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Gente di provincia - Otello Giuffredi

Gente di provincia - Otello Giuffredi
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Stefano Rotta

Nato e cresciuto a Basilicanova, l’amore e il lavoro l’hanno portato in Liguria e a Brescia. A lungo barbiere, ma anche romanziere pluripremiato, e autore di otto romanzi. Deportato nei campi di concentramento, sopravvissuto, suonatore di violino. E' difficile riassumere la vita di Otello Giuffredi, venuto al mondo il 10 settembre 1923 appena fuori Parma. Figlio unico, a dieci anni comincia l’avventura in negozio. Stesso mestiere del padre: barba e capelli. «Ricordo il banco: Gazzetta di Parma, Corriere della sera e Popolo d’Italia, ci avevano consigliato di tenerlo, non si sa mai». Con la quinta elementare chiude i conti con la scuola e apre la partita con la vita. Sempre legatissima alla carta di giornale, cui si dice molto affezionato e lettore assiduo. Ricorda volentieri il «Corriere» di Spadolini, e sul divano tiene, freschissima, la copia del giorno. E’ uno scrittore, dunque viene spontaneo chiedersi chi siano i maestri. «Ah, guardi, ho sempre letto quasi solo giornali. Qualcosa di Alberto Moravia e Jack London, ma a me piacciono gli articoli». Allievo a Parma del professor Reboli, Giuffredi si dimostra col tempo buon suonatore di violino. Viene presto, però, la guerra, e il tragico giorno dell’8 settembre. Scampa per poco la morte, in Val Gardena, ma non riesce a evitare la deportazione nella parte orientale della Germania. Storie note, ma sempre terribili, dette con il tono malinconico di un vecchio che sognava di viaggiare, e «i viaggi alla fine li ho fatti per forza». Vicende di scheletri soprattutto: «Ho visto gente grande e grossa morire di fame», e di logoranti attese. «Vagoni per bestie, si faceva fermare il treno solo per i bisogni corporali, in mezzo alla campagna. Ci tenevano sott'occhio, chi sgarrava rischiava di essere ammazzato». Prima Hohenstein, poi Meppen. Quindi una fabbrica di Colonia, sempre forzato: «Sveglia alle quattro e mezza, poi 14 ore di lavoro. Eravamo considerati solo dei traditori». Aveva vent'anni a quei tempi. Non resistì, da adulto, al desiderio (che noi non possiamo capire) di tornare in quei posti, con sua moglie e la sua Rover; una macchina verde di cui favoleggia tutt'oggi il motore. A Genova, dopo la guerra, incontrò Louis Armstrong al teatro Universal. «Che sassofonista! Che batterista! Ma lui è stato, almeno quella volta, il peggiore dell’orchestra. Un mio amico gli sfilò il fazzoletto di tasca, all’uscita. Lui trattenne le braccia, ma lo guardò con due occhi peggio di quattro pugni». Giuffredi, come altri reduci dei campi di concentramento, scrive. La sua produzione è vasta, a volte spumeggiante. Riesuma volentieri dai cassetti di casa i manoscritti originali delle sue pubblicazioni, quaderni grossi scritti a mano in bella calligrafia. Il più noto, «Se fossi io stato il barbiere personale di Mussolini» (1987, editrice Nuovi Autori), gioca sull'invenzione letteraria di far la barba, ogni santo giorno, al duce. Quindi il fascismo e la storia visti con gli occhi del pennello. E una passione comune, in fondo, fra dittatore e barbiere: il violino. «La storia si fa anche con il rasoio», appuntava sulla «Gazzetta» un giovane Angelo Aquaro il 2 settembre di quell'anno. Nella stessa recensione, si legge: «E il romanziere cos'è, se non l’ispirato traduttore del "si dice" del borgo? Giuffredi è capace di slanci poetici specie quando la sua ispirazione si ciba dei ricordi della fanciullezza». Suo cavallo di battaglia è un motivo non nuovo, ma ben sviluppato; ancora oggi ne racconta con trepidazione: «La prima volta che vidi il mare...». Fra le sue più recenti pubblicazioni si annoverano «Rosso Alchermes» e «Profumo d’avventura». Oggi vive a Brescia, dove conduce un’esistenza appartata; di compagnia sono gli amati giornali. Di Parma ricorda volentieri «l'eleganza delle donne», e anche quando, un po' per sé e un po' per loro, da Basilicanova ci veniva - tutte le settimane - in bicicletta. Estate e inverno. «Quanto fango in autunno!». La strada, s'intende, non era ancora asfaltata. Lui era ragazzino, e non aveva ancora sentito la morte chiacchierare con accento teutonico.

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