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Gente di provincia - Azelio Ubaldi

Gente di provincia - Azelio Ubaldi
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 Stefano Rotta

La vita gli ha scolpito la Resistenza nel destino, lui è andato avanti una vita scolpire cippi e steli per partigiani e caduti in guerra. 
Azelio Ubaldi e Laura Galloni, marito e moglie da sempre: l’uomo scalpella, la donna scrive poesie e filastrocche.
 Tutto nasce l’8 aprile del 1945, «che fretta di sposarsi», ricorda Ubaldi, «che fretta». Può succedere di tutto in quei frangenti bellici: che arrivino altri soldati, che si muoia, che ci si perda per la precarietà delle esistenze. Quindi corsa dal prete a dir convinti il sì della vita.
 «Gioventù serena com’era di moda allora», annota in un foglio manoscritto. 
 Nato alle Rossine di Reno,  località di Tizzano, terzultimo di sei fratelli, quattro femmine e un maschio. «C’era una roccia rossa e ci costruirono sopra una casa». Bimbo di quota. Impara presto a campare e far cantare le mani. Azelio, nome antico, custodisce memorie sepolte. Non ricordi ma cose. Semplici oggetti che oggi diffondono magia nell’aria. Il «ringol», per esempio, chi sa ancora cos’è? Lui lo suona, ogni tanto, per tenersi compagnia. Era, allora, un richiamo per i fedeli nei giorni di campane ferme: «da giovedì sera al sabato dopo pranzo», ricorda, per tradizione. Fa un gran rumore, ma è legno, quindi incanta. Difficilissimo spiegare come funziona, andrebbe visto. E rimesso in moto. Dà gioie fanciullesche.
 A sedici anni  scolpì la cifra – da brivido – «1939» su una pietra, tutt’ora sovrasta la porta di casa. Venne il tempo della barba, servizio militare duro, Alpino, e chiamata della Patria. Era, ai tempi, carabiniere. 
«Tanta fame e tante amicizie, fra Genova e Roma», rammenta. L’8 settembre lui lo chiama «capovolgimento della Nazione», il 1943 merita il sonoro «memorabile». Dice: «C’era da scegliere: Repubblica di Salò o disertore. Aderii alla lotta partigiana». Brigata Giustizia e Libertà. «Eravamo comandati da “Urano”, Giovanni Mezzadri. Come caposquadra del distaccamento Appennino presi parte alla battaglia di Lesignano e all’incontro cruciale coi tedeschi al Giarreto di Guastalla. 
 In novembre  i nazisti rastrellarono sul Caio, la Quarta Brigata si sciolse». In inverno si formò la Terza Brigata Julia.  «Come partigiano il 25 aprile 1945 andai a occupare la caserma dei carabinieri di Parma, in via Massimo D’Azeglio». Ancora una volta, vien scontato dire «nome omen». Anche Ubaldi, come altri, dice, «non sto a raccontarle i fatti della guerriglia, prima di me altri hanno detto tanto». Forse è un modo per non costringersi a ricordare. Copione crudele e fascinoso per tanti: finisce la guerra, si lavora la terra. Contadino, ma anche, alla bisogna, fabbro, calzolaio, muratore. 
Comincia  a dar forma a pietre per non dimenticare (l’eternità è importante per chi la vita l’ha lasciata qui a vent’anni) gli amici partigiani caduti in battaglia. Tocchi di montagna posti in luoghi solinghi per vincere, se non la morte, almeno l’oblio. Ha vendicato il primo luglio 1944 dando vita all’arenaria, non ammazzando gente. Se le steli fossero stelle, quelle strade sarebbero un firmamento di cippi. Tantissimi i suoi. 
Prima opera importante,  la tomba del comandante partigiano Paolo il Danese, a Traversetolo. Sono pure di Azelio Ubaldi, alcuni fra gli esempi, il cippo di Magrignano appena sotto la Pieve di Sasso; quello di Scurano, tra Ariolla e Mercato; e Mulazzano Ponte, memoria di un partigiano vittima della battaglia delle Olive. Sempre firmati Ubaldi la targa all’ingresso del Municipio di Neviano, e il monumento ai caduti di tutte le guerre in frazione Mozzano: località falcidiata dalle rappresaglie in camicia bruna. Recentemente, lo scalpellino, oliando di gomito, ha dedicato un’opera ai compaesani, con un monumento ai caduti di Antreola. 
 Non solo guerra,  ma anche soggetti civili: come lo stemma del comune di Tizzano, la pietra sta sul municipio. E altre chicche: come la datazione «1947» del campanile della Pieve di Sasso, e tre stemmi giubilari, con cinque colombe. La sua firma è sempre piccola, dietro, nascosta. Vale anche per il capolavoro: il monumento al cuore della mamma, inaugurato l’8 marzo 1993 dal prete che l’ha ideato, don Armando Schianchi. Vi fu una grande partecipazione di folla, con le autorità e la benedizione del Vicario Generale, monsignor Franco Grisenti. Sono due steli con colombe, vista valli, con panchine per il pic-nic, il riposo e la riflessione.
 La moglie Laura  scrive canzoni che cominciano così «Che bella tavolata/ anche se alcuni assenti /in noi sono presenti», e lo assiste in ogni passo. Le altre poesie si ispirano a Carducci e Pascoli. Gli anni di matrimonio sono 66. Si vive, in un angolo di Appennino, fra la vecchia madia in castagno per fare il pane e il nuovo televisore. Sopportando insieme quel che la vita continua a dare. Si fa, in un certo qual modo, resistenza alla morte, amandosi.  
 

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