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Parco Mazzini, giardino storico da preservare

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Maurizia Bonatti Bacchini
Passare davanti al complesso dell’hotel Milano, gettare uno sguardo rassegnato,  constatare che le finestre dell’edificio  lasciate aperte garantiranno un  veloce  degrado strutturale e accorgersi che sono scomparse perfino le belle statue che avevano la funzione di filtrare  il giardino dall’ingresso dell’edificio.
Come un turista che torna sui luoghi che gli avevano trasmesso emozioni, mi sono diretta al parco Mazzini per ritrovare le ultime  sculture allegoriche di quella sequenza che ornava i giardini di Salsomaggiore e che ora possono essere considerate il simbolo della rapina di charme e atmosfere a cui è sottoposta Salsomaggiore «all’insaputa» di tutti. La constatazione è desolante: le uniche sculture ornamentali rimaste tra i tanti manufatti in pietra e cemento che accentuavano le atmosfere liberty  sono in avanzatissimo stato di degrado come del resto tutto il giardino che conserva solo una esigua traccia di quell’impianto arboreo  lussureggiante, ricco di rimandi tra classicismo ed esotismo, che è stato il parco.
Già in passato mi sono rivolta alla città e ai suoi amministratori perché si preservi il giardino storico che è stato generatore della forma urbanistica e quindi fulcro della specificità di questa città termale, l’ho fatto anche con studi riconosciuti in ambito scientifico internazionale, volti a dimostrare il cuore verde di questo modello urbano e perciò un segno  identificativo della cultura termale.
Non sto a rifare la storia del grande parco che, progettato dall’architetto dei giardini reali di Torino, quando venne inaugurato nel 1917 fu dedicato a Margherita di Savoia. Nel tempo ha ceduto terreno all’edificazione e ha avuto la sua grave cesura nella costruzione dello stabilimento Zoja. Mi limito a constatare che oggi,  preso atto di quanto siano state ridotte le siepi topiarie, verso il laghetto addirittura  sostituite  con recinzioni che fanno assomigliare la zona a un pollaio, di come siano stati smantellati tratti di cordoli tufacei e perfino il chiosco-vespasiano di elegante impronta liberty,  di quanto appaia  ridimensionata l’area verde, ci si deve concentrare sulla zona del giardino all’italiana che potrebbe  recuperare l’identità estetica solo in virtù  del suo disegno ancora leggibile.
E’ scaduto il tempo per  prendere coscienza  di come questo paese  si fregia del titolo di «città termale» anche grazie alle opere di respiro monumentale realizzate nel primo Novecento. Per salvare ciò che resta del giardino all’italiana con il laghetto e la  zona orientaleggiante, per restituire dignità a questa particolare architettura  del verde urbano debitrice del gusto liberty si deve procedere secondo i principi  del restauro conservativo. Anche solo con un’azione all’anno, se mancano i mezzi finanziari per un intervento completo, e magari iniziare dal restauro delle statue allegoriche e delle  caratteristiche panchine a biscotto, dalla ricollocazione della fontana centrale, dal ripristino dei bossi  e delle figurazioni d’arte topiaria.
 Sono ormai noti all’opinione pubblica il sistema amministrativo e la prassi burocratica di procedere per grandi progetti. Probabilmente è questo il motivo per cui si sono abbandonate le azioni manutentive in attesa di  presentare costose progettazioni, convincendo la cittadinanza che di fronte al degrado si può intervenire per sostituire ciò che sembra  più difficile da recuperare.
Davvero un progetto ci vuole a Salsomaggiore, ma è un’idea, un pensiero culturale che non ha un costo iniziale, sarebbe un nuovo modo di procedere e di intendere la cultura come un grande valore, a partire dalla tutela e dalla trasmissione del patrimonio comune.


 

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  • michele

    02 Dicembre @ 12.43

    purtroppo salso di una volta non la rivivremo mai piu' c'e' solo da sperare che non si affondi piu' di quanto non si sia gia' affondati fino ad ora.

    Rispondi

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