics, pag. 130,  14 euro

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