Provincia-Emilia

Dordia, una raffica lunga 67 anni

Dordia, una raffica lunga 67 anni
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Roberto Longoni

Il crepitio del mitra lacerò il mattino.  Il silenzio fece appena in tempo a tornare, per essere squarciato da 17 colpi di pistola. Anche questa fu una raffica, ma cadenzata, a bruciapelo: ogni colpo una vita o il poco che ne restava. I monti della Valceno erano carichi di neve, il cielo terso e gelido. Forse per questo  parve che quei tuoni scivolassero da chissà dove. O forse fu solo l'angoscia a farli sentire più lontani. Si pensò a Mariano, ai crinali verso Pellegrino. E invece era poco sopra Varano Melegari che la neve s'arrossò del sangue di 17 giovani. Falciati a freddo, «giustiziati» senza processo, al di là di ogni patto e delle leggi pur crudeli della guerra. Accusati d'essere partigiani solo perché si nascondevano: anche Settimio Bertocchi, 15 anni. I più non erano che civili terrorizzati.  Il Dordia è un ruscello per lo più in secca. Dal 10 gennaio del 1945 sono scorse quasi più lacrime che acqua nella sua piccola valle. Ancora ci sono famiglie che piangono i loro morti, senza nemmeno sapere chi sia stato a sparare. I tedeschi? Le Brigate nere o le SS italiane? O i mongoli della Turkestan? C'è uno studioso, Mario Gherardi (ex sindaco di Varano) che a questa storia ha dedicato vent'anni di appassionate e dolorose ricerche, senza poter arrivare a una conclusione definitiva. Sia lui che il presidente dell'Anpi di Varano, Daniele Pompignoli, sperano che qualche verità esca  da atti ancora secretati, come per  Sant'Anna di Stazzema, una cui delegazione parteciperà   alla commemorazione dell'eccidio: oggi alle 20,30, nella sala civica comunale di Varano sarà proiettato un filmato sulla strage del paese della Lucchesia. E c'è un superstite al quale nessuno potrà  rispondere. Quante volte, Aurelio Castaldi s'è chiesto «perché sono scampato?». Quante deve aver immaginato anche la propria foto  -  di 19enne ritratto nello sfocato bianco e nero d'allora -  tra quelle degli amici morti. Anche adesso, che di anni ne ha 85,  la voce gli trema a parlarne.  Il tempo s'è portato via gli altri che si salvarono con lui a Case Cornali. E' lassù - in un casolare ridotto a quattro muri pericolanti attorno a un tetto crollato -  che avevano trovato rifugio gli uomini in fuga dalle truppe impegnate nell'operazione Totila. Le valli del  Taro e del Ceno erano passate al setaccio. «Il 5 gennaio - ricorda Gherardi - fu presa e poi rilasciata una trentina di persone a Viazzano. Il 6    “Firpo” e “Marinaio”,  rimasti senza munizioni durante uno scontro con i nazifascisti furono catturati e fucilati». Di fronte all'avanzata,  i  partigiani della 31esima Garibaldi. Appostati tra i loro monti, avrebbero voluto combattere. Ma rischiavano d'essere presi alle spalle: i nazifascisti avevano sfondato dalla Liguria.  Tra l'8 e il 9 gennaio, il comandante «Trasibulo», il professor Ettore Cosenza, decise lo sganciamento.          L'ordine era anzitutto sopravvivere. Tra i rifugi per i partigiani, Case Cornali. Un grande casolare diviso tra i Ricci, i proprietari, e i Castaldi, i mezzadri. «La prima sera saremo stati una settantina, con solo una ventina di scodelle: si mangiava a turno. Si dormiva nei fienili» ricorda  Aurelio Castaldi, corso fino lassù, con i suoi 19 anni di renitente alla leva. Non era partigiano, anche se avrebbe voluto. Troppi in famiglia erano partiti in guerra (uno non sarebbe tornato): le sue braccia servivano al padre. «E quando riuscii a presentarmi a Specchio per entrare nella 31esima venni spedito indietro da don Rolleri con un “Torna a casa tu”». Don Nino Rolleri  è il cappellano  che s'è accordato con il comandante tedesco di zona: le abitazioni in cui i partigiani vengono catturati disarmati non vanno distrutte e i prigionieri non vanno fucilati. Così, i proprietari di Case Cornali pretendono che le armi stiano fuori. Dopo lunghe discussioni, gli Sten finiscono sospesi in un pozzo. Passate le prime ore, molti se ne vanno. Il loro posto viene preso da altri. Ma una ventina decide d'allontanarsi, scoprendo che nel pozzo la corda pende nuda: le armi non ci sono più. Restano 25 rifugiati a trascorrere a Case Cornali la notte tra il 9 e il 10.  Tra loro i partigiani sono sei al massimo, guidati da Giulio Rovacchi («Bistecca»), un combattente tenuto dai tedeschi. «C'erano brutti segnali in giro - ricorda Castaldi -. Lo avevano riferito due donne, fidanzate di partigiani. Devo la vita a loro: le  ascoltai e decisi che l'indomani mi sarei infilato nell'intercapedine di mezzo metro tra due muri, dove si metteva il grano da non far trovare agli esattori». Al risveglio, Castaldi deve litigare con gli altri che vorrebbero fare colazione prima di nascondersi con lui. Sul tavolo ci sono una coppa e una bottiglia di rosso: resta tutto lì. «Trascinai con me Bruno Mazzaschi, Giuseppe Vercelli, il mugnaio Giannetto Ferrari e il suo garzone Pio. Il mezzadro fece appena in tempo a coprire il varco con la paglia che un soldato alle spalle gli chiese che cosa facesse. “Metto a posto” rispose e lo  seguì». A parte altri due nascosti nel sottotetto, tutti finiscono nel cortile. Bistecca si fa avanti: «Sono io quello che cercate». Ma i soldati, arrivati verso le 8,  con alcuni muli e coperti da teli bianchi per mimetizzarsi nella neve, vogliono tutti. Sono una dozzina, 15 al massimo, forse indirizzati da un foglietto scritto a matita. Solo il mezzadro, approfittando di una distrazione degli altri, torna in casa. Un soldato (forse l'interprete) lo segue. Gli chiede del latte. «Sei rientrato? - aggiunge, in un italiano stentato -. Hai fatto bene: tira una gran brutta aria». Fuori, i 17 uomini si aggiungono ad Antonio Biggi, di Varsi, che il drappello ha catturato prima. I prigionieri, legati, camminano per una ventina di minuti, verso Varano. E' accanto al Dordia, dove il sentiero s'allarga e si fa piano, che vengono messi a ferro di cavallo: per essere falciati da una raffica. Per Renzo Frambati, all'estremità del ferro di cavallo, la morte viene di certo con  il “colpo di grazia”: altre ferite sul suo corpo non saranno ritrovate. I soldati se ne vanno portando con sé Biggi, per ucciderlo  a Varano poco dopo. E' uno dei mezzadri,  sceso a vedere che cosa è accaduto,  a portare la notizia a Case Cornali. «E io rimasi rintanato tre giorni in quel buco» ricorda Castaldi. Tre giorni: il tempo per il quale i cadaveri dovrebbero restare esposti (a impedirlo sarà il coraggio di don Cirio Santi).   «Ero appena più in basso - racconta il partigiano “Mao”, Carlo Cenci -. Sentii i colpi. Feci un giro largo e andai. Un'ora dopo trovai i corpi gettati nella neve come legna. Uno indossava la giubba di mio zio. Era Bistecca». Il giorno dopo, inizia il pellegrinaggio delle famiglie: i resti dei giovani vengono caricati sulle scale e portati a valle. Questa volta sono le grida delle madri a spezzare il silenzio del Dordia. Le salme devono essere ammorbidite con l'acqua calda, per entrare  nelle casse. Il vero funerale sarà solo dopo la Liberazione.  Quassù la guerra finirà il 29 aprile, senza vendette, anche se è quasi certo che qualcuno del paese abbia fatto la spia. «I brasiliani “liberatori” lasciarono alla gente di Varano un giorno per sistemare i conti in sospeso. Volò al massimo qualche pugno». Poi, fu di nuovo il silenzio, fino a che non riemerse la necessità della memoria. Molte domande restano senza risposta. Perché un partigiano esperto come Bistecca non mise sentinelle? è la prima. I tedeschi videro i movimenti a Case Cornali dall'alto di Pietracorva? O qualcuno parlò? E chi fece sparire le armi? Perché quell'esecuzione sommaria? Qualcuno ha tenuto per sé ciò sapeva. Non per paura, ma  per non alimentare l'odio, per non aggiungere dolore al dolore.

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