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L'inguaribile voglia di vivere di un medico malato di Sla

L'inguaribile voglia di vivere di un medico malato di Sla
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 Andrea Del Bue

Un giorno qualunque, solito giretto in bici. Ma una difficoltà mai incontrata prima: fatica ad agganciare la scarpetta al pedale. Muscoli molli, stanchezza ingiustificata. Il medico interpellato brancola nel buio; poi la visita da un luminare, che emette una sentenza da tribunale, non da responso medico: «Lei ha la Sla, e io mi fermo qua». 
Con quella rima che suona a beffa e quel sospeso che non può lasciare spazio ad interpretazione; il malato è Mario Melazzini, 44 anni, rampante dottore pavese, già da cinque primario di oncologia: queste cose le capisce al volo, non c’è bisogno di sottotitoli per un film che non ha mai l’happy ending. 
Presto impara anche a memoria la statistica che inchioda: il 75% non ce la fa entro i cinque anni. Melazzini allontana la famiglia, si isola, compila le carte necessarie per il suicidio assistito, in Svizzera. Prima, però, va in montagna, per un ultimo sguardo a quelle Alpi che ha sempre scalato e amato. 
Di fronte alla natura, passa la paura: «Sono belle, anche solo a guardarle», osserva. «La vita è bella, indipendentemente da tutto», si dice. Ecco, quindi, la «riprogrammazione», come la chiama lui: «la sclerosi laterale amiotrofica è anarchia – dice -  colpisce ognuno in maniera diversa. L’importante è continuare a fare le cose che si facevano prima, anche se in maniera diversa». 
Lui ha cominciato a farne di più, fondando il «Nemo» di Milano, centro specializzato in malattie neuromuscolari, di cui è direttore scientifico, e spendendosi in tutta Italia come presidente dell’Aisla (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica). 
La sua nuova vita è raccontata nel documentario «Io sono qui» (sottotitolo: «Di inguaribile c’è solo la mia voglia di vivere»), presentato martedì sera, al teatro Crystal della parrocchia di Collecchio, dalla scrittrice Valentina Alberici e dal regista della pellicola, Emmanuel Exitu. Avrebbe dovuto essere presente anche Melazzini, per presentare l’omonimo libro autobiografico allegato, in un cofanetto, al dvd; ma ha dovuto rinunciare, perché la Sla è anarchica anche nel decidere che c’è il giorno in cui proprio non ce la fai.
Sullo schermo, sette giorni e sette notti qualunque di Melazzini che visita i suoi pazienti, afflitti dalla medesima malattia. Medico e malato: entrambi sulla carrozzina, ognuno con i suoi limiti. Parla a meraviglia Melazzini, ma si muove poco e fatica a mangiare; proprio perché la Sla è anarchica, di fronte a lui pazienti che si nutrono senza problemi, ma per i quali sillabare una frase diventa una maratona di concentrazione, energia, frustrazione. Però hanno la speranza e la voglia di capire come fare ciò che credono di non poter fare. 
La prima scena sembra portare dritti verso il pietismo, la commiserazione. C’è il dottore sdraiato sul letto, mentre «mangia»: lo può fare solo attraverso un sondino, che porta il nutrimento nello stomaco. Ciondola un crocifisso d’oro dal collo dell’assistente.
 Il dottore è un uomo di fede, il regista altrettanto («Sono cattolico, apostolico, romano», ci tiene a precisare al termine della proiezione). Invece, basta poco per cogliere l’approccio laico al lavoro, con la retorica messa alle corde e il sentimentalismo che lascia spazio ai sentimenti. E c’è tanto rock, nel ritmo, nelle canzoni: come in quella finale, che accompagna i titoli di coda e un Melazzini che nuota come può, lungo il lato corto della piscina, mentre si cronometra. C’è la grazia del testimone, non l’esuberanza dell’eroe. 
Fa ridere il documentario, quando il dottore parla dell’investimento di una carrozzina da 18 mila euro, con il sedile da rally, utilizzata pochissimo. Oppure quando un ragazzo che parla con gli occhi, grazie ad un programma di comunicazione vocale a controllo oculare, chiede il «Dior»: vuole il profumo, per uscire di casa, in occasione della festa mondiale contro la Sla.
Giù il sipario, si apre un lungo dibattito, grazie ad una platea numerosa ed interessata. «Ce ne andiamo a casa con una ricchezza maggiore», dice il parrocco don Guido Brizzi Albertelli, in chiusura. E’ la catarsi di cui è capace questo documentario. Anche non in senso cattolico, apostolico, romano.

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