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La storia - Il viaggio verso casa dell'alpino Curziotti

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Chiara Cacciani

Sacrario militare italiano di Saint Mandrier, sud della Francia. Riquadro 23, tomba 220, verbale n.7609. Le coordinate erano precisissime: peccato non fossero mai state comunicate ai familiari.  E così l'alpino Aldo Curziotti da Roccalanzona ha atteso da morto il triplo della sua brevissima vita  per poter tornare finalmente a casa. 
 
A riportarlo alla sua terra e ai suoi affetti è stato Giuliano, uno dei nipoti che non ha mai conosciuto. E' lui che con testardaggine ha cominciato a ricostruire i tasselli mancanti della storia di «una famiglia che la guerra l'ha pagata eccome: con il sacrificio degli zii paterni Aldo e Alfredo e dello zio materno Ferrante Tosini, superstite del Galilea e poi disperso in Russia». Storie diversissime tra loro, che nei frammenti noti e nel successivo buio di notizie raccontano tre facce dello stesso dramma che li accomuna a 450mila italiani. 
Aldo Curziotti riposa nel cimitero di Felegara da qualche settimana ma la parola fine sulla sua vicenda personale non è ancora scritta. «Mancano ancora dei pezzi: voglio capire che cosa gli sia  successo, e spero di essere vicino alla verità», spiega il nipote Giuliano, che oggi risiede a Milano. Fino a un anno fa la storia di Aldo era affidata a brandelli di memoria, di «sentito dire» e di scarne informazioni ricavate da pochi documenti ufficiali. Nato nel 1924, era uno dei cinque figli del parmigiano Adamo Curziotti e della sissese Giuseppina Inquietati, trasferitisi a Roccalanzona per lavorare come mezzadri. «Di lui restano solo una foto e pochi ricordi: quando partì per la guerra mia madre non era ancora sposata con mio padre, e di Aldo sapeva che era un bravo ragazzo, che lavorava sodo e la domenica amava -se si poteva -  andare a ballare». 
 
Aveva 19 anni quando nel 1943 fu fatto partire per il fronte: 8° Reggimento Alpini, Divisione Julia, Battaglione Gemona. Nessuna cartolina a testimoniare i suoi spostamenti: bisogna attendere l'armistizio dell'8 settembre e le voci arrivate alla famiglia: «Hanno raccontato che Aldo stesse cercando di tornare a casa ma sia stato arrestato – c'è chi dice a Parma, chi a Ozzano, ma oggi sono più propenso a credere a Cremona– e deportato dai tedeschi in Germania, dove sarebbe poi morto. Le mie ricerche, in realtà, mi hanno portato altrove». In Francia: nel sacrario militare americano di Draguignan, per la precisione, dove Aldo risulta sepolto dopo il decesso - l'11 aprile del 1945, così vicino alla Liberazione - in un ospedale di tappa. Era corso subito là con la famiglia, il nipote Giuliano: «Non ero mai stato in un cimitero di guerra. Era proprio come quelli che fanno vedere nei film: verde, pulito, curato. Senza alcun segno che potesse ricordare le sofferenze ed il terrore della guerra. L'addetto militare mi disse che tra le migliaia di tombe presenti, di soldati italiani non ce n'erano. E finì lì». 
Non per molto, però. Il libro «Ho lasciato la mamma mia...» realizzato dalla Pro Loco di Varano Melegari, ha riaperto un nuovo filone di ricerche che l'hanno condotto infine alla meta. «Grazie ai preziosi suggerimenti degli autori e in particolare del signor Gherardi, sono risalito al Sacrario Militare Italiano di St. Mandrier, dove nel 1962 la salma di Aldo, dopo essere stata riconosciuta, fu trasferita». 
C'è voluto un anno per poter riportare lo zio a casa. «Nel  2010 lo Stato italiano si è tirato fuori dalle sue responsabilità: una nuova legge stabilisce che i resti possono essere concessi ai parenti su loro richiesta e a loro spese. Tradotto: lo Stato garantisce il solo biglietto di andata anche a coloro che furono costretti a partire. E la procedura è "gelida": la cassetta arriva in auto a Nizza, poi il volo fino a Roma e l'invio al deposito pacchi di Milano. Dove ho dovuto "sdoganare" lo zio e pagare la maggiorazione per resti umani. E' stato molto brutto: un ultimo sgarbo per Aldo». 
 
A ripagarli di questo vuoto di umanità c'è stata la commovente cerimonia al cimitero di Felegara, celebrata dal parroco don Enzo, alla presenza dei nipoti rimasti. ;a la ricerca di Giuliano continua.  «Sto attendendo il Foglio matricolare  per chiudere il cerchio e capire come lo zio, dalla deportazione in Germania sia finito a morire in Francia: la mia ipotesi è che lui, proveniente da una famiglia dai valori antifascisti, abbia finto di accettare l'arruolamento nella Rsi non per adesione ma per avvicinarsi a casa e poi fuggire». Ma c'è anche un'altra urgenza a muovere Giuliano: dov'è sepolto Alfredo, l'altro zio partito e  caduto in Russia durante la drammatica ritirata a Nikolaewka?: «Voglio ritrovare anche lui, e farlo riposare a fianco dei suoi cari, dove è giusto che stia». 
 

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  • gianna

    31 Dicembre @ 11.36

    leggwndo l'articolo credo che il punto sia che l'apino curziotti aveva un luogo di sepoltura ma i parenti non l'hanno mai saputo. questa è una crudeltà

    Rispondi

  • Francesco

    31 Dicembre @ 10.52

    CARO MARIO , i prigionieri italiani in Russia venivano "passati per le armi" non più dei soldati italiani prigionieri dei nazisti. Per lei la carneficina di Cefalonia vuol dire solo "non trattar bene" ? E quello è stato l' episodio più famoso, ma certo non l' unico. In Russia, dove, peraltro, non avevano fatto niente per farsi voler bene dalla Popolazione locale, che, pure, ne ha salvati tanti , una gran parte dei nostri soldati sono morti , non solo in combattimento , ma di freddo , di fame e di malattia , cadendo stremati in mezzo al ghiaccio ed alla neve a temperature di diecine di gradi sotto zero. Ma chi voleva che potesse andare a raccoglierli uno per uno per seppellirli in bell' ordine ? Non lo facevano i loro stessi commilitoni, non lo facevano gli "alleati" nazisti , che rifiutavano di farli salire sui loro camion , lasciandoli a piedi , e vuole che lo facessero i nemici russi ? I Russi non avevano niente da mangiare neanche per loro , che risorse crede che avessero da spendere per i prigionieri ? Jakov Dzugasvili figlio primogenito di Stalin , tenente d' artiglieria dell' Armata Rossa , morì in un campo di concentramento nazista nel 1943 , in circostanze mai del tutto chiarite (suicidio ? ) , ed il suo corpo non è mai stato ritrovato. Anche Stalin non ha mai riavuto i resti di suo figlio (dato e non concesso che ci tenesse a riaverli....). Io capisco che, chi ha avuto un proprio caro scomparso , senza aver mai avuto una tomba su cui piangerlo , e senza aver mai neppure avuto una conferma ufficiale della sua morte , ma soltanto un' anonima etichetta di "disperso" , possa provare un sentimento d' angoscia , ma questa è una delle tante atrocità della guerra , e la colpa non è certo di Togliatti ! Perchè non se la prende con Mussolini ? Comunque , l' alpino Curziotti , di cui parla quest' articolo , era sepolto in un cimitero militare in Francia, non in Russia e non voglio andare a rivangare, dopo settant' anni, come c' era arrivato , in Francia.

    Rispondi

  • roberto

    30 Dicembre @ 17.49

    @Vergingetorige. L'aver portato a casa i resti di un soldato, in questo caso l'alpino Curziotti, è una vittoria per tutti. Ciò premesso lei ha ragione quando dice che ci sono cimiterii con soldati ovunque, come è pur vero che i nazisiti a Cefalonia non hanno trattato bene gli italiani, anzi li hanno sterminati, ma Gianni faceva notare un'altra cosa: i prigionieri italiani in Russia sono stati passati per le armi, i cimiteri degli italiani in Russia sono spariti con i nostri cari da decenni. I resti dei nostri cari non torneranno più! I Comunisti italiani che hanno sempre guardato alla mamma Russia, allora e ancor più oggi, se lo ricordano questo drammatico particolare? Cosa fece Togliatti per salvare i nostri progionieri in Russia, per riportare i loro corpi in Italia? Non voglio parlare dei nazisti che incenerivano gli ebrei e i dissidenti in quanto mi pare scontata la perenne condanna di questi atti inqualificabili da tutta l'umanità. Io non sono di destra ma non ho neppure le fette di prosciutto di Parma sugli occhi e i tappi nelle orecchie.

    Rispondi

  • Francesco

    30 Dicembre @ 12.06

    SI SIGNOR GIANNI , e i fascisti italiani dovrebbero ricordarsi come i loro camerati nazisti hanno trattato i loro cari, a Cefalonia, tanto per fare solo un esempio. PERO' , SE HO BEN CAPITO, I RESTI DELL' ALPINO CURZIOTTI ERANO IN UN CIMITERO MILITARE IN FRANCIA , NON E' CHE FOSSERO IN UN LUOGO INDEGNO , ora , che i famigliari siano riusciti a trovarli , dopo tanto tempo, e vogliano riportarli nel Cimitero del loro Paese , è una bella manifestazione d' affetto , però , le Alpi sono piene di Cimiteri di Guerra , in molte parti d' Italia ci sono Cimiteri di Guerra Americani e Inglesi, Migliaia di nostri caduti sono nel Sacrario di El Alamein , a Parma, alla Villetta, ci sono state , per molti anni, le tombe di soldati tedeschi . Il caso dell' alpino Curziotti è senz' altro commovente, però la sua sepoltura non mi pare una tragedia. Semmai , è stata una tragedia la sua morte...........

    Rispondi

  • Bruno

    30 Dicembre @ 11.45

    @ Enry, fosse solo la questione delle spese... il fatto è che non solo non ti aiutano con la burocrazia ma aggiungono sconforto allo sconforto trattando i resti mortali di un congiunto come un pacco postale, non si pretende il picchetto d'onore e la fanfara ma un minimo di rispetto credo sia dovuto, e pensare che si usano aerei militari per portare aragoste e spigole sulle dolomiti per stupire i propri ospiti...

    Rispondi

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