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Don Bertolotti: "Salviamo la chiesa di Fontanelle"

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Egidio Bandini


Dopo il terremoto del gennaio scorso, che ha avuto l’epicentro nella Bassa reggiana, si è letto sui giornali che la «chiesa di don Camillo» fortunatamente non ha subito danni. In realtà, purtroppo, non è così. Non ha subito danni la chiesa della finzione cinematografica, cioè la chiesa di Brescello, ma la vera chiesa di don Camillo, quella di Fontanelle, paese natale di Giovannino Guareschi, è inagibile. Una crepa si è aperta sopra il portale d’ingresso e l’intera facciata della parrocchiale dedicata a San Martino minaccia di staccarsi, trascinando nel crollo buona parte dell’edificio.
«Per fortuna - ha detto don Agostino Bertolotti, parroco di Fontanelle, quindi attuale “don Camillo” - il campanile non è a rischio e le campane a Fontanelle suonano ancora, ma sono costretto a dir messa nella piccola cappella della casa di riposo».
Sembra un racconto di «Mondo piccolo» ma stavolta è tutto vero ed occorreranno tempo e, soprattutto, soldi per riparare la chiesa. Così don Agostino ha comunicato i dati del conto corrente bancario su cui poter accreditare eventuali offerte: Parrocchia di Fontanelle Iban It 76 06230 65881 00000 2261494.
La speranza del parroco è che accada come nel racconto guareschiano «Delitto e castigo», quando don Camillo «come tutte le mattine andò a misurare la famosa crepa della  torre e cinque minuti prima che cominciasse la messa si sentì sul sagrato risuonare il passo cadenzato di una formazione in marcia. Inquadrati perfettamente tutti i “rossi” non solo del paese ma delle frazioni vicine, tutti, persino Bilò il calzolaio che aveva una gamba di legno e Roldo dei Prati che aveva un febbre da cavallo, marciavano fieramente verso la chiesa con Peppone in testa che dava l’«un-due». Compostamente presero posto in chiesa, tutti in blocco granitico e tutti con una faccia feroce da «corazzata Potëmkin». Don Camillo, arrivato al discorsetto, illustrò con bel garbo la parabola del buon samaritano e terminò rivolgendo un breve fervorino ai fedeli: «Come sanno tutti, meno coloro che dovrebbero saperlo, un'incrinatura pericolosa sta minando la saldezza della torre. Mi rivolgo quindi a voi, miei cari fedeli, perché veniate in aiuto alla Casa di Dio. Dicendo “fedeli” io intendo rivolgermi agli onesti i quali vengono qui per appressarsi a Dio, non certo ai faziosi che vengono qui per far sfoggio della loro preparazione militare. A costoro ben poco può importare se la torre crolla». Finita la messa, don Camillo si insediò a un tavolino presso la porta della canonica e la gente sfilò davanti a lui, ma nessuno andò via e tutti, fatta l’offerta, ristettero sulla piazzetta per vedere come andava a finire. E andò a finire che arrivò Peppone seguito dal battaglione perfettamente inquadrato che fece un formidabile alt davanti al tavolino. Peppone si avanzò fiero. «Da questa torre, queste campane hanno salutato ieri l’alba della Liberazione e da questa torre queste stesse campane dovranno salutare domani l’alba radiosa della rivoluzione proletaria!» disse Peppone a don Camillo. E gli mise davanti tre grandi fazzoletti rossi pieni di soldi. Poi se ne andò a testa alta seguito dalla banda. E Roldo dei Prati crepava per la febbre e faceva fatica a rimanere in piedi ma anche lui aveva la testa alta e Bilò lo zoppo quando passo davanti al tavolino di don Camillo marciò fiero il passo con la zampa di legno.
Quando don Camillo portò a far vedere al Cristo la cesta piena di soldi e disse che ce n’era d’avanzo per accomodare la torre, il Cristo sorrise sbalordito. «Avevi ragione tu, don Camillo». «Si capisce» rispose don Camillo. «Perché voi conoscete l’umanità, ma io conosco gli italiani».
Le istituzioni, già sollecitate, faranno la loro parte, ma si conta anche sulla generosità dei cittadini e, soprattutto, dei lettori di Guareschi e della Gazzetta, perché diano una mano a recuperare la vera chiesa di don Camillo, quella dove Giovannino venne battezzato, quella cui sono legati i suoi più bei ricordi di bambino: la chiesa di San Martino, uno dei santi più cari alla gente della Bassa. Perciò, questo è un appello come quello che si levò in occasione della terribile alluvione del 1951 e, da tutta Italia, arrivarono soldi e pacchi di generi di prima necessità, indirizzati alla «gente di don Camillo e Peppone». È la stessa gente che, oggi, chiede un aiuto per la propria chiesa e spero, come disse Guareschi nel 1951, che vedendo arrivare le offerte, io mi possa, come lui, sentire non un cretino qualsiasi, ma un cretino importante. Comunque grazie, anche a nome della gente di don Camillo e Peppone.
 

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