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Movida come il Far West: la misura è colma

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Se proprio dobbiamo arrenderci, allora che almeno lo si dica pubblicamente. Così, quei gran rompiscatole dei residenti di via D’Azeglio e dintorni che si lamentano da anni la smetteranno finalmente di frignare. Dopo l’ultima doppia rissa – o battaglia? – a colpi di bottigliate, infatti, la «guerra della movida»  può considerarsi ufficialmente chiusa. Con la vittoria schiacciante dei violenti. Dei teppisti dell’urlo e dello schiamazzo permanente di ogni ordine e grado. Dei professionisti dello sballo garantito (che come volevasi dimostrare non può essere certo fermato imponendo l’uso dei bicchieri di plastica al posto di quelli di vetro!). E con la disfatta inequivocabile di quanti – compreso chi scrive – hanno cercato a più riprese, ma invano, di protestare e di mettere in guardia. Di segnalare che lasciare in balia del degrado e dei più maramaldi il cuore stesso dell’Oltretorrente avrebbe portato a consegnare rapidamente l’intero quartiere al Far West. E così è avvenuto. Con l’aggravante che, adesso, nessuno sembra avere più nulla da dire o da proporre dopo la colossale sbornia di conferenze stampa, ordinanze, «tavoli di lavoro» e annunci d’ogni genere a cui siamo stati, nostro malgrado, sottoposti.   A questo punto, quindi, dichiarare la resa incondizionata sarebbe se non altro un gesto di onestà intellettuale. E magari potrebbe servire pure da salutare, ancorché tardiva, sferzata. Temo che non sarà così. Temo infatti che dovremo sorbirci un nuovo profluvio di accorate prese di posizione condite con la promessa di chissà quali nuovi interventi volti a «riqualificare», a «rilanciare», a «migliorare» e via discorrendo. Ebbene, premesso che se bisogna assolvere qualcuno da questa autentica «Caporetto» civile, culturale e morale prima ancora che dell’ordine pubblico quel qualcuno sono proprio le nostre forze dell’ordine (troppo scarse e per forza di cose impegnate su un fronte ben più vasto), vediamo almeno di fissare alcuni punti fermi. Ad esempio: basta con le già citate ordinanze! Ne sono state scritte ed emanate anche troppe. E tutte rivelatesi penosamente inutili. Se bisogna multare un esercente che smercia litri d’alcol a dei minorenni, oppure non rispetta l’orario di chiusura, od ancora fa andare la musica a mille bastano e avanzano le leggi e i codici esistenti. Il problema, semmai, qual è? Il problema è che non ci si può limitare a fare strage di auto in sosta vietata per «fare cassa», chiudendo contemporaneamente un occhio (e l’altro pure) sugli ubriachi e su quelli che si divertono a organizzare un bel «rave party» direttamente sotto le finestre dei residenti. I quali (e non solo quelli di via D’Azeglio ma pure di strada Farini e più di recente anche di zona Mazzini) hanno sempre chiesto e invocato alla fin fine cosa? Ma - diamine! - che qualcuno controllasse e sanzionasse all’istante anche i disturbatori di professione. Ed ancora una presenza ben visibile e non occasionale che scoraggiasse sul nascere i balordi e gli spacciatori. E questo non è un problema di ordinanze. Ma di scelte. Di direttive impartite, oppure no. In altri termini, di come si amministra (o non si amministra) una città! Invece, poco a poco, strada dopo strada, metro dopo metro, abbiamo assistito a una lenta ritirata iniziata – voglio dirlo chiaramente - già con la precedente amministrazione. Ed è così che via D’Azeglio è finita in mano alle bande che un paio di sere fa si sono affrontate selvaggiamente nel fuggi fuggi generale dei passanti e per la disperazione di un intero quartiere ormai prigioniero a casa propria. La misura è dunque colma. Ed è allarme rosso ormai per tutto il centro storico che già sta vivendo il momento terribile che sappiamo. Anche per questo, arrendersi veramente equivarrebbe a una specie di suicidio di massa. Smettiamola allora di perdere tempo in storielle. E ascoltiamo finalmente la voce di una intera città che non vuole sprofondare in un Far West dove a pagare sono sempre i buoni. E mai i cattivi.
postagnetti@alice.it.
Pino Agnetti
Se proprio dobbiamo arrenderci, allora che almeno lo si dica pubblicamente. Così, quei gran rompiscatole dei residenti di via D’Azeglio e dintorni che si lamentano da anni la smetteranno finalmente di frignare. Dopo l’ultima doppia rissa – o battaglia? – a colpi di bottigliate, infatti, la «guerra della movida»  può considerarsi ufficialmente chiusa. Con la vittoria schiacciante dei violenti. Dei teppisti dell’urlo e dello schiamazzo permanente di ogni ordine e grado. Dei professionisti dello sballo garantito (che come volevasi dimostrare non può essere certo fermato imponendo l’uso dei bicchieri di plastica al posto di quelli di vetro!). E con la disfatta inequivocabile di quanti – compreso chi scrive – hanno cercato a più riprese, ma invano, di protestare e di mettere in guardia. Di segnalare che lasciare in balia del degrado e dei più maramaldi il cuore stesso dell’Oltretorrente avrebbe portato a consegnare rapidamente l’intero quartiere al Far West. E così è avvenuto. Con l’aggravante che, adesso, nessuno sembra avere più nulla da dire o da proporre dopo la colossale sbornia di conferenze stampa, ordinanze, «tavoli di lavoro» e annunci d’ogni genere a cui siamo stati, nostro malgrado, sottoposti.   A questo punto, quindi, dichiarare la resa incondizionata sarebbe se non altro un gesto di onestà intellettuale. E magari potrebbe servire pure da salutare, ancorché tardiva, sferzata. Temo che non sarà così. Temo infatti che dovremo sorbirci un nuovo profluvio di accorate prese di posizione condite con la promessa di chissà quali nuovi interventi volti a «riqualificare», a «rilanciare», a «migliorare» e via discorrendo. Ebbene, premesso che se bisogna assolvere qualcuno da questa autentica «Caporetto» civile, culturale e morale prima ancora che dell’ordine pubblico quel qualcuno sono proprio le nostre forze dell’ordine (troppo scarse e per forza di cose impegnate su un fronte ben più vasto), vediamo almeno di fissare alcuni punti fermi. Ad esempio: basta con le già citate ordinanze! Ne sono state scritte ed emanate anche troppe. E tutte rivelatesi penosamente inutili. Se bisogna multare un esercente che smercia litri d’alcol a dei minorenni, oppure non rispetta l’orario di chiusura, od ancora fa andare la musica a mille bastano e avanzano le leggi e i codici esistenti. Il problema, semmai, qual è? Il problema è che non ci si può limitare a fare strage di auto in sosta vietata per «fare cassa», chiudendo contemporaneamente un occhio (e l’altro pure) sugli ubriachi e su quelli che si divertono a organizzare un bel «rave party» direttamente sotto le finestre dei residenti. I quali (e non solo quelli di via D’Azeglio ma pure di strada Farini e più di recente anche di zona Mazzini) hanno sempre chiesto e invocato alla fin fine cosa? Ma - diamine! - che qualcuno controllasse e sanzionasse all’istante anche i disturbatori di professione. Ed ancora una presenza ben visibile e non occasionale che scoraggiasse sul nascere i balordi e gli spacciatori. E questo non è un problema di ordinanze. Ma di scelte. Di direttive impartite, oppure no. In altri termini, di come si amministra (o non si amministra) una città! Invece, poco a poco, strada dopo strada, metro dopo metro, abbiamo assistito a una lenta ritirata iniziata – voglio dirlo chiaramente - già con la precedente amministrazione. Ed è così che via D’Azeglio è finita in mano alle bande che un paio di sere fa si sono affrontate selvaggiamente nel fuggi fuggi generale dei passanti e per la disperazione di un intero quartiere ormai prigioniero a casa propria. La misura è dunque colma. Ed è allarme rosso ormai per tutto il centro storico che già sta vivendo il momento terribile che sappiamo. Anche per questo, arrendersi veramente equivarrebbe a una specie di suicidio di massa. Smettiamola allora di perdere tempo in storielle. E ascoltiamo finalmente la voce di una intera città che non vuole sprofondare in un Far West dove a pagare sono sempre i buoni. E mai i cattivi.postagnetti@alice.it.

 

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