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"Cantavo e i tedeschi mi davano del cibo"

"Cantavo e i tedeschi mi davano del cibo"
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Verrà conferita martedì, alle 11, durante la cerimonia in Prefettura, a Parma, la medaglia d’onore come riconoscimento al sacrificio, anche al fidentino Arnaldo Vascelli (oltre che a Bruno Ramenzoni) in quanto deportato in un campo di lavoro in Germania. Arnaldo Vascelli, «Aldo», 97 anni, che nonostante l’età avanzata è ancora molto presente, ha voluto raccontate la sua esperienza.

«Quando è iniziata la guerra nel 1940, il 10 maggio, sono stato richiamato e inviato a Piacenza al IV Artiglieria Pesante. L’otto settembre del 1943 sono stato preso prigioniero dai Tedeschi e sono stato deportato in Germania il 18 settembre del 1943. E quindi sono stato portato in un campo di lavoro: mi hanno cambiato destinazione tre volte. I primi quaranta giorni sono stato a raccogliere patate in un’isola del Mar Baltico, forse Sanit. Quindi ci hanno trasferito nel bacino della Rhur. La città in cui eravamo si chiamava Mannheim. Tutte le notti c’erano bombardamenti, perché in quel posto sorgevano le fabbriche di armi della Krupp. Noi eravamo ai forni e facevamo le molle per i cannoni. Era un lavoro molto faticoso e se uno si addormentava  o rallentava il ritmo del lavoro veniva punito duramente.  Poco lontano da lì sapevamo che uccidevano gli ebrei». 
Nonostante l'emozione, Arnaldo continua nella sua testimonianza. «Non vi dico cosa ho passato perché non ci credereste, soprattutto era terribile la fame, si mangiava la buccia delle patate. Ho mangiato delle barbabietole su cui avevano dormito dei cani, perché bisogna provarla da giovani questa fame... Non so se sarei riuscito a resistere a lungo a quella vita, se un giorno non fosse successo un fatto particolare. Quel giorno pioveva ed eravamo tutti coricati per terra..  dormivamo sulla terra .. Un militare tedesco cercava un certo Vascelli, lo pronunciava “Vaschelli”. L’interprete, che era un milanese, ma conosceva il nostro dialetto, mi chiese quale lavoro svolgevo in Italia. Io gli ho detto: “A fàg il vachèr”. Mi hanno chiesto se ero capace di cantare ed io ho risposto: “Ma ghé mel, e po’ gò 'na fam...”. Allora il tedesco  mi ha risposto di non pensare a mangiare, poi mi ha portato in una stanza e mi ha dato un filone di pane, con un pezzo di salame tedesco. Poi sono andato dal maestro di musica che era siciliano. Il maestro chiese al soldato tedesco cosa dovevo cantare e lui disse: Muther. Noi diciamo mamma, loro muther. Ho cantato e alla fine il soldato ha battuto le mani e ha detto: Tu morghen... domani non vai a lavorare».   Il maestro ha composto due canzoni sulla mia voce, una si intitolava “Rossana”, le parole erano prese dalle lettere che la sua fidanzata, Rossana, gli inviava. E il soldato tedesco si era meravigliato che nessuno avesse pensato di valorizzare la mia voce nella terra di Verdi». 
«Dopo varie vicissitudini, sono arrivato a casa  ed ho saputo che avevo perduto mia madre. Era morta poco prima. E’ stato per me un dolore grande, molto più forte delle sofferenze sopportate nel campo di lavoro di Mannheim». 
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • giuliano

    28 Gennaio @ 19.09

    avete letto bene rileggete e cercate di capire tra le righe cosa ha voluto dire quel signore li.

    Rispondi

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