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Gente di provincia - Albino Reggi

Gente di provincia - Albino Reggi
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TRECASALI
Stefano Rotta
Trecasali è un paese di gente dura. Da sempre. Binello vien fuori dal bar in una sera d’inverno con una maglina scollata, braccia nude, testa da ragazzino, gli occhi e i sogni di un pirata. Inutile pensare che lui è lì – Denny’s bar, campagna fra Taro e Po – dal 1922. 
Nato l’ultima notte di luglio in quel di Gramignazzo, rifiuta ogni proposta di parlare con un giornalista tirando fuori frasi colorite e rudi, poi ci ripensa, chiede una bottiglia di malvasia al banco e comincia a vuotare il sacco di una vita vissuta e, umilmente, vittoriosa. Pescatore di frodo per fame e per soddisfazione, anni andati in cui la terra e l’acqua davano e toglievano vite. 
«A cinque anni ho cominciato a giocar per soldi», racconta, ma va visto. Ha la faccia buona e non buonista, l’inclinazione sincera per il bene, il gusto delle corbellerie, e un’esistenza rock ben prima che il rock nascesse. Binello in comune è registrato come Albino Reggi, poco importa in quelle isole di resistenza umana che sono i comuni della Bassa. Qui conta chi sei – Binello – non come ti chiami, Reggi. Contadino, uomo di terra, mai stato al mare, mai fumato una sigaretta. Mai preso la patente. Non sa nuotare. Provetto pescatore, giocatore di carte, uomo di compagnia, di baracca e, in qualche modo, storia di una comunità di esseri umani. 
E’ un essere libero, Binello, uno che ha preferito la vita alla lettura, ma la sua esistenza, nella totale inconsapevolezza, è letteraria, o forse vitale è la letteratura di Piero Chiara, quando attacca il suo romanzo «Il piatto piange» con «Si giocava d’azzardo in quegli anni, come si era sempre giocato, con accanimento e passione; perché non c’era, né c’era mai stato a Luino altro modo per poter sfogare senza pericolo l’avidità di denaro, il dispetto verso gli altri e, per i giovani, l’esuberanza dell’età e la voglia di vivere». 
Una vita tirando fuori dal Taro pescigatto e tinche, col suo berretto da lupo di fiume. Pescare per due soldi, due lire per andare a ballare. Sempre col bilancino a riva. «Mai in barca, non so nuotare». Lo dice come per dire «ognuno i suoi limiti», lui novantenne sbracciato al gelo d’inverno, un brindisi per tutti e pancetta sul pane. 
«Allora era pescoso il Taro, oggi più niente», taglia corto. Militare in aviazione, qualche anno a Rodi, isole Egee, ai tempi di guerra. «Successe poco», ricorda. Come per dire: «La vita è a Trecasali».
«Guardia agli apparecchi tutte le notti», si fa tirar fuori, ma preferisce parlare di quando «si beveva l’acqua dai fontanazzi, l’acqua che veniva su di cristallo dalla terra». 
Pane al pane, «la guerra non l’ho sentita neanche». L’intervista al bar non è un tu per tu. Ci sono una decina di persone che vanno e vengono, parlano, dicono la loro, ridono, tiran fuori la battuta del secolo. Uno, sembra degno compare di Peppone, dice: «Ogni tanto trovavi qualche gallina abbandonata, diccelo». «Sì – ribatte Binello – le ho messe tutte al sicuro nel serraglio». Ci vuol poco a capire la metafora, perfetta, con la gabbia toracica. 
Dopo la guerra, occupazione in Bonifica. Tanto bar. Gioca tutt’ora. Gli amici dicono, «è laureato in compagnia». 
Nato scalzo, cresciuto scalzo, i piedi nudi per lui sono anche un modo per non mentire. Odia l’odio. «Adesso c’è n'é a chili», si rabbuia. Dice cento volte la parola «amicissia», precisa di svegliarsi alle dieci, e annuncia: «Sono il più vecchio di Trecasali».
Al tavolino si fa la conta degli anni e dei debiti coi morti. Ne sa una più del diavolo. «Di notte, da tre o quattro anni, mi bevo un litro di latte, quando mi sveglio». Roba di cascina? «Eh, certo, cosa credi, che quello comprato è puro?». Senza offesa per nessuno, lui tratteggia così le proprietà organolettiche dei latticini industriali, «gh’è denter Tansi e tüt». Il più bel ricordo della vita? «Il primo amore». Il coro suggerisce un’interpretazione più piccante della risposta. Dà vita anche, poi, a un aneddoto paesano, «quando c’era la festa, qui a Trecasali, per il giorno di Sant’Antonio. Noi stavamo ballando, quelli di Viarolo per sfregio ci hanno mandato un asino dentro la balera».
E avanti così. Vita contadina e poker. Vedevo da poco, ha un figlio e un nipote. Non si perde una partita di pallone, in televisione. Il cinquantesimo di matrimonio è passato da un pezzo. Fuori dal bar, davanti alla scritta «giornali», si congeda con: «Amo la gioventù. Sto in mezzo ai giovani. La gioventù mi tira su». Fu lo stesso Piero Chiara a scrivere, una riga sotto quel memorabile attacco, «nei paesi la vita è sotto la cenere».  

 
 
 
 
 
 
 

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