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Quando Fontanellato aiutò i soldati inglesi

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Andrea Del Bue

Erano in platea, aiutati da una traduzione simultanea in inglese, nella sala conferenze della Rocca Sanvitale di Fontanellato, alcuni famigliari dei soldati inglesi che furono prigionieri nel campo PG 49, ricavato all’interno dell'edificio che oggi ospita il Centro Cardinal Ferrari.
Ieri sono iniziate le iniziative che ricordano,   a 70 anni di distanza, l’armistizio dell’8 settembre 1943 e, in particolare, ciò che avvenne la mattina dopo, quando si aprirono i cancelli del PG 49; da quel momento, circa 600 soldati britannici erano in fuga dai tedeschi.
E qui inizia la bella storia di solidarietà che ha come protagonista la comunità fontanellatese, come ricordato, in apertura di lavori, dal vicesindaco Francesco Trivelloni: «Da un momento all’altro la gente di Fontanellato trovò nei propri cortili e nei propri campi coloro che fino a poco prima erano i nemici, descritti come persone brutte, cattive, pericolose. E cosa fecero? Li aiutarono, dando loro rifugio, cibo e vestiti, un grande esempio di umanità e solidarietà. E’ giusto, quindi, ricordare questo avvenimento».
Per nulla formali i saluti di Attilio Ubaldi, delegato, per l’occasione, del prefetto Luigi Viana: ha citato un passo del libro di Eric Newby, il militare britannico, poi scrittore, scomparso nel 2006, che da marzo al 9 settembre 1943 fu internato al PG 49. Uscì dai cancelli trasportato da un asino, perché ferito; fu poi trasferito all’ospedale Peracchi, dove fu curato.
A dirigere il convegno, Lorenzo Bertucelli, presidente della Fondazione ex campo Fossoli di Carpi, ente che ha organizzato l’evento insieme all’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Parma e all’istituto storico Parri Emilia Romagna: «A settant’anni dall’inizio della lotta di Liberazione – osserva -  possiamo avere uno sguardo più obiettivo. Questo convegno è l’esempio di come sia possibile approfondire la storia collaborando tra più istituzioni; siamo invece abituati, per esempio per quanto riguarda i campi di prigionia, a lavorare con progetti specifici, mentre di fronte a sfide così importanti e impegnative bisogna uscire da una logica territoriale. Non si capisce perché il nostro Paese non abbia ancora trovato la forza di ricordare luoghi come i campi di prigionia, che contengono una miriade di vicende e storie da raccontare: si tratta di una grande opportunità di crescita per il nostro Paese.
S’intitola «I “fortunati”: i prigionieri italiani in Gran Bretagna 1941-1946» la relazione di Isabella Insolvibile, ricercatrice dell’Università Federico II di Napoli. Perché «fortunati»? «Per vari motivi – spiega la studiosa - Prima di tutto, i nostri circa 158 mila soldati venivano utilizzati dagli inglesi per la manodopera, soprattutto nell’agricoltura: per sfruttarli al meglio, andavano quindi tenuti in buone condizioni, nel rispetto delle convenzioni internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra».
Gli inglesi, però, fecero di più: «Le “baracche” dei campi erano tali solo di nome: avevano l’acqua calda ed erano sollevate dal terreno per evitare l’umidità. Inoltre, le razioni alimentari prevedevano anche pasta e pane».
Ciò che sorprende è la lunghezza, in termini temporali, della prigionia: fino al ’46 gli italiani furono agli ordini degli inglesi.
«Effettivamente – precisa la Insolvibile -, né l’armistizio né la fine della guerra misero  termine alla prigionia dei nostri soldati. La motivazione di parte inglese fu che non li avrebbero rilasciati fino a quando non avrebbero terminato il raccolto nei campi. Questo all’Italia andava bene: temeva, e per questo voleva rimandare il più possibile il loro ritorno, il reinserimento di 158 mila soldati in un’Italia uscita sconfitta dalla guerra».
Sull’«Africa settentrionale nel quadro della seconda guerra mondiale» è stato incentrato l’intervento di Marco Di Giovanni, ricercatore all’università di Torino: «Lì, dal ’39 fino al ’41 avanzato, si è combattuta una guerra piccola, ma di grande interesse: gli schieramenti, Gran Bretagna da una parte e l’asse Germania-Italia dall’altra, hanno fatto le prove generali per le più importanti battaglie successive. E’ stata una guerra di eserciti, di uomini in divisa, con la dignità dei combattenti davanti a tutto. E di tattica, tra i comandanti Montgomery e Rommel».

 

 

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