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Gente di provincia - Flaco Biondini

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Stefano Rotta

«Son venuto in Italia con una chitarra, 109 dollari e 50 mila lire». Dall’Argentina del tango («sì, ma era musica per balere, io amavo i Led Zeppelin»), Juan Carlos «Flaco» Biondini approda in una tranquillissima Lerici, estate del 1974. Un ragazzo come tanti, bravissimo musicista, in cerca di una svolta per la sua vita. Gli viene presentato Francesco Guccini: lì comincia in silenzio la leggenda di Flaco. Che finirà ad accompagnare con sei corde le parole di Paolo Conte, Ligabue, Cristiano De André, Sergio Endrigo, Eugenio Finardi, Antonello Venditti, Roberto Vecchioni, Bruno Lauzi, Fabio Concato. «Non conoscevo la lingua e tantomeno l’ambiente musicale. Volevo mangiare il mondo!».
Accordi Riavvolgendo il rullino, seduti in salotto nella bella villa di Bannone, lui maglietta con scritto «Puros Cigaros Cubanos», si parte dai primi accordi di chitarra classica a Junin, cittadina non lontano da Buenos Aires, piena in quei tempi di officine ferroviarie, da poco nazionalizzate. «Mio padre mi portava all’opera, spesso», ricorda lui. Puccini con il babbo, i Beatles quando poteva. E poi Johnnie Ray, Elvis Presley, il rock. All’inizio un maestro, poi tante ore per lo più da autodidatta, formano il giovane, giovanissimo, musicista Biondini. «Non ero molto disciplinato, ai tempi del liceo», chiude la questione.
Lunga carriera E’ una persona, Biondini, tutt’altro che antipatica, giustamente impiega un po’ di tempo per sciogliersi e raccontare qualcosa sulla sua lunga carriera. L’inizio è con gruppi locali dai nomi come «Maja Negra», cover rock. «Era l’epoca dei Led Zeppelin, dopo Woodstock». Come ha conosciuto Francesco Guccini? «Ci ha presentati Deborah Kooperman». Dopo un anno di Lerici, Flaco comincia ad abitare a Parma; città che non abbandonerà più fino ad oggi, se non per trasferirsi nell’ancora più sereno circondario. «Non sapevo nemmeno dove fosse, Parma. Un giorno mi trovavo a Pontenure con mio cognato, lessi sulla ‘Libertà’ un annuncio di un corso di jazz a Parma e venni a provare. Conobbi il chitarrista Filippo Daccò, ottimo insegnante. Era anche la prima volta che prendevo un treno in Italia, per dire».
Suonare Come mai, il volo verso l’Italia? «Là sarebbe stato difficilissimo fare questo mestiere. Farlo campando, dico; per suonare, suonavo già spessissimo, nei locali. E poi la situazione politica dell’Argentina. Ebbi un brutto episodio con i militari. A cena con amici, era il periodo della guerra in Vietnam e per protesta si indossavano giubbotti militari. Venni preso senza motivo, i miei amici manco lo portavano, quel giubbotto, e per cinque giorni ci chiusero in galera senza neanche mangiare. Comunicavamo tra noi, di cella in cella, fra le sbarre. In famiglia non sapevano niente, ci davano per dispersi. Fu la goccia che fece traboccare il vaso».
Contestazione «Flaco» suona con Guccini da una vita. Insieme cantano in «Don Chisciotte». Quante serate, quanti bicchieri di rosso. «Macché comunista. Lui semmai è socialista, di idee dico, non di partito. Sa perché scrisse “L’avvelenata”? Perché ne aveva piene le scatole degli estremisti, che gli rompevano i c... ai concerti. Tutti ragazzotti di formazioni extraparlamentari a contestargli che era diventato ricco, che aveva tradito, che si diceva compagno e faceva il borghese. A volte ci interruppero per imporre un dibattito. Era il 1976. Che tensione, in quelle notti. Suonavamo nei teatri e ci contestavano il fatto di far pagare i biglietti. Alcune volte, con le note, volavano insulti, botte e vetri rotti».
Nuovo disco Dei colleghi, chi le piace? «Sono un po’ tutti finto-rock, mi sembrano più o meno sempre le stesse cose, cose che già i Beatles seconda maniera avevano superato. Ho smesso di interessarmi da anni». C’è aria di casa, in casa, non è l’habitat di una star, ma di un signore di mezza età che gioca volentieri con cagnoloni e bambini. Persona parca di parole, «Flaco». Quel che ha da dire lo dice nell’arpeggio prima delle parole «un vecchio e un bambino si preser per mano, e andarono insieme incontro alla sera». L’amicizia con Francesco va avanti, cocciuta come un treno nella Pampa. «Sono felice. Stiamo registrando un disco insieme al mulino di Pavana».

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  • ROCCO LAGUARDIA

    25 Settembre @ 16.21

    STORIA DI UNA STORIA VERA.AUGURONI FLACO,E CHE LA NOSTRA AMICIZIA RIMANGA NEL TEMPO.GRAZIE MAESTRO.

    Rispondi

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