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La storia di Mosè Renzo Levi, vittima soragnese dell'Olocausto

La storia di Mosè Renzo Levi, vittima soragnese dell'Olocausto
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  Bruno Colombi

Il «Giorno della memoria», una data che non deve essere dimenticata per tenere vivo il ricordo dei milioni di innocenti di religione ebraica che, in nome della loro fede ed in forza di inique e vergognose leggi razziali adottate anche dal regime fascista, soffrirono e morirono nei campi di sterminio della Germania nazista.
La Comunità ebraica di Parma, e con essa il «Museo ebraico Fausto Levi» di Soragna, ha aderito all’iniziativa celebrativa del ricordo che si svolgerà in tutta Italia domenica prossima con iniziative diverse e momenti di meditazione. In programma visite guidate straordinarie al museo ed alla sinagoga, con approfondimento, alle 10,30 alle 17,30.
«E’ una data molto importante e significativa - afferma il presidente Giorgio Yehuda Giavarini - che è stata inserita nel tessuto storico affinchè la Shoah e la memoria di tante vittime non vadano perdute ma restino scolpite nella mente e nel cuore della gente,  come la testimonianza di un orrore e di una crudeltà che mai la civiltà ha provato e messo in atto». 
Anche Soragna ha pagato in quegli anni terribili il suo tributo di sangue all’Olocausto.
Ne fu vittima Mosè Renzo Levi, figlio di Abramo e Giulia Bosch, che era nato a Soragna nel 1887. 
Risiedeva in paese assieme alla moglie Elena Foà e ai figli Bruno (recentemente morto in Israele) e Fausto, fondatore del museo locale e a lungo presidente della Comunità ebraica di Parma.
Renzo Levi lo conoscevano tutti, e tutti ne stimavano la lealtà, la sua disponibilità verso il prossimo ed il suo attaccamento al paese in cui era nato e del quale conservava amabili ricordi.  
Amava la motocicletta, si univa alla gente per le feste locali, non sembrava che avesse nemici. E quando gli venne consigliato di lasciare presto il paese perchè c’era il pericolo del rastrellamento degli ebrei e della loro deportazione in Germania, rispose che «non aveva mai fatto male a nessuno e che si sentiva tranquillo».
Però nel settembre del 1943 venne arrestato, venne imprigionato nelle carceri di San Francesco a Parma, quindi nel campo di concentramento di Scipione Castello e poi in quello di Fossoli.
Da qui la deportazione ad Auschwitz il 5 aprile 1944 con il convoglio n°9, il suo trasferimento a Mauthausen e la sua morte nelle camere a gas il 20 marzo 1945.
Una dolorosa fine che accomunò in quel periodo anche altri ebrei originari di Soragna ma residenti in altre città: fu così per Alba Fausta Fano (Parma-Auschwitz 1944), Alessandro Fano (Torino-Auschwitz 1944), Bice Fano di Michele (Mantova-Auschtwitz 1944), Bice Fano di Cesare (Milano-Auschtwitz 1944), Elio Fano (Milano-Auschtwitz 1944), Enrico Fano (Parma-Carcere di Parma 1945), Ermanno Fano (Pellegrino Parmense-Auschwitz 1944), Marco Fano (Torino-Gross Rosen 1945), Olinto Fano (Milano-Ospedale cittadino 1944), Renato Fano (Milano-Auschwitz 1944), Arrigo Levi (Genova-Auschwitz 1944), Zelinda Levi (Verona-Auschwitz 1944).
La popolazione di Soragna non condivise mai la situazione venutasi a creare con le leggi razziali e, più volte, diede prove di solidarietà e di aiuto alle persone di religione ebraica. In quest’opera umanitaria e sociale si distinse l’arciprete monsignor Bruno Binini che, sia quando il paese ospitò un numeroso gruppo di ebrei provenienti dalla Jugoslavia, sia quando le persecuzioni subirono una forte impennata, nascose varie persone nei solai dell’ospedale civile, rischiando più volte le ire della polizia del regime ed il carcere di Parma. 
Per queste sue azioni il presidente Fausto Levi non mancò di esprimergli pubblicamente il suo più vivo ringraziamento per l’opera compiuta.

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