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Viale Gramsci, dopo 46 anni chiude la bottega del «tempo perduto»

Viale Gramsci, dopo 46 anni chiude la bottega del «tempo perduto»
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Roberto Longoni


Entrò un tizio con il faccione del Duce su un drappo. «Voleva che glielo attaccassi alla capote  dell'auto. Lo mandai a Predappio». Ne entrò un altro, stesso credo politico. Facile immaginare dove Maurizio Bellini lo abbia mandato, sentendosi dire che  su quanto esposto in bottega era d'accordo con tutto fuorché con il ritratto di Che Guevara alla parete. «Quella foto me la donò un amico cubano, che aveva fatto la rivoluzione con Fidel». Entrò un sacerdote, prima di una Pasqua di tanti anni fa. «La benedizione me la diede, sì, ma mi disse di togliere le mie “amiche” dalle pareti. Non lo feci e non lo vidi più». Quel cartello che prega di non toccare «le opere esposte» non è affisso a caso. E fa niente che le «amicizie» in questione siano a senso unico e mute, perché hanno per protagoniste le modelle dei calendari vietati ai minori, le «irraggiungibili» di  quel tempo che scorre nudo e crudo sulle pareti delle officine o nelle cabine dei camion. Strana «tappezzeria» quella della bottega del tappezziere di viale Gramsci 33.  La sovraffollata cabina di un camion arrivato al capolinea. Già, perché il viaggio  durato 46 anni è finito. «Sabato viene mio figlio e carichiamo le ultime cose».

Non vorrebbe chiudere, il 67enne artigiano: lo si vede lontano un miglio che a furia di respirare l'odore della colla, a quella bottega ci si è attaccato. Venti metri quadrati di polvere e simpatico disordine, che mette insieme poster quasi tutti monotematici (perfino dal soffitto occhieggiano le signorine), tariffari di case chiuse del 1927, ma anche immagini meno profane. E poi  battute in dialetto stratificate negli anni: un covo di parmigianità ostinata nella periferia globale del mondo d'oggi. «Mi sarebbe piaciuto resistere fino a 70 anni, ma  devo farmi operare». Quel ginocchio, segnato da una caduta in bici con la madre, a 11 anni, ha retto una vita di lavoro in piedi, al bancone, a  tagliare, cucire e incollare. «Iniziai come apprendista dal tappezziere del Cristo Giovanni Leonardi. Che persona: non navigava nell'oro, ma mi ha sempre pagato fino all'ultima lira». Otto anni a farsi le ossa sui sedili di Lancia signorili e sulle selle di rombanti Guzzi. Poi, nel marzo del 1963, lo «sbarco» in via Gramsci, con l'apertura della bottega. «Era tutto prati qui attorno. Ero per mio conto e lavoravo per la Fiat: rifacevo gli interni». Altri tempi. Allora si rifasciava, ora si rottama. «Se uno vuole, comunque, da fare ce n'è. Solo che non ho trovato nessuno a cui lasciare questo posto».

Ma il lavoro è una scusa per Bellini, una «copertura». La bottega una barberia o un'osteria camuffate. «Chiuse il Blu bar, di fronte a Cocchi: questo divenne il nostro punto di ritrovo» dice un amico, uno annoiato dalla pensione e si preoccupa per la chiusura della bottega del tempo perduto. Ricorda i tempi andati, l'amico, quando «prima che prendesse il volo, in compagnia c'era anche Franco Nero». Spesso, verso le sette di sera, spuntano un salame e una bottiglia di lambrusco: e il gioco è fatto. «Si parla, si discute: sempre. Di che cosa? Calcio, politica,  donne». Il poster del mitico Parma di Wembley - nonostante la ritirata del trasloco iniziato da giorni - ancora domina un angolo della bottega, tra una bionda del febbraio del 1990 e un'immagine del Che. Ma un amico smentisce: «In realtà, si parla solo di donne». E poi si sta a guardare fuori, a scambiar occhiate con il mondo che s'incuriosisce a leggere l'avviso «Pericolo, organi in moto» sulla porta e sbircia tra le feritoie della veneziana della vetrina, per capire che cosa ci sia in quel piccolo antro. Che si tratti di un tappezziere per auto e moto lo si capisce dalla presenza delle due vecchie Singer e dai rotoli di tessuti. «Ma a volte entra qualcuno prendendomi per un calzolaio, e mi ritrovo a incollare una suola, a sistemare un tacco che ha ceduto all'improvviso». Interventi d'urgenza e gratuiti, inutile dirlo. Con un dito, Bellini scava una virgola nella polvere «fossile» depositata sulle lame della veneziana. Ce n'è voluto di tempo per ammucchiarne tanta. Ce n'è voluto di lavoro. Su moto, scooter, auto e  aerei privati. Clienti più o meno famosi: tra loro, anche Renata Tebaldi. «E anche il proprietario di una Fiat Uno metallizzata. A lavoro finito, salì in auto e disse che andava a prendere i soldi a casa. Sarà stata una dozzina d'anni fa. Si vede che abitava lontano: lo aspetto ancora adesso».

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