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Nel paese che non c'è più

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Dal nostro inviato
Roberto Longoni

CAVEZZO - L'uomo con la barba sferra un cazzotto all'aria, verso il basso. «Ecco, è stato un pugno immenso - dice serrando la destra fino a far imbiancare le nocche -. Poi tutto s'è messo a ondeggiare: come se il suolo fosse fatto di vento. E non finiva più». Il pugno dall'alto, il vento: prima che dalla terra, la gente di Cavezzo si sente tradita dal cielo. Tanto che anche il ragazzo vicino, con la maglietta «Grazie a Dio sono modenese» ricorda che «ci vuole una gran fede per indossarla proprio oggi». Oggi è il giorno dopo la distruzione e le morti, quando l'adrenalina libera le vene e cede il posto alla consapevolezza.
Cavezzo è un paese della Bassa modenese, 7.500 anime, a 27 chilometri dalla Ghirlandina. Da Parma, in linea d'aria, i chilometri saranno al massimo il doppio. I suoi abitanti potrebbero definirsi nostri cugini, in tempi normali. Ma il dolore avvicina, azzera le distanze e le differenze di dialetto e di tradizione ducale. Ora  per i parmigiani i cavezzesi sono qualcosa di più. E ora, a una cinquantina di chilometri dalla nostra quotidianità, a  livello dell'esistenza umana, si sta tra le macerie, la polvere, il rumore delle macchine dei soccorritori, tra un'infinità di problemi.
A livello degli inferi, invece, chilometri sotto la pelle dell'inquieta pianura, sembra che il mostro dorma soddisfatto del tributo. Due vite s'è preso a Cavezzo, delle 17 totali portate via con questa scossa. Ma nessuno si fida del suo sonno. «Erano trascorsi otto giorni dalla grande scossa del 20 - ricorda un uomo in bici con il caschetto giallo da cantiere in testa -. Visto poi cos'è successo? A tradimento, dopo una specie di pace».
La scossa del 20, quella che fece venire i brividi all'alba. «Scossa quasi benedetta» alcuni mormorano, perché a dirlo a piena voce si teme la bestemmia. «A venir giù sono stati gli edifici dichiarati inagibili dopo quel primo terremoto» ricorda la gente. Case vuote, strutture dalle porte sbarrate che sarebbero state piene di gente alle 9 di un martedì mattina. Come il supermercato Conad di via della Libertà: schiacciato come da una pressa dalla palazzina sopra, appiattita come la pizzeria-kebaberia accanto. Muri eretti al massimo una quindicina d'anni fa crollati in pochi secondi. Muri cotti dalla fornace di decine e decine d'estati  che si sono dimostrati più forti di quelli recenti. Come quelli dell'edificio alla fine di via Verdi, di fronte al municipio. Tre piani di macerie, dopo che la scossa del 20 aveva aperto una crepa così. «Ci stavano lavorando già i muratori, per riempirla con il cemento, come se potesse bastare per rendere l'edificio  di nuovo agibile» dice un anziano, indicando poi la centralina elettrica appena dietro, costruita nel Ventennio. «Lì, nemmeno una crepa».
Nessuno è rimasto travolto dal crollo, perché chi lavorava di cazzuola è fuggito ai rumori che annunciavano il nuovo colpo di maglio. Ora, quei tre piani di negozi, uffici e abitazioni formano un cumulo di macerie sfondo ideale per le interviste  delle news tv. Alla mondovisione dal fronte della catastrofe partecipano anche troupe tedesche, slovene, americane, russe. E cinesi. Che quasi ignorano la folta comunità di loro emigrati. «Siamo qui per il dolore di tutta la gente che abita questa terra» risponde la giornalista dagli occhi a mandorla.
E allora c'è mezzo mondo, perché Cavezzo è il cuore dell'Emilia multiculturale. Basta avvicinarsi al Palaverde, per capirlo. Scritte in arabo inseguono quelle in italiano. In arabo chiede qualcosa una signora al banco allestito all'ingresso. In italiano perfetto le risponde una ragazzina dalla pelle olivastra. «E' mia zia» sorride la volontaria d'origini tunisine. A fianco a lei, una ragazza nata in Marocco, in Italia da 14 anni. Dei 300 letti sistemati sotto la struttura inaugurata in febbraio, buona parte è occupata da immigrati rimasti senza casa. «Tutta gente che lavora» sottolineano due carabinieri in congedo. Ora discutono a capannelli accanto alla mensa sul campo da basket (in grado di preparare 800 pasti tra pranzo e cena). La questione riguarda il rientro in patria, in attesa di buone notizie. Si stanno preparando aerei per la Tunisia: chiuse le fabbriche, inagibili o distrutte le case, che cosa si resta a fare?
Tutta gente che lavorava, semmai. Il passato è d'obbligo ora. Perché a questo paese distrutto per il 75 per cento hanno amputato le braccia. I capannoni della zona industriale sono crollati o hanno subito danni difficili da riparare. E' qui, nella periferia verso Mirandola, che hanno trovato la morte la moglie di un imprenditore e l'impiegata di un'altra azienda. Una colpita da una trave, l'altra schiacciata da una lastra di marmo appesa alla parete della sua azienda. «Era lì per bellezza ed è caduta mentre la signora era quasi all'uscita» ricorda un soccorritore.
Ciò che non ha fatto la crisi è riuscito al terremoto. Era terra di mobilifici e maglierie, Cavezzo: s'è saputa smarcare dai due settori prima d'essere superata dal mercato. S'è impegnata nelle nicchie dell'alimentare (aceto balsamico, in primis), nella meccanica, nell'industria d'avanguardia, che salva le vite, quella che produce reni artificiali e filtri per il sangue. «Aziende nate qui e acquistate da multinazionali - scuote la testa un volontario -. Resteranno? S'impegneranno nella ricostruzione?»    
In giro, più che sconforto - oltre al dolore - c'è lo stordimento di chi non sa da che parte cominciare. «La buona volontà siamo pronti a mettercela tutta, ma abbiamo bisogno di soldi. Come chi abbiamo aiutato noi tante volte». C'è bisogno di finanziamenti, ma anche di segnali importanti. C'è chi  tira in ballo anche il capo dello Stato, con la storia della parata del 2 Giugno. «Costerà tre milioni e mezzo di euro - dice Roberto Vitale -. Perché non impiegarli qui? Perché non portare qui i militari anziché farli sfilare?» In fondo, una guerra la si sta combattendo. O almeno, il paesaggio è quello di un paese bombardato. E quella scossa sussultoria diventata poi oscillatoria sembra l'effetto di una tremenda macchina di distruzione di massa. 
Ora la realtà è misurata in macerie e in fettuccine bianche e rosse che delimitano le aree a rischio crollo. Il sole è spietato, da piena estate, ma di questi tempi lo si preferisce all'ombra, al riparo offerto da muri e cornicioni sfregiati. Eppure, i giornalisti affollano l'unico bar rimasto aperto. E' gestito da cinesi. «Ci sono entrato questa mattina (ieri per chi legge, ndr) - ricorda un giovane -. Ma ho pagato e ho chiesto che mi portassero il caffè fuori: all'interno, di fronte a me, c'erano due crepe da paura. Al banco anche un paio di vigili del fuoco: forse erano appena arrivati, non avevano sentito ancora le scosse».
Perché chi le ha vissute, ora  trascorre le notti nella tenda o in auto e le  giornate in giardino, attorno a un tavolo che sa di picnic per esiliati in casa. Tra i vecchi, molti danno la schiena alla strada e osservano seduti la facciata della loro villetta, della palazzina diventata troppo grande per le famiglie d'oggi. Non si muovono, il loro sguardo sembra bucare quelle pareti sfregiate che racchiudono i sacrifici di una vita. Si interrogano le crepe delle case come le scritte di una maledizione oscura. Ogni tanto qualcuno scatta in piedi. «Ecco, di nuovo».  Ma la calma attorno  lo smentisce. «Sono solo i tuoi nervi. Risparmia le forze: appena finisce si deve ripartire».
 

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