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Fidenza - "Diceva ai ragazzi di sbattere la testa contro il muro"

Fidenza - "Diceva ai ragazzi di sbattere la testa contro il muro"
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Ieri mattina, nell’aula della sezione distaccata di Fidenza del tribunale di Parma, è proseguito il processo a Flavio Amico, educatore accusato dei reati di abuso di mezzi di correzione e maltrattamenti su minori.
I fatti oggetto del procedimento sarebbero avvenuti a cavallo fra il 2008 ed il 2009, all’interno della comunità educativa per minori «Cà degli Angeli» a Tabiano, ai danni di due ragazzini provenienti dal Modenese ospiti della struttura. Amico, difeso dall’avvocato Giuseppe L’Insalata, lavora nella comunità di Tabiano, ora trasferita nella più grande «Casa Viburno», e gestisce con la  moglie una casa famiglia a Fidenza, strutture entrambe legate all'associazione Onlus «We are here - Noi siamo qui».
I capi di imputazione emersi dalle denunce di due operatori parlano di presunti maltrattamenti quali «costringere a sbattere la testa contro il muro», «calci e pugni», «cordini di cuoio stretti al collo».
Nell’udienza di ieri sono stati ascoltati tre testimoni: Nicoletta D’Alessandro, che ha lavorato come educatrice nella struttura per circa sei mesi dal settembre 2008 al febbraio 2009, e due insegnanti Maria Corradi e Fabio Grossi.
La D’Alessandro il 23 febbraio 2009 ha sporto denuncia ai carabinieri. Pochi giorni prima, il 20 febbraio 2009, a sporgere denuncia per fatti simili era stato un altro operatore della comunità, Massimo Ferrari.
La teste, rispondendo alle domande del pubblico ministero Rino Massari, ha riferito di aver visto con i suoi occhi i due ragazzini, ai danni dei quali sarebbero avvenuti i fatti oggetto del processo, sbattere la testa contro il muro. La donna, quindi, aveva chiesto  loro il perché di questo gesto e le era stato risposto che «era stato Flavio Amico a dire loro di far così per calmarsi». Chiedendo, poi, direttamente ad Amico spiegazioni, aveva  avuto la conferma che «quel comportamento era stato suggerito da lui».
«Flavio mi aveva detto: “devono sbattere la testa al muro finchè non esce il sangue. I ragazzi devono sentire il dolore per avere un contatto con la realtà”. E aveva aggiunto di ispirarsi in questo metodo al film Full metal jacket».
La testimone ha poi parlato di altri episodi che non ha visto direttamente ma che le sono stati «riferiti dai ragazzi in comunità»: uno di loro sarebbe stato «preso per il collo e attaccato all'armadio».  Ha raccontato  dell’idea di Amico di «rasare a zero i capelli ai ragazzi per punirli» e delle sue «minacce di non mandarli a casa se avessero raccontato determinati episodi». Inoltre, sempre stando alla testimonianza della D’Alessandro, «i ragazzi non potevano contattare le famiglie perchè i cellulari erano stati loro tolti»,  in caso di cattivo rendimento scolastico, sarebbero stati «isolati in comunità» e ai genitori «era impedita da Amico qualunque visita in comunità». Tutto ciò era stato messo per iscritto dalla educatrice in appunti giornalieri e consegnato ai carabinieri in occasione della denuncia.
Il difensore di Amico, l’avvocato L’Insalata, fra le varie domande poste, ha chiesto alle teste quali fra i fatti oggetto del processo avrebbe visto con i suoi occhi. Riguardo «calci e pugni, mettere un cordino di cuoio attorno al collo» ha detto di non aver visto nulla. In relazione al «costringere a sbattere la testa contro il muro», la donna ha confermato di «averlo visto fare e di avere avuto la conferma da Amico che le indicazioni venissero da lui».
 Quindi è toccato agli altri due testi: la Corradi, insegnante di uno dei due ragazzini alle medie, e Grossi maestro alle elementari dell’altro ragazzo. Infine, il giudice Gabriele Nigro, dopo aver ascoltato i tre testi, ha rinviato il processo al 18 ottobre al Tribunale di Parma. 
 

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